Anni.
Gli anni passarono quasi senza che io me ne rendessi conto.
Un anno era passato da quando avevo ucciso Josh, da quando mi ero fatta benedire dal prete. Continuavo a vivere per strada come una vagabonda, assaporando la sofferenza della gente di strada, quella sofferenza che continuava a propagarsi. Restavo sempre nell’ombra, per il timore che qualcuno potesse riconoscere la ragazza che ero prima.
No, adesso non lo ero più…
Io sono Nessuno.., me lo ripetevo spesso, come per esserne certa.
Spesso, portata dalla mente al passato, mi limitavo a spiare casa mia. La guardavo da dietro un cespuglio, guardavo lei.. Mia madre. Era sola. Spesso la vedevo leggere il mio diario segreto, spesso ancora la vedevo sfogliare l’album fotografico, o vedere i video dove ero presente io. Mi resi conto che la sua tristezza era la mia… La tristezza che ti chiude lo stomaco anche se non mangi da giorni. Era sciupata, più magra, pallida.. Peggio di un cadavere.
E ci fu il momento in cui mia madre fu portata in ospedale. Quella tristezza la stava portando alla pazzia cupa, di quelle irrecuperabili. La sua mente l’aveva portata a pensare al suicidio. Ed io avevo assistito. Aveva preso un coltello e aveva cominciato a tagliarsi.
Fu la visione più sconcertante della mia vita.
Avrei voluto entrare e fermarla, ma sapevo di non potere. Sarebbe morta sul colpo se avesse visto sua figlia li. La figlia che aveva fatto sotterrare, che lei pensava di aver ucciso. Entrai in un negozio delle vicinanze e chiamai la polizia e l’ambulanza dando loro l’indirizzo. Tornai appena in tempo per vederla piangere ad ogni taglio. Per lei quella tristezza, quella sofferenza era troppa.. era davvero tanta per sopravvivere. E capii che avrei dovuto ucciderla tempo addietro. Cristo voleva mettermi alla prova, come aveva fatto con Abramo. A lui aveva chiesto di uccidere il figlio.. Io avrei dovuto uccidere mia madre.
Andai anche io in ospedale, qualche ora dopo.
La notte era cupa, terribilmente cupa. Il vento che tirava era gelido, e quasi tremai al respiro della notte. Entrai, guardandomi in giro. Di certo l’ospedale è il posto della sofferenza. E’ il posto dopo la sofferenza non solo la si vede… ma la si tocca, palpabile come una penna, come un foglio.. e tagliente come una lama.
Rimasi paralizzata quando un bambino incrociò lo sguardo con il mio. Era un bellissimo bambino, dovetti ammettere a me stessa. Occhi azzurri, pelle pallida.. e una flebo attaccata al braccio sinistro. Piangeva, voleva toglierla. Io l’avrei fatto: gliel’avrei tolta.
Una signora piangeva e urlava, mentre il medico le parlava.
Un ragazzo con una gamba ingessata.
Urla, pianti, strepiti…
Quella sofferenza meschina cominciava a farmi girare la testa e a farmi vedere una nausea terribile.
Brucialo.. L’hai già fatto una volta., mi disse la mia coscienza.
Abbassai il capo sospirando “Non adesso. Lo farò quando .. quando sarà il momento”
“Ha bisogno di aiuto, signorina?” , la voce di una donna in camice mi risvegliò dai miei pensieri.
Per qualche attimo mi limitai a guardarla come se dovessi pensarci. E lei continuava a guardarmi paziente, ma come se avessi qualche problema. Le parole mi si erano bloccate in gola, non riuscivo a parlare. La mente era ancora confusa, e sapevo di non poter resistere abbastanza. Quella sofferenza doveva sparire, doveva andare via dai miei occhi e dal mondo.
“Si”, finalmente una parola uscì dalle mie labbra. E faticai anche. Sentivo la mia pelle gelida, come se sentissi tanto freddo.. eppure il bollore dentro me aumentava sempre più.
Chiesi di vedere mia madre esponendole il nome e cognome.
“Si, certo.. mi segua”
Il corridoio che mi portò verso la stanza di mia madre era lungo. Così lungo e così pieno di camere dove stavano rinchiuse persone. Avrei bruciato camera dopo camera, avrei spazzato via quella sofferenza e l’avrei scopata e gettata via. Non sarebbe più esistita, non ci sarebbe più stata. E il mondo sarebbe stato libero e più felice.
“Prego”
Ringraziai la donna in camice con un gesto del capo, ed entrai. La donna chiuse la porta alle mie spalle.
Mia madre era li, sdraiata. Una flebo attaccata al braccio sinistro.
Pelle quasi trasparente, da far paura. Labbra violacee. Vene che sporgevano sulle mani. In questi anni non mi ero accorta di quanto fosse invecchiata. Erano solo tre anni dalla mia presupposta morte, e in tre anni mia madre era invecchiata di trenta. Mi faceva una grande pena.
Mia madre era diventato un cadavere che aspettava solo di spegnersi definitivamente.
Alzai una mano accarezzandole la fronte.
