Allenamento intensivo

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Allentamento intensivo

Lasciai sbattere la testa contro il legno liscio e freddo della porta dopo averla chiusa dietro le spalle di Gabriel, strizzando gli occhi. Forse non mi ero comportata come avrei dovuto, ma non avevo altra scelta.
Stupida, mi dissi subito nella mente. Non potevo mettere a rischio la vita di altre persone, eppure lo avevo appena fatto.
Perché gli avevo raccontato tutto? Forse perché mi fidavo ciecamente di lui.
Speravo di non sbagliarmi.
Ma il modo in cui mi guardava con quegli occhi carichi di preoccupazione, di dolore, o come teneva in mano la foto di mia madre, come si rivolgeva a me... Sì, potevo fidarmi.
Nella mia mente lo ringraziai anche per essersi risparmiato battute infelici su mio padre, dato che ero particolarmente suscettibile quando si apriva bocca riguardo la mia famiglia. Nessuno sapeva e nessuno aveva il diritto di parlare.
Andai in camera a prendere la giacca per posarla poi in laboratorio.
Tornai da mio padre, lasciando però la porta aperta. Appena entrai, mi guardò di sottecchi. «Non è un po’ tardi, Kim?», chiese.
Mi avvicinai all’attaccapanni e posai lì la giacca. «Senti da chi arriva la predica. Tu credi che dormirai mai più di due ore per notte?».
Sorrise sotto i baffi, agitando tra le dita una provetta. «Tu ne dormi occhio e croce tre e mezzo, credo di poter resistere al sonno quanto te».
«Beh, possiamo notare da chi ho preso questo pregio. O difetto, dipende da come lo si interpreta. Quindi non ti lamentare».
«Credo tu lo abbia preso più da tua madre che da me», disse rabbuiandosi, ma facendo comparire un sorriso tenero appena pensò a sua moglie. Mi lanciò una lunga e pesante occhiata. Sotto le lenti, le sue iridi erano leggermente più scure delle mie. Tornò poi a guardare la provetta che teneva in mano.
«Sì, probabile», risposi abbassando lo sguardo. Da quando se n’era andata, non eravamo mai riusciti a parlare di lei ad alta voce, se non al massimo menzionarla. Ricordarla era difficile per entrambi e mio padre non voleva che io soffrissi. Cercava di sostituirsi a lei, anche se sapeva che non era la stessa cosa. E io lo apprezzavo ancora di più per questo.
Girai per il laboratorio, guardando tutto quello che stava studiando. Cellule morte, cellule vive, la fusione delle due specie, i processi possibili per tornare umani...
«Niente di nuovo?», chiesi.
Tirò due picchiettate alla provetta con le dita. Il liquido ora mi sembrava un blu più scuro rispetto a quello che avevo visto poco tempo prima, ma c’era sempre quella nuvoletta di fumo bianco che usciva. Mi ricordava molto mia madre quando fumava le sigarette. Non era una fumatrice ostinata, ma ogni tanto se ne concedeva una, a causa dello stress probabilmente. Non era facile conciliare lavoro pomeridiano come professore e notturno come ammazza vampiri. Ora capivo quanto potesse essere dura.
«In poco più di un’ora non riesco a fare passi da gigante», rispose sorridendo.
Mi strinsi nelle spalle. «Sì, ma credevo che magari davanti a Gabriel tu non volessi lasciarti scappare troppo», spiegai.
Ridacchiò tra sé e sé, cercando di non farsi sentire. «Sa tutto, vero?».
Sospirai, rimanendo immobile ed in silenzio. Sbirciai ancora tra tutti gli esperimenti, molti dei quali erano falliti, così come tutti quelli che avrebbe ancora provato.
A mio parere, il processo era irreversibile e anche papà lo sapeva. Ma non voleva mollare così senza nemmeno averci provato. Non era degno del cognome Drake arrendersi.
Sospirai, incrociando le braccia al petto. «Sì, gli ho raccontato più o meno tutto».
Mi riavvicinai al tavolo da lavoro. Mio padre mi fissò a lungo, tanto che quegli occhi iniziarono a diventare pesanti. «Cos’è successo?», chiese improvvisamente.
Ricambiai lo sguardo, inarcando un sopracciglio. «Cosa?».
«Non sei estroversa Kim, ti conosco bene. Se leghi con le persone è per qualche motivo, specialmente se racconti certe cose personali di cui non parli con nessuno. Nemmeno con me».
Sospirai. Aveva ragione infondo. Era mio padre, mi conosceva più che bene. Da quando era scomparsa mamma – un anno circa – non avevo più legato con nessuno, se non con Sheila.
«Al locale mi ha salvato indirettamente la vita», spiegai.
Sembrò irrigidirsi. Certo, a nessun padre faceva piacere sapere che sua figlia aveva rischiato di rimetterci le penne. «In che senso?», domandò rimanendo composto.
Chiusi gli occhi e respirai a fondo. «Stavo per ucciderlo papà, ci mancava tanto così», dissi facendo un gesto con le dita. «Ma Gabriel e Leonard gli hanno sparato del colorante addosso, e...».
«Colorante?». Ridacchiò debolmente, per non farsi sentire.
«Sì. Mi sono distratta per un secondo e Blood mi aveva vista. Se non fosse stato per Gabriel, a quest’ora probabilmente ero morta e sepolta. E’ venuto da me, dopo che mi aveva vista dietro la colonna dove mi nascondevo. Perciò Arthur ha preferito togliersi dalla scena».
