Scoppiai a ridere e mi uscirono le lacrime, forse per le troppe risate, forse per il dolore.
Battei un pugno sul tavolo e le due tazzine di caffè sopra si rovesciarono. Il liquido scuro iniziò a colare goccia dopo goccia sul pavimento. Mia madre sobbalzò e quasi le scivolò la sigaretta di bocca.
«Mi stai dicendo che il mio futuro è stato compresso da alcune aspirapolveri?» sibilai mentre una lacrima mi rigava la guancia.
Mio padre abbassò di più la testa, se fosse stato un struzzo l'avrebbe infilata sotto terra, io però quel collo glielo avrei voluto recidere.
«Mi fate schifo.» urlai.
Fuggii in camera, mi chiusi la porta alle spalle, girai due volte la chiave nella serratura e mi accasciai a terra. Stavo per avere un attacco di panico, me lo sentivo.
Boccheggiai come un pesce fuor d'acqua, mi afferrai la gola in agonia e poi scoppiai a piangere. Un pianto vero, primitivo, un pianto che avevo soppresso per mesi, a cui non avevo fatto ricorso per il ventisei perché volevo riservarmelo per una questione più grave. Ed era arrivata, la questione più grave. Cosa poteva esserci di peggio del vedersi portato via il sogno di una vita a pochi mesi dalla sua realizzazione. Mi sarei dovuta laureare presso una delle migliori facoltà di fisioterapia in Italia, invece all'improvviso tutto era stato vanificato. È come quando ti mettono sotto il naso un dolce avendoti però preventivamente sigillato la bocca.
Mi gettai sul letto preda dei singhiozzi, sconvolta sotto ogni aspetto.
Abbracciai il peluche e affondai il volto in quella palla di pelo. Avevo però rimosso come quei pupazzi fossero pieni di polvere, così un attimo dopo mi ritrovai a piangere e starnutire. Scagliai l'orsetto lontano e colpì una statua di Amore e Psiche che avevo comprato ad Atene anni prima.
Cadde a terra e le braccia di Psiche si ruppero, terminò così il loro abbraccio passionale come terminò la mia carriera da fisioterapista prima ancora che iniziasse.
Tutto era stato distrutto dall'ambizione di mio padre, infarcita con il suo pessimo fiuto per gli affari.
Il mio futuro, che già immaginavo in qualche Paese povero ad aiutare le persone a recuperare mobilità e flessibilità nel corpo a seguito di traumi vari, era stato compresso dalla mia stessa famiglia. Per un capriccio. Per una dannata incapacità di accontentarsi di quello che già si ha.
Non ero mai stata il tipo che si accontenta, ma ero del parere che si potesse aspirare a qualcosa di grande, osare, solo quando si fosse in possesso di determinate capacità. La perseveranza non accompagnata da una dote naturale porta a dei risultati soddisfacenti poche volte, quelle in cui la fortuna gira a favore; per il resto si rischia di scivolare nel baratro dell'insoddisfazione, o peggio del combinare disastri in grado di rovinare il futuro alla propria figlia.
Mio padre di affari non capiva davvero nulla ma si era sempre convinto del contrario. Lavorava nell'azienda del suocero e mio nonno non gli aveva mai fatto prendere una decisione in merito all'attività per ovvi motivi, perché sapeva bene come il genero avesse in quell'ambito in senso dell'orientamento di un piccione ubriaco. Non contento di percepire uno stipendio pur essendo privo di qualunque potenziale, mio padre ogni tanto si impegnava in altre piccole attività che credeva fossero la carta vincente per diventare miliardari. Alla fine un po' perché mia madre lo fermava prima che fosse troppo tardi e perdesse soldi, un po' perché si rendeva conto egli stesso di come quell'attività non fruttasse come pensava, faceva marcia indietro, pronto a escogitare un nuovo piano per diventare ricco e campare di rendita. Evidentemente per l'investimento sugli aspirapolveri nessuno era riuscito a frenarlo in tempo.
Mi addormentai tramortita dal pianto e con il cuscino zuppo, pregando che tutto fosse solo un incubo.
Riaprii gli occhi verso mezzogiorno e la prima cosa che vidi fu la statua di amore e psiche a terra in frantumi. Non era un incubo, era tutto vero. Avevamo perso tutto per delle stupide aspirapolveri.
Venni svegliata da un grido, non di mia madre come quello che mi aveva buttato giù dal letto alle quattro, ma di mia sorella.
«ASPIRAPOLVERI?» stava urlando.
Glielo avevano detto, alla fine avevano capito che non potevano tenerle nascosta una questione come quella. Come avrebbero giustificato l'impossibilità di pagarle il viaggio della maturità o di comprarle la macchina per il suo compleanno imminente?
Come avrebbero mai potuto perdonarsi quello che mi avevano fatto?
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