Un ballo bollente
Mi sentivo troppo nervosa e non era normale. Più mi fissavo allo specchio, più riuscivo a vedere quanto agitatamente si muovessero le mie mani. Non era per il ballo, o per la missione. Era perché al piano di sotto Gabriel mi stava aspettando e tutto ciò non aveva senso. Vedevo me stessa appoggiata al lavandino riflessa di fronte ai miei occhi, l’espressione preoccupata e tesa tanto che non mi riconoscevo più. Ero cambiata in una settimana, tanto: sentivo che il ghiaccio intorno al mio cuore si stava poco a poco sciogliendo, dando spazio a una vita quasi normale per una comune diciottenne.
Diedi un’ultima occhiata, poi scomparii dal bagno. Camminavo piano perché non ero abituata alle scarpe col tacco, sebbene fossero bassi per il parere di Sheila. Erano dei sandali che avevo comprato nello stesso negozio del vestito, color argento con i nastrini blu più o meno della stessa tonalità del vestito. Controllai che il piccolo pugnale fosse fissato bene alla giarrettiera di Hilda, sperando anche che non si vedesse.
Arrivai agli scalini e feci un gran respiro. Dal salotto arrivavano delle voci: mio padre stava intrattenendo Gabriel mentre mi aspettava. Li sentivo chiacchierare degli esami, di cosa avrebbe voluto fare Gabriel dopo il liceo. E io non avevo intenzione di mostrarmi davanti a loro in quello stato.
Comparvi sulle scale e mio padre alzò il mento per guardarmi. Gabriel mi stava dando la schiena e appena vide l’espressione persa di Irvine, si voltò a sua volta. Quello che non mi aspettavo era la sua reazione, anche se ci speravo, infondo: spalancò gli occhi inarcando entrambe le sopracciglia. Aveva aperto bocca come se avesse voluto dire qualcosa, ma subito dopo la richiuse, deglutendo.
Era veramente mozzafiato: la giacca nera così come la cravatta, la camicia bianca sotto leggermente sbottonata, un semplice paio di jeans. Portava i soliti capelli scompigliati che splendevano sotto il mio lampadario e quegli occhi così attraenti, che mi lanciavano segnali indecifrabili, erano incollati su di me. Non riuscivo a togliere i miei dai suoi per qualche strano motivo: mi trovavo lì, di fronte a lui con lo sguardo fisso in quello di Gabriel. Vedevo solo quel blu e quasi mi sentivo affogare. Era una bella sensazione.
Scesi gli scalini uno ad uno, mentre la mia mente si ripeteva “piede destro avanti, piede sinistro, piede destro, piede sinistro” per non rischiare di cadere e nel frattempo i miei spettatori si alzarono in contemporanea. Mi sentivo leggermente in imbarazzo di quell’entrata in scena, siccome non ero abituata a tutto ciò. Mio padre annuiva con movimenti lenti e profondi, mentre Gabriel si limitava a fissarmi incredulo. Sembrava quasi avesse visto un fantasma.
Appena arrivai davanti a loro, mi strinsi nelle spalle. «Ricordatevi», dissi fissando prima mio padre, poi il mio accompagnatore, «io non metterò mai più le scarpe col tacco. Questa è la prima e ultima volta». Gabriel sciolse tutta la tensione in una dolce risata coinvolgente ,mentre mio padre non fiatò.
«Non ti preoccupare, nessuno ti obbligherà di nuovo», disse il ragazzo. Non gli risposi, limitandomi a sbatacchiare freneticamente il piede, impaziente da scomparire da lì e farla finita in fretta.
Mio padre ci scattò qualche foto a tradimento, probabilmente le ultime della mia breve vita.
Al settimo cielo, le guardò velocemente sulla macchina fotografica digitale e disse: «Presto le faremo vedere a tua madre». Non risposi, ma mi limitai a sorridergli. Tutto dipendeva da me.
«Sei pronta?», chiese Gabriel.
Ecco la domanda giusta: ero pronta? Prova a chiedermelo tra una settimana, magari ti risponderò di sì, disse la mia mente.
Chiusi gli occhi per ricacciare la voce da dove era venuta e sospirai. «Sono pronta». La mia voce non era molto rassicurante. Accompagnai le parole annuendo. «Andiamo?», chiesi.
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Ice Heart
Vampire"E se le tue difese crollassero a pezzi?" Kimberly Drake, londinese di diciotto anni, ha perso sua madre e ora anche la sua unica amica è in pericolo. Dovrà misurarsi contro l'ultimo figlio del primo vampiro ad essere stato creato, Victor. Ma nel su...
