8. Cor Scorpii

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8.


Cor Scorpii



18:16


A varcare il cancello di Villa Anthares per la seconda volta, quel giorno, a ritrovarsi per l'ennesima volta dopo anni di fronte a quella che era a tutti gli effetti la dimora splendente di una fiaba, Damiano pensò che suo padre fosse diventato pazzo.

Era finita. Non c'era altro da concludere. Dopo una vita passata a calcolare ogni mossa con assoluta lucidità per stare sempre un passo davanti agli altri, suo padre aveva perso la testa. Nessun uomo sano di mente in possesso di un luogo del genere si sarebbe sognato di privarsene per darlo in pasto a una mandria di sconosciuti, neanche se fosse stata la sua unica fonte di guadagno – e non era di certo il caso di Delio.

Da un lato sapeva che si trattava semplicemente di accettare che suo padre non aveva mai visto Villa Anthares con gli stessi occhi con cui l'aveva sempre vista lui, ma nella formulazione di quel pensiero c'era qualcosa che non gli tornava fino in fondo. Dopotutto un tempo era stato anche il suo posto speciale. Se era ancora innamorato di Erika, cosa voleva dimostrare a se stesso liberandosene?

Uscì dall'auto sovrappensiero, con una nube di struggimento che si addensava in petto. Comprese che d'ora in avanti il suo sguardo, posandosi sulle cose, sarebbe sempre stato inquinato da quella meraviglia di natura tragica. Una sorta di nostalgia precedente alla nostalgia, che gli faceva venir voglia di possedere tutto ancor più avidamente, finché era suo.

Quando in inverno aveva chiesto a suo padre perché volesse sprecare Villa Anthares a quel modo, la risposta di Delio era stata così insulsa e squallida da averlo lasciato indignato per giorni.

«Perché sprecarla così, invece, quando possiamo trasformarla nel nostro più grande successo?»

Naturalmente Damiano non aveva manifestato le proprie emozioni davanti a lui. Gli ci era voluta una certa dose di preparazione mentale anche solo per introdurre il discorso, che era proseguito con la massima tranquillità nonostante le obiezioni dell'uno e dell'altro. Dalle loro conversazioni traspariva sempre soltanto rispetto reciproco e ragionevolezza. Nessuno dei due valicava mai con aggressività la sfera dell'altro. Damiano non ricordava una singola volta in cui si fossero urlati addosso. Ma era sempre chiaro verso quale polo vertesse l'ago della bilancia. Per quanto Damiano si sforzasse, Delio gli dava sì l'opportunità di esprimersi, ma solo l'illusione di ascoltarlo seriamente o di prendere in considerazione le sue idee. Lo stimava per la sua intelligenza e desiderava tenerlo al suo fianco, ma soltanto affinché potesse plasmarlo, come un datore di lavoro con il suo promettente stagista.

Forse non era ciò a cui avrebbe dovuto somigliare un rapporto tra padre e figlio. Forse sarebbe stata un'idea di gran lunga migliore incazzarsi, sbraitare e mandarlo al diavolo come aveva sempre fatto Gaia. La figlia ribelle contro il figlio perfetto. Ne era valsa la pena, incarnare quella perfezione per ricevere da lui quella sorta di amore imprenditoriale? Doveva essere stato piuttosto facile, per Delio, scegliere su quale figlio investire.

Dopo quel tentativo finito in un buco nell'acqua, non avevano più affrontato la questione. Damiano era ancora convinto di non aver ricevuto da lui le spiegazioni reali, ma alla sua età riconosceva già quanto fosse uno spreco di energie combattere una causa persa.

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