La sua fronte, durante il racconto, si era riempita di sudore freddo. Ora sembrava stesse cercando di rilassarsi, anche se non riusciva proprio. «Già, non credo sia così stupido da farsi notare in mezzo a tanta gente. Meno male che c’era lui, allora».
«Sì, ma se non ci fosse stato, Arthur Blood sarebbe già morto».
Mi mise una mano sulla spalla, scuotendomi dolcemente. «Andiamo Kim, non si può ottenere tutto dalla vita. L’importante è che tu sia ancora viva».
«Già...»,sibilai.
Sistemò la provetta accanto a tutte le altre, spegnendo la lampada da laboratorio. «Tu ti fidi di questo ragazzo?».
Sospirai. «Si, ci si può fidare. Figurati, ora vuole addirittura aiutarmi», dissi con una risata isterica.
Mio padre mi fulminò con lo sguardo appena incrociai i suoi occhi della mia stessa tonalità, con le pupille allargate per colpa del buio nella stanza. «Ma non hai accettato il suo aiuto, vero?». Sapeva meglio di me quanto potesse essere pericoloso, per questo non voleva questa vita anche per me. Bastava mamma che rischiava la vita ogni minimo secondo.
Mi strinsi nelle spalle. «Ho provato a spiegargli che era meglio che lui non s’immischiasse nella faccenda, ma non ci sono riuscita».
Dopo avermi inchiodata a terra abbassò lo sguardo e sorrise. «Beh, in fondo tua madre credeva che fosse meglio andare in caccia perlomeno in due».
Si tolse il camice da laboratorio e lo appoggiò accanto alla mia giacca. «Sì, ricordo», dissi.
Mio padre mi mise una mano dietro la schiena ed insieme uscimmo dal laboratorio. Chiuse con la chiave la porta e se l’infilò nella tasca dei pantaloni.
Andammo in cucina. Mio padre prese da bere dal frigorifero, mentre io rimasi a guardare la porta. Cos’avevo di meglio da fare?
Sarei potuta uscire per un’occhiata nei paraggi. Non m’interessava andare a dormire e per resistere esistevano i caffè. Mamma diceva sempre che a me non faceva bene bere il caffè, perché mi rendeva troppo nervosa. Aveva ragione da vendere, ma non potevo farne a meno. Come se fosse stata la mia droga personale.
Mio padre vide che continuavo a guardare fuori. Quando mi voltai, aveva i suoi occhi sui miei, consapevole di cosa avrei voluto fare. Rattristito, ma conscio che non avrebbe potuto far niente per impedirmelo, o che non gli avrei dato retta.
«Preferirei fare ancora una pattuglia», mormorai stringendomi nelle spalle. Usai il tono di voce più delicato che riuscissi, in modo da alleviare il suo dolore e la sua ira.
Sospirò. «Kim, è tardi. Per favore, stai a casa. Sei già uscita prima». La sua voce era supplichevole, troppo supplichevole. La usava con me e mamma tante volte, quando era preoccupato. Ad esempio in casi come questo.
«Prometto di fare in fretta. Mezz’oretta e torno», dissi uscendo velocemente e sbattendo la porta dietro le mie spalle. Non volevo sentire ancora la sua voce, non volevo sentirmi in colpa per non ascoltarlo. E non volevo sentire il peso dei suoi occhi stanchi sulla mia schiena.
Da quando mamma non c’era più, papà era cambiato. Era più fragile, più concessivo ed io non ero il tipo che se approfittava. Non volevo nemmeno diventarlo.
Ma quello era il mio lavoro: assicurarsi che non ci fossero dei nemici in giro.
Non avevo armi con me, se non un po’ d’acqua santa, sempre a portata di mano nelle tasche dei pantaloni.
Entrai tra le foreste di Hampstead Heath, trovando sempre meno persone sia perché erano quasi le tre, sia perché non era un luogo frequentato dalle persone a quell’ora della notte. Non era sicuro girare tra i boschi al buio: era qui che i vampiri preferivano attaccare rimanendo con un profilo basso. Erano piuttosto furbi per essere delle creature senza cuore.
Camminavo da sola, con le mani affondate nelle tasche dei pantaloni. Anche se non avevo la giacca, non faceva freddo. Non lo soffrivo quasi mai. Ero perennemente fredda, pur essendo umana e viva.
Odiavo questa mia caratteristica: mi rendeva più simile a quei succhia sangue maledetti.
Scusa mamma.
In un vicolo vicino allo Spaniards Inn, un piccolo pub situato tra gli alberi della zona, vidi una ragazza giovane: una bambina. Aveva all’incirca dieci anni, forse, ed era bellissima: i capelli erano biondi e lisci, lunghi fino a metà schiena. Teneva un mano un orsacchiotto di pezza, che toccava per terra. Mi avvicinai lentamente, senza toglierle gli occhi di dosso.
Era poco vestita, con indosso solamente un abito rosa senza maniche e lungo fino alle ginocchia. La sua pelle era del colore della luna, che si rifletteva sulla bambina.
Quando si voltò, vidi quegli occhi penetranti, azzurro mare. Rimasi immobile a fissarla, non negli occhi, ovviamente.
«Dov’è la mamma?», mi chiese con voce squillante appena le fui vicina.
Sospirai. «Non lo so». Mi abbassai in modo di essere alla sua altezza. «Come ti chiami?», le chiesi.
Si portò un dito in bocca, lasciando intravedere i canini affilati. Mi coprii bene il collo con i capelli. «Alice», rispose con tono innocente.