“Umh.. Umh…”
Tolsi la mano immediatamente. Ebbi paura. Stava per svegliarsi ed io ero li. Cosa avrei dovuto fare? Scappare via? Non feci in tempo.
I suoi occhi semi spenti si aprirono e posarono il loro sguardo su di me. Mi fissarono per qualche istante che a me sembrarono eterni. Ma restai immobile.
“Sto… sto sognando?” chiese sotto voce. Si guardò attorno capendo di essere in ospedale.
Sorrisi nel guardarla. “Forse. O Forse No” presi una sedia e mi sedetti vicino a lei. Le presi una mano e l’accarezzai piano, lentamente.
“Sei tu” un gemito le uscì dalle labbra, voce quasi rotta dal pianto mentre i suoi occhi cominciavano a riempirsi di lacrime. “Sei tu.. Sei la mia bambina..” aveva cominciato a piangere come spesso faceva.
Le sorrisi annuendo, senza parlare. Era così che lei mi ricordava: con quel sorriso strano sulle labbra ma senza parola. Continuavo a tenere la sua mano gelida fra le mie.
“Scusami” mi sussurrò.
Alzai il capo non capendo. “Di cosa, mamma?”
“Di averti ucciso. Se non ti avessi mandato in quell’istituto saresti viva…”
Mia madre pensava ancora che fossi morta. Abbassai di nuovo il capo ma lo rialzai sorridendo. Un sorriso fra il felice e il malinconico. Non dovevo essere cambiata molto in questi anni, o almeno lei non lo capiva. “Non devi scusarti” sussurrai accarezzandole la fronte “E’ bellissimo li sopra mamma. Non sai quanto. Non si sta male, non si soffre.. La gente ride continuamente e .. e.. si gioca. Si gioca tanto. Poi … poi c’è il nonno.” avevo le lacrime agli occhi. Per la prima volta in vita mia mi sentii scoppiare il cuore da un emozione diversa. Non era adrenalina, non era voglia di uccidere o ribrezzo per la sofferenza.
Io non volevo che mia madre morisse. Non volevo ucciderla con le mie mani. E vederla soffrire in quel modo scaturiva un dolore immenso dentro me, una sofferenza tale che, se fosse stata un arma, avrebbe potuto uccidermi. Ma ero forte, e sarei rimasta ferma con quel sorriso stampato sul volto a dirle quanto felice sarebbe stata li sopra.
“Davvero? Davvero c’è il nonno?” un sorriso le illuminò il volto.
Le sorrisi anche io, sebbene avessi una voglia matta di smetterla e scoppiare a piangere. “Si.. Si è li sopra. C’è anche la nonna con il nonno. Mangiamo tutti assieme al pranzo…sono tutti molto felici…” Mi fermai qualche istante guardando i suoi occhi bagnati dalle lacrime. Fermai le mia labbra che poi si mossero lentamente “Vuoi venire anche tu?”
La guardai nel silenzio, aspettando una sua risposta che non tardò molto.
Annuì.
Il cuore ebbe un sussulto, balzò quasi fuori dal petto. Mi sembrò che si fermasse, come il mio respiro.
Ti prego, Dio.. Non farmelo fare., pregavo mentalmente. Ma non ebbi alcuna risposta. E mia madre aveva scelto.. Voleva andare li sopra, voleva essere felice. Nuovamente felice, come lo eravamo un tempo. Perché aveva potuto dimenticare la morta del padre, ma la mia morte.. la morte di sua figlia l’aveva portata alla follia.
“E allora dormi.” Gemetti fra le labbra “Appena ti sveglierai ti troverai in un altro posto, e sarai felice come lo eri prima” le sorrisi e lei lo ricambiò.
Chiuse gli occhi e si abbandonò al sonno. Aspettai che si addormentasse prima di agire.
Mi alzai e cominciai con il togliere la flebo. Tolsi tutti i fili che la attorniavano, che la facevano soffrire. Perché per lei la vita era diventata una sofferenza. La guardai ancora per qualche secondo e socchiudendo gli occhi portai una mano sul suo naso e la bocca.
Li tappai privandola della respirazione.
Chiusi gli occhi alzando il volto verso il cielo “Accoglila e rendila felice come lo era un tempo Signore.” Si muoveva, il suo corpo cercava di vivere. Ma sapevo che la sua anima non voleva. “Signore, tu sei grande.. Amala da figlia, rendile nuovamente la felicità, accoglila nei regno dei cieli e proteggila. Rendila la grazia di stare con i suoi cari come vuole lei. E abbine cura…”
Si fermò. La macchina accanto continuava solo ad emettere un solo rumore senza mai fermarsi.
BIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
Rimasti ferma un solo attimo.
L’avevo ucciso.
Le avevo ridato la libertà.
Mi guardai attorno come se potessi vedere la sua anima volare.
“Grazie di tutto” sussurrai verso il cielo.
Mi feci il segno della croce ed uscii come ero entrata.
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Il Diario di una Psicopatica
Horror"Il mio dono è la morte.. e sono qui per donarla anche a te" E' questo quello che crede la Psicopatica. Uccidere è quello che adora fare, e lo fa con grande sentimento... come se fosse davvero il suo modo di vivere. Vivere, uccidendo gli altri.