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«Ce l'hai fatta a tornare, non potevi sbrigarti? Dovevi essere qui due ore fa.»

Mia madre non mi chiese come stavo, se il viaggio in treno era stato stancante, se avevo avuto degli imprevisti. Non mi aveva abbracciato. Era un lamento continuo e un perenne ricordarmi come sbagliassi qualcosa.

Era quello uno dei motivi per cui avevo scelto di andare a studiare in un'altra città: i miei genitori erano insopportabili. Compiuti diciotto anni mi ero subito resa conto di come non fossimo compatibili, potevo trascorrere con loro al massimo una settimana, superato quell'arco di tempo, iniziavano i litigi. Non che facessi qualcosa di grave, ma per qualunque motivo dovevano darmi addosso, anche il più futile. Le maglie piegate male nell'armadio, il letto ancora disfatto alle nove di mattina, il generalissimo 'non collaborare in casa', tutto diventata fonte di rimprovero.

«Non lo guido io il treno, se porta ritardo non è colpa mia.»

«Sì, certo. Porta la valigia su in camera e poi scendi che la cena è quasi pronta.» mi liquidò.

Se ne andò borbottando e pulendosi le mani al grembiule da cucina legato in vita.

«Comunque sto bene, grazie!» le gridai dietro stizzita.

Trascinai la valigia su per le scale fino alla mia camera maledicendomi per non aver deciso di portare meno effetti personali.

Vivevamo in una villa a tre piani poco distante dal centro che mia madre aveva provveduto ad arredare con i migliori mobili in circolazione in stile veneziano rendendola un piccolo gioiello. Al contrario tutti coloro che mettevano piede a casa nostra e ne rimanevano estasiati, a me non piaceva tutta quell'opulenza, ogni volta che tornavo a casa mi sembrava di essere al cospetto del Doge in persona. Mia madre non aveva tralasciato alcun dettaglio, il soggiorno sembrava che dovesse ospitare qualche imperatore per via delle sontuose poltrone dall'alto schienale e dall'imbottitura damascata, la cucina sembrava quelle delle bambole, quasi dispiaceva utilizzarla. Nella mia camera aveva piazzato un letto matrimoniale con la testata imbottita e in foglia oro che faceva a cazzotti con la scrivania Ikea. Quel letto, che contro la mia volontà era finito per diventare parte dell'arredamento, fu la prima cosa che vidi non appena entrai in camera. Posai la valigia in un angolo e mi sdraiai sulla trapunta che profumava di lavanda. Non feci in tempo a chiudere gli occhi che la porta della camera venne aperta con così tanta forza da urtare il muro e lasciare un solco nell'intonaco. Mia sorella fece la sua comparsa.

«Ciao sorella!»

Mi si gettò addosso schiacciandomi col suo peso e impedendomi di respirare.

«Ciao, Margherita.» bofonchiai con la faccia affondata nel cuscino.

«Come stai?» chiese liberandomi dalla sua morsa.

«Allora qualcuno che si preoccupa per la mia salute esiste...» non potei fare a meno di notare.

Margherita rotolò accanto a me e si sistemò un cuscino dietro la testa.

«Dai, non fare così, conosci mamma e papà... prima non ti salutano e un secondo dopo ti strapazzano con baci e abbracci. La scema sei tu che ancora te la prendi!» mi ricordò mentre si guardava le unghie laccate di rosso.

«Mamma mi ha risposto male e mi ha rimproverato perché il treno ha portato ritardo. Forse ha dimenticato che io studio e non sono un macchinista ferroviario.» ribattei.

«Vedrai che a cena si comporterà come se fossi arrivata due ore in anticipo, come se non fosse accaduto nulla.»

Sospirai e mi stropicciai gli occhi. Mia sorella aveva ragione, ma con l'umore che mi portavo dietro non avevo la forza di sopportare due genitori lunatici.

«Hai fatto i colpi di sole?» chiesi sfiorandole una ciocca di capelli dalla tonalità più chiara rispetto al suo castano naturale.