«Alice...», mormorai a bassa voce.
«Hai un buonissimo profumo, sai?». Mostrò ancora quel sorriso magnifico e tenebroso, maledettamente pericoloso.
Cercai di essere il più sciolta possibile, anche se non riuscii a non irrigidirmi. «Grazie, anche il tuo è molto buono».
«Perché non è qui la mamma?», chiese ancora con quella voce dolce, simile al suono delle campane. Mamma... a quella parola i ricordi affollarono la mia mente: quando mi aveva parlato dei vampiri, i nostri allenamenti, la sera in cui era stata uccisa davanti ai miei occhi...
Mi strinsi nelle spalle. «Non lo so. Ti ha detto di aspettarla qui?».
«Sì», rispose prontamente, «mi ha detto di stare ferma qui perché doveva allontanarsi, ma sarebbe tornata subito. Le ho dato un bacio per salutarla ed è caduta a terra. Delle persone l’hanno accompagnata a farsi vedere da un medico, io sono rimasta qui come ha detto lei».
Chiusi gli occhi e mandai giù il nodo. Troppo tardi, pensai. «Magari non la vedrai per un po’», dissi controllando la mia voce, senza lasciar trapelare alcun segno di panico.
Aggrottò un sopracciglio perfetto. «Perché?».
La guardai piena di dispiacere. «Magari è andata a comprarti un nuovo pupazzo». Non badai nemmeno alla realtà che a quell’ora i negozi erano tutti chiusi. Ma era una bambina, cosa poteva importarle?
Si strinse l’orsacchiotto tra le braccia, iniziando a dondolare a destra e a sinistra. «Che brava che è la mia mamma», farfugliò sorridendo.
Le sorrisi anche io. «Potremmo andare insieme a cercarla, magari ti ha preso un gigantesco pupazzo a forma di cavallo». La vidi scalpitante, completamente eccitata. «Che ne dici se prima facciamo un sonnellino? Almeno la sorpresa sarà ancora più bella», le chiesi. Mi portai una mano alla tasca e tirai fuori una boccetta d’acqua santa. Avrei tanto voluto avere con me un pugnale, almeno non l’avrei fatta soffrire.
Era una vampira, okay. Ma era una bambina, alla quale era stata strappata la vita. Ed io le stavo strappando quella nuova, di cui non era ancora a conoscenza.
«Ma io non ho sonno», borbottò, incrociando le braccia al petto. «Io voglio la mamma».
Chiusi gli occhi. «Ti sentirai meglio. Bevi», dissi allungandole la boccetta.
Mi guardò sospettosa. «Mamma dice che non devo accettare niente dagli sconosciuti».
Le sorrisi. «Ma io non sono una sconosciuta. Mi chiamo Kim. Dopo andremo a cercare la mamma, va bene?».
Mi sorrise allegramente, rendendo il compito più difficile di quanto potesse essere. «Okay», rispose allegra. Prese dolcemente la boccetta d’acqua ed iniziò a bere.
Dopo che l’ebbe bevuta completamente, lasciò cadere il vetro ed iniziò a respirare affannosamente. Mi allontanai velocemente con un balzo, stando attenta ai suoi movimenti.
La bambina iniziò ad andare in fiamme, partendo dal suo cuore fermo. Non gridava nemmeno per il dolore, ma si limitava a fissarmi incredula. Si chiedeva, forse, il perché le avessi fatto quello, anche se non sapeva nemmeno lei che cosa le avessi fatto esattamente. Non era a conoscenza dei metodi per uccidere uno della sua specie, dato che non conosceva il suo essere nuovo.
«Scusa», sussurrai.
Alice, in pochissimo tempo, divenne un mucchietto di cenere sotto i miei occhi ed il vento alzò una nuvola nera ed acre, tanto che dovetti tapparmi il naso e la bocca con la mano.
In quel momento non mi sentivo un’ammazza vampiri, ma mi sentivo un mostro. Un mostro che aveva appena ucciso una bambina, la quale aveva appena dissanguato la madre.
Era inevitabile, mi sarebbe capitato prima o poi.
Maledetto colui che aveva osato trasformare Alice in una creatura orribile e senza vita.
Scusa mamma.
Tornai a casa, a testa bassa. Se il buon giorno si vedeva dal mattino, quella non era affatto giornata. Non mi era capitato spesso di trovare dei bambini vampiro: erano più innocui dei genitori, ovviamente, ma mi sentivo male quando mi toccava sbarazzarmi di loro.
Mio padre era ancora sveglio, seduto al tavolo in cucina. Appena entrai scattò in piedi.
«Papà sei ancora qui?», chiesi chiudendo delicatamente la porta.
«Ti volevo aspettare», spiegò.
Mi avvicinai a lui, scuotendo la testa. «Non ti fidi di me, vero?».
«No, io mi fido di te. Non mi fido degli altri».
Sospirai. «Già, nemmeno io». A parte Gabriel. Appena pensai a lui sentii una vampata di calore scorrermi nelle vene ed infiammarmi la gola, insensatamente.
«Trovato qualcosa?», chiese.
Fissai il tavolo in silenzio. «Sì. Una bambina». Notai subito la mia voce roca. Ripensando a quel momento, mi sembrò di nuovo di sentire la puzza di bruciato e di vedere gli occhi innocenti ed increduli di Alice su di me. Mi pugnalavano, come nessuno aveva mai fatto, come se fossi stata una traditrice.
