Immobile.
Rimasi immobile nel vedere chi avevo dinanzi.
“Sarah.. Sarah, che hai fatto?”
Continuava a ripetermelo, mentre io restavo immobile a fissarlo. I suoi occhi, il suo sguardo che vagava da me all’uomo morto per terra. Il mio era solo per lui.
“Perché… Perché…”
“Era un peccatore” , Mi decisi a parlare. Non mi interessava molto del pensiero di Nath. Lui non capiva. E non avrebbe mai capito quello che provavo ogni qualvolta che avevo nelle mani la vita di qualcun altro. E non era tanto il potere quello che mi eccitava.. ma la superiorità. Ero superiore a chiunque fosse sotto di me, a chiunque piangesse.
Nath mi guardava con nel volto disegnato semplicemente stupore, oltre che malessere. Gettai il coltello per terra, proprio vicino all’uomo.
“Chiama la polizia” sussurrai. Quell’uomo sarebbe stato trovato prima o poi, e c’era già qualcuno che mi aveva visto. Dovevo chiuderla in quel modo.. dovevo smetterla. Non credevo di aver esagerato ma prima o poi mi avrebbero scoperto. Prima o poi sarei stata io la prima a soffrire e a dovermi uccidere.
“No, aspetta.. Tu.. Tu…”
“Nath, smettila!” mi ritrovai di fronte ad urlargli. “E’ morto. L’ho ucciso, va bene!?” non avevo mai pronunciato tale parola in vita mia. Prima di allora mai e poi mai mi ero decisa a dire che avevo ucciso un uomo. “Le mie mani si sono sporcate del suo sangue.. e se proprio vuoi saperlo, non è l’unico sangue di cui mi sono macchiata”
I suoi occhi si aprirono nello stupore. Era immobile, eppure sentivo un suo tremolio che gli attraversava il corpo. Stupito ed impaurito.
Feci un passo in avanti, ma un suo gesto mi fermò “Ferma. Sta ferma”
Sospirai, alzando gli occhi al cielo “Nath, non sono un’assassina”
“Ah no?” i suoi occhi guardarono l’uomo per terra dal quale affiorava ancor del sangue “Mi sembra strano pensarlo”
Cosa ne capiva lui? Cosa sarebbe riuscito a capire? Aveva sempre fatto discorsi concreti ma mai e poi mai aveva toccato con mano un vero uomo pieno di peccato. Non aveva mai toccato la sofferenza con le mani, sentirne il rumore. Mai. Ma eseguii i suoi ordini e rimasi immobile.
“Come vuoi” presi a camminare per la stanza lentamente. Linguetta stava passeggiando li, proprio accanto all’uomo. Lo presi con entrambe e le mani e lo riposi nella mia tasca.
“Quante altre persone hai ucciso?”
Era strano. Voleva tenermi li, ma non per chiamare la polizia. E allora.. quale sarebbe stato il suo scopo? Farmi un interrogatorio? A cosa gli sarebbe servito?
“Parecchie”
“Quante?”
Sembrava deciso. E fu proprio la sua decisione a farmi sorridere. E se prima sorridevo, in un secondo momento mi liberai in una risata.
“Perché vuoi saperlo? Che cosa ti darebbe una mia risposta? Farti credere ancor di più che sono un’assassina? Te l’ho già detto: io non sono un assassina”
“Convincimi. Fammi credere che non lo sei. Dammi una.. dammi una sola ragione”
Quelle frasi mi incuriosirono. Lui credeva in me. Se fosse stato qualcun altro sarebbe scappato. Se fosse stato qualcun altro.. non sarei stata li a parlare con un morto. Presi un sospiro, e l’aria puzzava già di morte.
“Io non lo faccio per me. Non vendico me stessa… Lo faccio per Sua Volontà. E’ lui che mi indica le persone che non devono vivere. I peccati. O le sofferenze. Ho ucciso la mia stessa madre perché stava soffrendo. Mi chiedo.. Mi chiedo, perché esiste questo nel mondo? Perché esiste la sofferenza? E perché la sofferenza genera altra sofferenza?” Era passato qualche anno da quando avevo pianto l’ultima volta. Eppure adesso sentivo gli occhi pungermi, sentivo quella strana sensazione che mi prendeva al petto, come se volesse soffocarmi. Non ero pentita… E non sapevo nemmeno perché piangevo adesso. “Ho provato anche a rendere la sofferenza in felicità. Ho provato a vedere il peccato, ed esaurirlo. Ma come.. come posso fare? Le persone ricche di peccato devono essere eliminate e…”
“No” il suo sospiro mi fermò, arrestò la mia lingua. Presi fiato, lasciando che questa volta la parola sia a lui “Credi di non sbagliare in questo modo? Uccidendo anche tu ti macchi di peccato. Non te ne rendi conto?”
Peccato.
Le mie mani macchiate di sangue.
La mia ira.
Il vuoto allo stomaco.
E il sangue.. sempre il sangue.
Come potevo uccidere il peccato e.. averlo adesso? Era il suo peccato che finiva in me..
Le lacrime sgorgarono sul mio volto.
“Peccato.. Io ho.. peccato..”
Avevo la voce rotta dal pianto, ma lui mi capì. Cercò di avvicinarsi, ma lo fermai con un gesto della mano. L’ira ricominciava a crescere e a rendermi lo stomaco vuoto.
“Si ma rimedierai. Ci sono tanti altri modi per rimediare”
Il mio pianto mi aveva portato a chinarmi per terra. Ero esausta. Ero confusa. Ero.. stanca. Stanca di far quella vita.
“Hai ragione” sussurrai abbassando lo sguardo sul pugnale, allungando appena la mano su di esso “Rimedierò.. ma non esistono altri modi”
“Sarah no!”
Cercò di avvicinarsi, ma non fece in tempo.
Il dolore mi colpii immediatamente. Una sensazione stranissima trovarsi con un pugnale dentro lo stomaco. Il mio sangue che sgorgava, scendeva sul pavimento. Non avevo mai visto il mio sangue.. Ed era bellissimo. Un sorriso mi attraversò il volto mentre la mia stessa vista cominciava a diventare nera.
“Ho.. Ho rimediato”
Il sapore del sangue. Del mio stesso sangue sulla gola, sulla lingua.. E vidi rosso in un momento. Poi nero.. e poi il nulla.
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Il Diario di una Psicopatica
Horror"Il mio dono è la morte.. e sono qui per donarla anche a te" E' questo quello che crede la Psicopatica. Uccidere è quello che adora fare, e lo fa con grande sentimento... come se fosse davvero il suo modo di vivere. Vivere, uccidendo gli altri.