«Non proprio. Si chiama bronde, è un mix tra biondo e castano.» spiegò fiera.

«Mi piace. Quasi quasi prima di tornare a Milano faccio un salto dal parrucchiere e ti copio. Tanto abbiamo lo stesso colore di capelli, se sta bene a te starà bene anche a me.» commentai.

Oltre ad avere identici i capelli, io e mia sorella condividevamo anche il colore degli occhi, castani anch'essi, invece per il resto eravamo l'opposto. Margherita era miracolosamente cresciuta fino a un metro e settantacinque, io mi ero fermata dieci centimetri sotto, in compenso però io avevo una quarta di seno mentre mia sorella doveva accontentarsi di una prima scarsa.

Chiacchierammo per un po' e ci aggiornammo sulle ultime novità in fatto di ragazzi, voleva sapere se avessi finalmente trovato l'anima gemella e come al solito dovetti deluderla. Margherita, nonostante fosse timida, faceva strage di cuori, io invece, benché fossi molto più espansiva di lei, mi limitavo ad avere pochi pretendenti.

«Tu li spaventi i maschi, non lo fai apposta, accanto a te si sentono inadeguati.»

«Forse lo sono, inadeguati per me.»

Troncammo prima del previsto il discorso sulla mia indole da mantide religiosa perché mia madre tirò un grido assordante dal piano di sotto avvisandoci che la cena era pronta.

In cucina la tavola era imbandita come se fosse la Vigilia. I miei genitori mi vennero incontro, mi abbracciarono con foga e traboccanti di felicità.

«Che bello vederti, bambina mia.» piagnucolò mia madre dimostrando per l'ennesima volta come fosse bipolare, sembrava che appena un'ora prima non fosse stata sul punto di diseredarmi.

Mio padre mi abbracciò e mi accarezzò i capelli come soleva fare fin da quando ero piccola. Aveva qualche capello bianco in più, ma il suo abbigliamento giovanile camuffava bene gli anni che passavano. Mia madre invece non tradiva mai la sua eleganza anche in casa, non era tipo che comprava i vestiti alle bancarelle con la scusa del 'tanto lo metto dentro casa', ero certa che anche se avesse dovuto zappare la terra avrebbe messo un filo di perle al collo.

La cena fu deliziosa e mi mise un po' di buon umore, così, in uno slancio di coraggio, dissi alla mia famiglia del ventisei.

«E dov'è il problema?» chiese tutti e tre all'unisono.

«Non sei stata bocciata, e anche se fosse stato così di sicuro non sarebbe stata la fine del mondo. Vorrei avere io la possibilità di essere bocciata a un esame e rifarlo meglio invece di prendere in quinto liceo un tre sul registro che purtroppo fa media» disse Margherita mentre tagliava un pezzo di torrone al cioccolato. Mio padre la fulminò con lo sguardo, non amava particolarmente né la sua svogliataggine, né la sfilza di insufficienze che portava a casa, ignorando la gravità di quella sua negligenza verso lo studio visto che la maturità era sempre più vicina.

«Marghe ha ragione, non è nulla di grave. Inoltre hai la media altissima, un ventisei non inciderà più di tanto.» concluse mia madre.

Annuii mestamente e finsi di dar loro ragione, era stato buono il loro tentativo di tirarmi su il morale, si erano impegnati per non farmi pesare quella piccola sconfitta. Ma io la sentivo ancora bruciare, sul mio libretto universitario e sul mio orgoglio. Dovevo prenderla più alla leggera, ma davvero non ci riuscivo, era più forte di me. Forse un giorno sarei riuscita a lasciarmi scivolare addosso eventi poco tragici che però io vedevo come vere e proprie calamità, ma quel giorno era ancora molto lontano.

Mi addormentai chiedendomi di quanto la mia media fosse variata. Il giorno dopo avrei verificato sul portare online dell'università.


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