Mio padre chiuse gli occhi. «Vampira?». Annuii, mentre un crampo allo stomaco iniziava a farmi provare dolore. Mi sentivo male, tanto male. «Hai fatto solo quello che dovevi». Cercò di rassicurarmi, massaggiandomi dolcemente la mano. Io non davo segni di vita.
I miei occhi erano vuoti. «Ha ucciso la madre e non lo sapeva nemmeno. Non sapeva cos’era diventata, non sapeva niente di niente», spiegai quasi alle lacrime.
Mio padre mi abbracciò. «Kim non fare così. Sono cose che succedono, purtroppo. Non possiamo avere il controllo sui vampiri, ma loro su di noi sì. Per questo esistono persone coraggiose come te».
Feci un gran respiro, sorridendogli. «Sì, hai ragione». Non dovevo piangere. L’ultima volta era stato... tanto tempo fa. Non ero riuscita a piangere nemmeno quando era morta mia madre, perché ero così arrabbiata e vogliosa di vendetta che non ebbi nemmeno il tempo per addolorarmi.
«Dai andiamo a letto», disse mettendomi un braccio dietro le spalle.
«Sì», sussurrai.
Entrai in camera e chiusi la porta dietro le mie spalle, poggiandomici contro. Guardai un po’ in giro: un’abitudine che avevo da sempre. Osservai la finestra chiusa, il letto scompigliato e la scrivania: la foto di mia madre era ancora lì.
Mi venne subito in mente Gabriel, i suoi occhi quando la guardavano, le sue mani che la sorreggevano. Osservando lei, guardava me. Io e mia madre eravamo molto simili, non solo fisicamente, ma anche come spirito.
Vidi poi improvvisamente il volto di Alice, con quell’espressione stupita, mentre mi guardava allontanarmi da lei perché stava andando a fuoco. Mi chiedevo anche il perché non avesse urlato e magari chiamato qualche altro vampiro nella zona, in modo che avesse potuto uccidermi una volta per tutte, vendicandola.
Strinsi la foto nella mano destra.
«Ti libererò, mamma», promisi a bassa voce.

Il giorno volò velocemente, tanto che non me ne accorsi nemmeno. Era la sera il culmine delle mie giornate. Il momento più agguerrito, il momento più eccitante.
Non che uccidessi vampiri per puro divertimento. Lo facevo perché lo avevo ereditato da mia madre e perché sentivo che era mio compito proteggere le persone.
Almeno a Londra.
Esattamente alle dieci di sera suonarono il campanello ed andai ad aprire. Alla porta c’era Gabriel, ovviamente.
Era davvero carino: aveva un paio di jeans normalissimi, una maglietta nera attillata sotto ed una giacca in pelle, simile a quella che avevo io. Ed i suoi occhi erano magnifici come sempre.
Appena aprii, mi fece un gran sorriso. «Ciao Kim», mi salutò dolce e felice. Chissà perché.
«Entra pure», dissi facendogli spazio. Gabriel entrò meno timidamente del giorno prima.
In cucina gli offrii subito una lattina di coca cola. Tolse la giacca e la sistemò sul divano in salotto. Rimase in silenzio, come me, mentre ero appoggiata al tavolo della cucina.
Iniziò poi a fissare la porta di metallo. «Tuo padre è di nuovo in laboratorio?», chiese.
Girai la testa per guardare esattamente dove stava guardando lui. «Sì», risposi sospirando.
Mi sorrise. «Quanto tempo passa là dentro?».
Bevvi un sorso e mi strinsi nelle spalle. «Tutte le sere e tutte le notti. In questa famiglia non si dorme molto», ridacchiai.
«E il pomeriggio lavora?», chiese appoggiandosi al divano.
«Sì, fa le ricerche per la compagnia per cui lavora. Sempre in ambito microbiologico, ovvio. Stava lavorando coi suoi colleghi su un nuovo farmaco per curare alcune malattie per i bambini. E’ da lì che prende i suoi spunti per trovarne uno adatto a mia madre. Studia prima gli umani, poi i vampiri. Su questi può basarsi solo su alcune ricerche, ma sono sempre utili».
Mi rispose con un ulteriore sorriso. Era incredibilmente affascinante, con quei capelli sparati in aria, anche se molto scompigliati. Mi stupiva il fatto che non avesse fatto altre domande sulle ricerche di mio padre. Lavorare su nuovi farmaci non era cosa da poco, anzi. Probabilmente si chiedeva come facesse a sopportare una routine così dura.
«Andiamo», dissi spostandomi dal tavolo. Gabriel riprese in mano la giacca e se la stava infilando. Mi fermai immediatamente, guardandolo storto. Appena notò la mia espressione, si fermò anche lui, con un braccio in aria mentre metteva la manica. «Cosa c’è?» , chiese confuso.
«Non è il caso che te la metti».
«Ma fuori non fa molto caldo», mi avvertì.
Sorrisi. «E chi ha detto che dobbiamo andare fuori?», chiesi ironica.
Rimase a fissarmi, senza fiatare per qualche secondo. «Credevo che i nemici si trovassero fuori».
Mi avvicinai a lui e gli tolsi la giacca, risistemandola sul divano. «I nemici ti uccideranno in nemmeno cinque secondi se prima non ti alleni».
«Appunto, credevo che fosse questo l’allenamento».
Gli passai davanti e mi girai per guardarlo. «Non ho intenzione di allenarti a come morire. Non ti lascerò andare là fuori se prima non sai usare una pistola, un pugnale ed una balestra. E là fuori è una questione leggermente più seria di un semplice allenamento».
