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Domenica i nuvoloni grigi non erano ancora spariti, così come neppure i miei dubbi sulle vecchie conoscenze di Sean, ma mi ero ripromessa di non pensarci siccome avevo intenzione di godermi la giornata.

Mi presentai al numero 290 di Deering Avenue a mezzogiorno e mezzo. Suonai al campanello e attesi finché non venne Sean ad aprirmi la porta.

«Ciao» disse con un sorriso.

«Ciao» ripetei io nello stesso modo.

«Come stai oggi, Perla?» domandò mentre mi faceva entrare.

«Bene» stavo sempre bene quando ero con lui «Ho portato un dolce» annunciai, diretta verso la cucina.

Io non ero brava ai fornelli, ma non volevo assolutamente presentarmi a mani vuote dai suoi amici, perciò avevo comprato una meringata prima di andare lì.

«Appoggiala pure e dammi la tua giacca» disse Sean seguendomi.

Adocchiai un ripiano e vidi Dominic intento a cucinare, così, mentre mi toglievo la giacca, lo salutai.

«Ciao, Dominic! Non dirmi che cucini tutto tu».

«Ehi, Perla!» disse lui, voltandosi verso di me «Se vuoi mangiare decentemente è meglio che sia così. Capita raramente che gli altri preparino qualcosa che non sia già precotto».

«Qual è il problema?» intervenne Sean «Le lasagne che faccio nel microonde sono buonissime».

«Certo» rispose Dominic, ironico.

«È solo snob» mi spiegò Sean «pensa che il suo modo di cucinare sia migliore perché i suoi nonni erano francesi».

«Francesi? Davvero?» chiesi, rivolta al diretto interessato.

«Sì... Sean mi ha detto che tu, invece, sei italiana».

«Esatto» confermai dopo che Sean fu uscito dalla cucina con la mia giacca.

«Allora immagino la penserai più o meno come me sul cibo».

«Già, le cose precotte non sono un granché. D'altronde, quando uno non ha voglia di cucinare...» io andavo al ristorante, ma probabilmente gli studenti del college avevano altre abitudini.

«Lo so, ma Emmett e Sean non cucinano mai niente, se non hamburger o bistecche, e Jocelyn va avanti a panini».

«A proposito, dov'è Jocelyn? Dovrei restituirle una cosa» e sollevai istintivamente l'altro sacchetto che avevo portato.

«Credo sia in camera sua, anzi, non è che potresti farla scendere? Ho preparato per tutti ed è quasi pronto».

«Va bene» lo rassicurai mentre andavo verso le scale.

Al piano di sopra, mi chiesi quale porta fosse quella giusta. Conoscevo quella del bagno e quella della stanza di Sean, ma ce ne erano altre tre, chiuse, e non volevo irrompere in camera di Emmett per sbaglio.

Mi avvicinai alla prima sperando che fosse quella giusta e feci per bussare.

La mia mano, però, si bloccò a mezz'aria quanto udii la voce di Sean provenire dall'interno. Quella ero certa che non fosse la sua stanza.

Per sentire meglio, mi sporsi più vicina, ma con circospezione, perché non volevo essere sorpresa ad origliare.

«... sei l'unico qui a sapere cosa è successo, non l'ho mai raccontato a nessuno» stava dicendo.

«Ed io ti assicuro che non l'ho spifferato in giro» era Emmett.

«Però qualcuno deve averlo scoperto, altrimenti perché mandarmi il simbolo della banda? Non centro più niente con loro».

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