I denti della spada a catena divorarono la sabbia, aprendo un solco fumante nel terreno. Alveis era saltato di lato, schivando il colpo, e menò un fendente verso la testa di Garel. Questi si abbassò un istante prima che l'arma ronzante gli colpisse in pieno la testa; rotolò, saltando subito in posizione e puntando la spada verso l'altro, la mano sinistra serrata in pugno. I due continuarono a fronteggiarsi, muovendosi lentamente in circolo, mentre il resto della squadra li osservava ai limiti dell'arena; dal corridoio provenivano le urla dell'Arena 5, dove Hiletos addestrava i suoi uomini.
Josua, affiancato dal sergente Marcus della sesta squadra, valutava i movimenti dei propri astartes; decisi, veloci, colpi che se giunti a segno avrebbero causato ferite serie, se non la morte. Gli allenamenti prevedevano combattimenti di quel tipo, ma era raro che qualche confratello dovesse richiedere i servigi dell'apotecario.
Ad un tratto Alveis si rizzò, spense la spada a catena e la lasciò cadere a terra. Quindi fece segno a Garel di farsi sotto. L'altro, dopo un momento di esitazione, guardò il sergente Marcus; questi fece un cenno di assenso con la testa. Garel mosse il pesante elmo, annuendo, alzò la spada e si lanciò su Alveis con un colpo dall'alto; quello tese le mani, si spostò un po' di lato agguantando i pugni dell'altro, e con una rotazione lo disarmò scagliandolo via; qualcuno dei presenti esultò, e un paio di servi si bloccarono ad osservare la scena. Nella manovra, i denti affilati della spada arrivarono forse troppo vicini all'elmo di Alveis, ma questi evitò ogni contatto e in un pochi secondi puntava già l'arma verso il confratello in terra, che lo guardava confuso. Marcus urlò lo stop, e Alveis, spegnendo la spada, aiutò Garel a rimettersi in piedi.
Josua annuì, soddisfatto, mentre il sergente assumeva un'espressione orgogliosa; i due combattenti si complimentarono l'un l'altro, raccolsero le armi e uscirono dall'arena.
«Sono compiaciuto, sergente. Il numero ristretto di uomini è compensato dalla loro abilità» disse.
«Seguiamo solo i dettami del Codex» rispose Marcus, sorridendo.
«Niente di più giusto, opportuno e pio. Ad ogni modo, vorrei vedere combattere Lector.»
Il sergente mutò espressione, facendosi più serio. Lector, in una armatura Mark VII rattoppata qua e là con pezzi di Mark VI, stava discutendo a bassa voce con un altro fratello della sesta squadra. Il sergente gli urlò di entrare, entrambi, nell'arena; avrebbero combattuto con pugnali.
I due astartes non se lo fecero ripetere due volte, e dopo essersi armati scesero in campo. Si misero subito in guardia, l'arma nella destra e la mano sinistra tesa, pronta ad agguantare l'avversario.
Josua valutava la posizione delle gambe, delle braccia, del torso; mentre era concentrato, qualcuno lo toccò sullo spallaccio dell'armatura potenziata. Era Hiletos, giunto dalla sua arena; Josua gli fece cenno di affiancarlo e di osservare.
I due guerrieri intanto avevano iniziato a scambiarsi qualche colpo, opportunatamente parato con la lama; nonostante la grandezza e robustezza dell'armatura, si muovevano con eleganza e fermezza. Dopo qualche tempo, però, Lector iniziò come a distrarsi. Nonostante vestisse l'elmo, a Josua pareva che ci fossero istanti in cui lo sguardo gli si perdeva nel vuoto. In uno di questi momenti, il suo avversario lo caricò con il pugnale teso; Lector ebbe una reazione di decimi di secondo – intollerabile in un astartes – e riuscì a schivare appena in tempo. Tentò di ribattere con un sinistro in testa all'avversario, ma quello schivò con facilità e lo atterrò con una spallata energica. Il sergente non fece segno di terminare il combattimento, e il soldato in vantaggio si gettò con l'arma su Lector; quello rotolò mentre la punta d'acciaio si infilava in profondità nel terreno, ma tentando di rialzarsi cadde di nuovo per terra. L'avversario si riprese, estrasse la lama e gli si gettò di nuovo sopra; Lector rotolò di nuovo di lato, riuscì a mettersi in piedi ma, dopo un istante, sembrò barcollare. Il sergente urlò, con voce irata, di sospendere il combattimento. Josua stava in silenzio, pensieroso, mentre Hiletos ne osservava l'espressione con la coda dell'occhio.
Lector venne raggiunto dall'altro astartes, che lo aiutò a tenersi ritto. Sembrò riprendersi del tutto solo quando si tolse il casco, rivelando un volto ancora giovane, la pelle visibilmente segnata dagli anni recenti di mutamenti anatomici indotti dai riti di iniziazione. Marcus lo chiamò a sé, e Lector raggiunse lui e i due capitani, con gli occhi stravolti.
«Sergente» cominciò, con tono di scusa.
«Le tue prestazioni sono inaccettabili» disse fermamente Marcus, che non osava guardare Josua per la vergogna, «e devo dire che la cosa sembra peggiorare di giorno in giorno.»