Abbassò lo sguardo, mordendosi il labbro inferiore. «Quindi cosa si fa?», chiese. «Dobbiamo allenarci chiusi qui dentro? Mi sa che romperemo qualcosa, se non rischiamo di distruggere addirittura la casa».
Alzai il mento. «Seguimi», dissi. Mi voltai e percorsi il corridoio, con Gabriel alle mie spalle.
Sorrisi scuotendo la testa. Dovevo aspettarmela una cosa del genere: non poteva immaginare in quale altro modo potessi allenarmi. E specialmente in quale altro luogo.
Entrammo nella stanza delle armi. Preferii iniziasse con le pistole, le più comode e le più pratiche. Per le balestre bisognava avere il braccio fermo ed una buona precisione, mentre per i pugnali sarebbero stati necessari gli attacchi corpo a corpo.
Meglio iniziare con le cose più semplici.
Presi una semplice Beretta M9,una per me ed una per lui. Gliela porsi e Gabriel non fece parola. Prese la pistola e la tenne con la punta rivolta verso il basso.
Mi avvicinai poi alla porta d’entrata e schiacciai un pulsante accanto ai feretri delle frecce. Al centro della stanza si aprì un passaggio sotterraneo, con una scala che conduceva in un’altra stanza. La stanza d’allenamento.
Nessuno oltre a me e mia madre era entrato lì dentro. Nemmeno mio padre.
Gabriel sembrava alquanto sorpreso. Certo, casa mia era più una sottospecie di castello con all’interno un carcere, un’armeria ed un laboratorio. Come nei libri d’orrore.
Scesi velocemente col ragazzo dietro di me.
La stanza d’allenamento era piuttosto grande, suddivisa in numerose sezioni. C’erano quelle per la mira coi proiettili, quelle per le frecce, quella...
«Anche per i pugnali?», chiese guardando la zona della stanza riservata a quegli oggetti.
Feci spallucce, stiracchiando il labbro inferiore. «Certo, anche i pugnali si possono lanciare, ma bisogna avere una buona mira. Poi sono più efficaci delle pistole, non fanno rumore e sono ottimi per non farsi scoprire», spiegai.
«Ma noi partiremo dalle pistole, giusto?», chiese sorridendo.
«Esatto».
Sperai che la temperatura non fosse stata troppo bassa. Io ne ero abituata, ma non credevo lo fosse stato anche Gabriel. Era molto simile al clima serale della città, aiutava ad immedesimarsi. E poi allenarsi in una camera già calda sarebbe stato solo soffocante.
«E anche un ring?», chiese ancora più stupito.
«Ricordi che ci sono anche le spade?».
Inarcò un sopracciglio. «Perché, usi davvero anche quelle? Credevo che fossero lì per bellezza», disse ridacchiando.
Alzai un angolo della bocca. «No, anche quelle si usano. Non molto, ma possono tornare utili. E’ una passione che ho ereditato da mia madre: amo le spade».
Mi voltai verso di lui e lo vidi ingoiare la saliva, con un’espressione non tanto tranquilla. «E ci alleneremo anche con quelle?».
Alzai gli occhi al soffitto, sospirando. «Non credo sia necessario. In realtà speravo che vedendo questo posto tu cambiassi idea», ridacchiai piuttosto seria. I suoi occhi divennero due fessure, come se avesse voluto fulminarmi. «Non smetterò mai di sperare che tu ti tiri indietro».
«Perché?», domandò avvicinandosi.
«Perché è pericoloso Gabriel e tu non te ne rendi nemmeno conto. Sembra quasi che sia un gioco».
Mi afferrò il braccio, senza stringere forte. Senza reagire come avrei fatto in qualsiasi altra situazione – volevo evitare un compagno con un braccio rotto al primo giorno – rimasi immobile a fissarlo. «Non è un gioco e capisco quanto sia pericoloso. Piuttosto io voglio esser sicuro che non ti succeda niente».
«Ho visto la morte davanti ai miei occhi Gabriel, non è stato bello. Ciò che mi preoccupa è che tu non sia pronto per questo», mormorai mentre mi lasciava. La sua mano era calda rispetto alla mia pelle. Scosse la testa, mordendosi il labbro e continuando a fissarmi. Le sue iridi blu notte erano così sincere che non riuscii a sostenere il suo sguardo. «Dovremo iniziare dalle cose più semplici», sbuffai.
«Del genere?» , chiese girando la pistola tra le dita.
«Mira, è la cosa fondamentale. Non credo ti serva imparare a sparare proiettili curvati, non useremo pistole per uccidere Arthur».
«Proiettili curvati?», chiese spalancando gli occhi.
Sorrisi e mi voltai, sparando velocemente un colpo, dando il piegamento col polso destro. Colpii perfettamente il bersaglio attaccato alla parete, circa a dieci metri da noi. Era difficile sparare delle pallottole del genere, ma nulla era impossibile. Anche io ci impiegai un po’ di tempo per impararlo, ma intanto Gabriel non doveva saperlo fare.
«Cose del genere», dissi voltandomi verso di lui.
Deglutì sbattendo qualche volta le palpebre. «Non credo che sarò in grado di farlo».
«Ti stai già arrendendo?», chiesi sorridendo in modo strafottente.
Ricambiò il mio sorriso e sospirò. «Allora, cominciamo?», chiese aprendo le braccia, come se fosse stato un invito. Mi sistemai accanto a lui, esattamente nella sezione dove si usavano le pistole. Sparavo sempre io per prima, in modo da fargli vedere.
I primi colpi non andarono proprio bene. Colpì una volta solo il manichino e altre volte lo aveva solamente sfiorato. Certo, era anche abbastanza lontano, ma ero sicura che Gabriel avrebbe imparato in fretta.
Gli feci usare delle pallottole di plastica in modo da non sprecare quelle in frassino, le più usate. Quelle d’argento non era il caso, dato che era un semplice allenamento.
La nostra priorità erano i vampiri: loro uccidevano, loro trasformavano. I licantropi erano semplicemente dei grossi lupi mannari, nemmeno tanto ostili all’uomo. Mi era capitato di vederne uno l’anno prima, dopo la morte di mia madre, ma non ero abbastanza vicina per poterlo osservare attentamente ed è stato un momento così breve che non ricordavo nemmeno il suo aspetto. Le leggende raccontavano che vampiri e lupi mannari fossero nemici fin dalle origini; questioni di potere: un clan voleva l’estinzione dell’altro per essere la razza dominante, per imporre le proprie leggi.
Per questo esistevano i cacciatori: per impedire che ciò accadesse.
«Andiamo avanti tutta la notte con le pistole?», chiese Gabriel distraendomi dal mio mondo dei pensieri. Scossi la testa, rinvenendo. «Guarda ho fatto centro», disse sorridendo, come se avesse appena vinto ai baracconi il premio speciale.
Guardai il buco che aveva appena fatto nel centro della testa del manichino. «Perfetto, decisamente meglio rispetto a quando avevi appena preso in mano la pistola. Ma ricorda: non si migliora nell’arco di un’ora, ci vogliono tanti, continui allenamenti. Quando mi sembrerai abbastanza in grado di sparare passeremo ai pugnali».
«E le balestre?» .
Sorrisi, asciugandomi con la mano la goccia di sudore che scendeva dalla tempia. «Una volta che hai la mira è più facile imparare. E’ molto simile alle pistole, bisogna solo sopportare il peso».
Aggrottò un sopracciglio, confuso. «Ma allora perché al club hai portato la balestra e non la pistola? Insomma, se il risultato è lo stesso perché scomodarsi tanto? Le pistole sono più comode e pratiche», osservò.
«Hai ragione, sono più facili da maneggiare. Ma non sono silenziose quanto le balestre», risposi mentre faceva un sorriso d’approvazione. «Bisogna essere sempre cauti al cento per cento. Ecco un’altra regola fondamentale», aggiunsi.
«E quali sono esattamente le altre regole fondamentali?», domandò posando la pistola su un ripiano accanto alla postazione per sparare.
«Per quanto riguarda i vampiri ci sono diverse misure di cautela. Primo, non guardarli negli occhi».
«Perché?», chiese subito.
«Hanno il potere della malia», spiegai prendendo la pistola e sparando un colpo, dritto al centro del petto del manichino. «Un’abilità che ti rende in grado di, come dire?, attrarre le persone. Cadi ai loro piedi, li vedi come le persone più perfette del mondo. In poche parole controllano la tua mente e tu non ti rendi conto di quello che fai».
«Una specie di ipnosi», dedusse Gabriel. Sospirai annuendo alla sua affermazione. «Quindi è per questo che Sheila c’è cascata».
«Sì», sospirai. «Poi, il modo più efficace per ucciderli te l’ho già detto. Ah sì, devi coprirti bene il collo», dissi voltandomi verso di lui. Piccola cosa a cui non avevo pensato: Gabriel non aveva i capelli lunghi per ripararsi. Maledizione.
«Perché coprirsi il...collo?», chiese portandoci istintivamente una mano sopra. «Per evitare morsi?».
Scossi la testa. «No, loro non badano a vedere dove ti mordono, lo fanno e basta. E’ perché si sente di più il tuo odore. Vedi, i vampiri hanno dei sensi impareggiabili, il loro olfatto è finissimo. Una volta che sanno com’è il tuo profumo, ti potrebbero sentire a centinaia di metri di distanza», spiegai.
Spalancò gli occhi, probabilmente un po’ per il terrore ed il disgusto. Poi sorrise inaspettatamente. «Allora dovrò procurarmi una parrucca coi capelli lunghi», scherzò ridacchiando.
Mi lasciai scappare una risata anche io. «No, non è necessario. In qualche modo questo problema lo risolveremo. Basta mettere del profumo e l’odore del tuo sangue si sente meno».
Rimase a guardarmi, sorridendo. «Altre regole?».
Girai gli occhi in aria, pensando. «In realtà ce ne sarebbe ancora una, ma non è poi così importante», risposi a testa bassa. Sparai un altro colpo, che però beccò la spalla del manichino.
«Quale?», disse avvicinandosi e prendendomi la pistola. La sua mano era così calda in confronto alla mia. Sembravamo fuoco e ghiaccio, tanto che mi fece venire i brividi. Sparò anche lui e riuscì a prendere in pieno petto il bersaglio. Si voltò sorridente, bello da mozzare il fiato.
«Bisognerebbe andare a caccia in gruppo. Perlomeno in due», dissi guardandolo di sottecchi.
Gabriel aggrottò un sopracciglio. «E tu invece vai a caccia da sola? Ma sei pazza?», mi sgridò avvicinandosi sempre più, fino a farmi sentire il suo respiro sul mio viso.
Avevo i crampi allo stomaco.
«L’unica persona che conosco che è al corrente di tutto era mia madre. Con chi sarei potuta andare io? Facevo tutto per conto mio, per sicurezza. Preferisco fidarmi solo di me stessa, così se avessi compiuto uno sbaglio, l’avrei pagata solamente io», risposi fissandolo nei suoi immensi occhi blu oceano. «Per questo non volevo il tuo aiuto».