«Forse dovresti visitare l'Apothecarion» disse Hiletus, fissando Lector negli occhi. Quello non sostenne lo sguardo, guardando altrove.
«Ci sono già stato. L'apotecario non ha riscontrato nulla di sbagliato nella mia forma fisica.»
«Vorresti forse dire che la responsabilità è da imputare a chi ti addestra?» ribatté Marcus, facendoglisi incontro. Lector non si mosse, in silenzio.
«Sapresti descrivere il problema?» chiese Josua, con calma.
Lector scosse la testa. «No. Non con precisione, almeno. Ho l'impressione che quando cerco di concentrarmi, la vista mi si offuschi e la mente mi si confonda.»
Hiletus guardò di nuovo Josua. «Cosa intendi con confondere?»
«Mi sembra ridicolo e poco rispettoso descrivere questi momenti, signore» ribatté Lector, inspirando profondamente.
«Fa' come dice il capitano Hiletus» disse Josua, mentre Marcus si faceva più calmo e perplesso.
Lector annuì, muovendo gli occhi a destra e a sinistra. «Obbedisco, signore. Mi sembra, quando mi concentro in combattimento, che i colori dell'ambiente in cui mi trovo cambino. Questo mi confonde.»
«Dovrai farti sistemare le lenti dell'elmo» disse Marcus, poco convinto.
«Già fatto, signore. È tutto in ordine. Inoltre l'apotecario non ha trovato problemi nei miei occhi.»
Hiletus e Josua si guardarono. Marcus li osservava di traverso.
«Da quando ti succede?» chiese Josua.
«Dall'ultima battaglia con lo xeno, signore. Quattro mesi, direi.»
«A parte che con il sergente e con l'apotecario, con chi ne hai parlato?»
«Con i confratelli della squadra.»
«E con il cappellano Ariestes?» chiese Hiletus, facendosi avanti.
Lector fece cenno di no con la testa. «No signore» rispose.
Josua rimase in silenzio. Marcus lo guardava, adesso con un'espressione attenta.
«Ne parlerai con lui ora. Marcus, Lector verrà con me. Hiletus, vuoi...»
Il capitano della seconda compagnia annuì, senza aggiungere altro. Il sergente si congedò, e uscendo dall'arena Lector li seguì in silenzio, mentre il servitore di Josua li raggiungeva. Il capitano gli chiese di avvertire le stanze del cappellano che avevano bisogno di un suo consulto; il servo annuì lentamente, mentre luci bluastre e verdi si accendevano sulle placche metalliche che gli rivestivano il cranio, mentre comunicava con i sistemi senza fili della fortezza-monastero. Normalmente, Josua e Hiletus avrebbero chiesto udienza al Maestro Capitolare, ma la sua assenza giustificava la decisione di indagare, almeno per il momento, autonomamente. Josua, in cuor suo, aveva deciso di sospendere ogni giudizio e di aspettare semplicemente.
Raggiunsero il cappellano poco dopo che questi aveva ultimato i suoi uffici. Li ricevette in silenzio, completamente equipaggiato nell'armatura nera, ornata e rifinita, gli occhi nascosti dall'elmo forgiato nella forma di un teschio ghignante; un colosso di onice che si ergeva davanti a loro, ritto al centro della sala adiacente al Reclusiam dove era solito accogliere i fratelli che ne richiedevano il supporto.
I tre astartes resero onore alla guida spirituale del capitolo, e Josua spiegò, brevemente, che vari motivi lo avevano portato a chiedere a Lector di esporre la sua situazione al cappellano.
Ariestes annuì, senza dire altro; i due capitani allora si limitarono ad alzarsi, salutare rispettosamente, e uscire. Lector rimase solo al cospetto del guerriero nero, mentre le porte della sala si chiudevano spinte da servitori incappucciati e deformati da tubi e componenti meccaniche.
Josua e Hiletus decisero di tornare ai propri compiti alle arene, senza parlare di quanto stava avvenendo. Avevano lo stesso sospetto, che però evitarono accuratamente di rivelare apertamente finché il cappellano non avesse ultimato il suo lavoro. In effetti, soltanto dopo alcune ore i servitori vennero ad avvertirli che il cappellano voleva incontrarli.
Quando lo raggiunsero, nella sala in cui l'avevano lasciato, trovarono Lector con una strana espressione in viso, che Josua avrebbe chiamato – pensando ancora a quel mercante – disagio. Ariestes li attendeva accanto alla porta.
«Ho interrogato il confratello Lector» disse, con una voce profonda, bassa, che pareva provenire direttamente dagli abissi più oscuri e dimenticati di Thalassis IV, «e ho motivo di credere che sarà necessario chiamare uno psionico sanzionato.»
Josua mantenne un contegno accettabile. Mettendosi diritto, stringendo l'elmo sotto il braccio, guardò direttamente nelle lenti oscure di Ariestes.
«Intendi dire, cappellano...»
«Intendo dire che il cuore di questo confratello è puro» fece la voce buia e fredda dell'altro, «e che forse, dopo milleduecento anni, il capitolo ha di nuovo uno psionico tra i suoi ranghi.»