Sospirò, scuotendo la testa. «Beh, ora puoi contare anche su di me, come già ben sai. Non ti lascerò da sola». Le sue parole suonarono come una solenne promessa. Il mio cuore iniziò a battere sempre più forte e istintivamente, lasciai cadere i miei occhi sulle sue labbra, rosee e socchiuse.
Per un momento anche lui fece lo stesso ed entrambi rimanemmo immobili. Continuai a respirare piano, sperando di non spezzare quell’armonia perfetta.
Ma cosa mi stava capitando?
Io che perdevo la testa per un ragazzo? No, non era possibile. Non era il caso.
C’erano cose più importanti a cui pensare.
Dovevo prima di tutto uccidere Arthur Blood e poi liberare mia madre uccidendo Victor.
Mi voltai, guardandomi in giro. Gabriel rimase ancora impalato, probabilmente fissandomi. Non volevo girarmi per controllare.
«Mi sa che per questa sera l’allenamento sia finito», dissi. «Hai fatto molti progressi in una sola notte, complimenti», aggiunsi voltandomi con più spontaneità che potessi. Nel frattempo gli ripresi la pistola, posandola sul tavolino e togliendo i proiettili rimasti. Lui mi stava guardando dolcemente, anche troppo forse.
Che gli prendeva?
Non credevo affatto di essere il tipo di ragazza che piaceva a Gabriel. Ne ero sicura.
«Io non ho niente da fare intanto», rispose sorridendo.
Mi voltai verso di lui, alzando un sopracciglio. «Come scusa?».
«Io non voglio andarmene da qui», sospirò a bassa voce.
Mandai giù il groppo alla gola che mi era venuto. Che cosa aveva intenzione di fare ancora? Ora anche lui era diventato uno che non dormiva mai, come me?
Mi concentrai sulla pistola. Sistemai i proiettili in un sacchettino e tornai con Gabriel nella stanza delle armi, il tutto rigorosamente in silenzio.
Il ragazzo mi seguiva ed io passavo veloce da una parte all’altra della stanza coi suoi occhi addosso. Mi sentivo quasi imbarazzata, una sensazione nuova, strana.
Posai pistola e proiettili al loro posto.
«Abbiamo ancora un discorso in sospeso, ricordi?», disse comparendo improvvisamente al mio fianco, facendomi sobbalzare. «Scusa, non volevo spaventarti», aggiunse ridacchiando.
Scossi la testa. «No, non mi hai spaventata», dissi con voce tremante. «Che discorso non abbiamo concluso?», chiesi sbattendo un paio di volte le palpebre.
Gabriel respirò a fondo, con un aspetto molto serio. «Ieri mi hai detto che preferivi andartene in giro la notte perché avevi paura che qualcuno morisse per colpa tua...». M’irrigidii istintivamente. Una marea di ricordi passò velocemente i miei pensieri, come se fossero appena stati sparati tutti alla velocità della luce. Strizzai gli occhi trattenendo le lacrime. «E così che tua madre è diventata una... vampira?», volle sapere.
Sospirai, fissando le pistole appese alla parete. Ce n’erano proprio di tutti i tipi. Quelle col silenziatore, quelle con l’impugnatura decorata, le revolver, le terzette, a colpo singolo ,a colpi multipli, da diversi millimetri...
«Vieni con me», risposi sospirando e dirigendomi verso la porta.
Gabriel non chiese niente, si limitò a seguirmi in cortile. Mi avvicinai ad un albero, aspettando che il ragazzo arrivasse fino a me. Appena mi fu accanto, con un balzo, mi arrampicai sui rami, facendo cenno di seguirmi. Gabriel ci mise un po’ di più rispetto a me, non essendo abituato.
«Ma come fai ad arrampicarti così?», chiese con voce strozzata dalla fatica.
Mi sedetti al mio solito posto, guardando la città buia in lontananza. «Ci si fa l’abitudine».
Gabriel si avvicinò e si sedette accanto a me, avendo un attacco di brividi, probabilmente per il freddo. Io non sentivo nulla.
«Così ti piace venire qui invece che dormire», disse sfregandosi le mani sulle braccia. Probabilmente iniziava a credermi pazza sul serio.
«Sì, da qui posso controllare un po’ la città. Perlomeno questa zona», risposi con voce assente. Rimase in silenzio, continuando a guardarmi. Aspettava una risposta alla domanda che mi aveva fatto prima, certo.
Non mi sentivo molto a mio agio. Non parlavo mai con nessuno, specialmente di ciò che riguardasse me e la mia famiglia. Nessuno sapeva di mia madre, ovviamente, né della vita vecchia -a parte la professione- né della vita nuova.
«Sì, era per quel motivo che accadde ciò a... mia madre», cominciai tremante. Non per il freddo ma per il ricordo.
Gabriel si avvicinò. «Vuoi raccontarmi com’è andata? Non ti impongo niente, voglio solo cercare di capirti».
Ridacchiai tra me. «Non è così semplice capirmi», lo avvertii. Ma la realtà, forse, era che io non volevo essere capita, per proteggere chi mi stava attorno.
M sorrise, incoraggiandomi. «Farò uno sforzo».
Fissai dritto davanti a me. Londra era buia e deserta a quell’ora. Era tutto piatto, a parte la leggera brezza che soffiava sul tetto della mia casa. Ogni tanto si sentiva il fischio acuto del vento, che sbatteva le finestre dei miei vicini di casa.
«Io ero rimasta a casa con mio padre e mia madre aveva trasgredito una regola...», iniziai.
«Quella che mi hai detto che non era importante?», chiese.
Mi strinsi nelle spalle, sospirando e lasciandogli intendere che aveva fatto centro. «Mamma non mi aveva detto niente. Io ero tranquilla sul tetto, come siamo ora io e te. Era una notte molto simile a questa, con poca gente in giro e calma apparente. Hilda era uscita dal retro, senza che io me ne accorgessi. Ero troppo impegnata a pensare alla mia vita, al mio scopo, al mio nemico. Tanto che non mi accorsi di mia madre che sgattaiolava da sola, per sconfiggere Victor. Era la sua ossessione. Diceva che sconfiggendo Victor sarebbero scomparsi tutti i vampiri dalla faccia della terra. Cosa c’era di meglio? Avremmo risparmiato fatiche e lotte inutili, uccidendone uno solo. Era il suo sogno».
«Ma è vero che uccidendo lui la razza si estinguerebbe?» , domandò.
Sospirai, scuotendo la testa. «Ancora non lo so, ma mia madre voleva provarci. Quella notte, tornai in casa un po’ prima. Di solito rimanevo appollaiata qui fino le due o tre di notte. Mio padre era appena uscito dal laboratorio. Gli chiesi dove fosse mia madre, ma nemmeno lui non lo sapeva. La chiamammo, la cercammo per casa.
Poi ebbi come un flash nella mia mente. Non sapevo dire esattamente come, ma mi parve di vedere la strada da lei intrapresa per correre da Victor.
Corsi fuori di casa, con mio padre che m’inseguiva, molto più indietro di me, mentre mi chiedeva dove stessi andando. Mi diressi dove mamma diceva che avrebbe visto Victor in persona, lo stesso che vidi nella mia mente, come se fosse stato un ricordo. Se lei avesse ucciso uno dei suoi figli, sicuramente sarebbe uscito allo scoperto. E così mamma uccise il penultimo dei figli di Victor, Kyle, lasciando così come ultimo erede Arthur.
Victor uscì allo scoperto e mia madre riuscì a non rimanere ipnotizzata da lui. Mamma era forte», dissi sorridendo, «e se ha perso è solo colpa mia», continuai abbassando lo sguardo.
Gabriel aggrottò un sopracciglio. Attese che andassi avanti da sola, ma non ce l’avrei fatta. «Perché, cos’è successo dopo?», chiese infine, impaziente. Mandai giù il nodo alla gola, cacciando indietro le gocce che stavano per colare.
«La chiamai, urlando il suo nome e si voltò mentre stava per colpirlo, ma Victor fu più veloce di lei e le morse il collo. Rimasi bloccata, come se i miei piedi fossero stati di piombo. Avevo la pistola in mano, ma non riuscivo a sollevare il braccio e a prendere la mira.
Mio padre arrivò di corsa alle mie spalle e riuscì a bloccarmi in tempo, quando mi decisi a scattare verso di loro, per poter liberare mia madre, urlante dal dolore. Non avevo idea di cosa avrei voluto o potuto fare, inerme davanti ad un vampiro millenario con molta più esperienza di me. Iniziai a gridare a mia volta, per sovrastare la voce di Hilda che mi spezzava il cuore. Mio padre mi trascinò via e Victor mi fissò negli occhi, mentre si alzava grondante di sangue dal collo di mia madre. Avevo notato però che non l’aveva uccisa del tutto, perché mamma respirava ancora, anche se era in fin di vita. Dopo un po’, cedetti e mio padre riuscì a riportarmi a casa sana e salva. Da quella sera, ogni notte si rinchiude in laboratorio per cercare una cura. Il resto lo sai già».
Mi voltai e vidi Gabriel che fissava davanti a sé, come se fosse stato ipnotizzato anche lui. «Che storia», riuscì solo a mormorare. «Intendo dire, è orribile. Hai visto tua madre che ti è stata portata via davanti ai tuoi occhi», aggiunse guardandomi.
«Sì, è un’immagine che non cancellerò mai dalla mia mente. Non dimenticherò mai nemmeno lo sguardo di Victor», risposi.
Mi diede una spallata dolce e mi sorrise. «Mi dispiace tanto».
«Anche a me», risposi abbassando la testa.
«Ma questo non vuol dire che tu ti debba sentire in colpa. Non ne hai, Kim».
«Sì invece, non avrei mai dovuto lasciar scappare mia madre da sola. E’ colpa mia eccome».
«Beh», disse ridacchiando, «io continuo a sostenere che tu non c’entri niente. E’ così e basta, non voglio sentire discussioni a riguardo».
Mi voltai ridendo. «Come vuoi. Io continuo a sostenere di essere nel torto».
«Ed è per questo che non mi volevi con te? Avevi paura che mi succedesse lo stesso», domandò dolcemente. Lo osservai attentamente, rischiando di nuovo di perdermi in quegli occhi magnifici.
Sospirai profondamente. «Sì, e ho paura ancora adesso», confessai.
«Allora prometto che se voglio andare a caccia di vampiri, ti avviso», mi rassicurò mostrandomi ancora il suo sorriso.
Gli sorrisi anche io, senza rispondere. Sapevo, infondo, che quella strana sensazione di quiete sarebbe finita ben presto. I bei momenti non erano stati riservati a me, ma ad altre persone che erano all’oscuro di tutto questo.

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