Capitolo 21 | Gloria non può sapere

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I medici incaricati di operare Gloria, due dei migliori chirurghi del policlinico, permisero a Phil Burch di accedere immediatamente alle cartelle cliniche preliminari di Gloria Jushet. La donna arrivata in ospedale con una ferita da arma da fuoco auto inferta allo stomaco era ormai fuori pericolo. La sua vita era salva e anche se il suo stato di forma ci avrebbe messo un po' per migliorare, tutti si auguravano che potesse riprendersi al più presto per una serie di ragioni diverse. La prima, indubbiamente, rappresentava la volontà da parte di tutti, poliziotti e parti lese, di conoscere l'esatta versione dei fatti relativa alla leggenda di Villa Jushet. Cos'era accaduto trentacinque anni prima? Gloria era stata davvero l'omicida di quel gruppo di bambini? Quell'apparente debole donna ricurva nel proprio letto d'ospedale era in realtà un'assetata killer capace di compiere azioni indicibili? Tutti se lo domandavano, anche se chi prestava servizio al policlinico cercava di trattarla come tutti gli altri. Dopo l'intervento il recupero dei sensi da parte di Gloria fu graduale, ma piuttosto veloce, se paragonato alla media generale dei pazienti operati per ferite da arma da fuoco. Dopo circa un'ora dall'intervento che le aveva salvato la vita, Gloria Jushet era seduta nel suo letto più o meno lucida. Rispondeva agli impulsi e, pur accusando parecchio dolore, non sembrava né aggressiva, né desiderosa di parlare. Ma l'infermiere che aveva avvisato Phil aveva notato in lei qualcosa di strano.

«Dottor Burch, deve assolutamente vedere una cosa» aveva detto.

E Phil si era recato dritto al terzo piano, nella stanza C45 in cui Gloria Jushet, la donna che per anni era stata considerata sparita nel nulla e che poi si era rivelata il terrore di Cove Bay, era ricoverata innocua, indifesa, inoffensiva.

Quando Phil entrò dalla porta asettica e misera, Gloria ruotò appena la testa verso sinistra. Incrociando lo sguardo di Phil ebbe un sussulto, un piccolo e impercettibile stato d'ansia coinvolse il suo respiro, ma durò talmente poco che nessuno se ne accorse. Tranne Phil, che ormai aveva leggermente imparato a leggerla. Il medico fece sfilare una sedia accanto al letto di Gloria e vi si accomodò.

«Come si sente?» chiese.

«Un po' intorpidita» rispose sorridendo.

«Situazione normale, Gloria. Vedrà che domani si sentirà meglio, anche se dovrà stare attenta a non fare sforzi per un bel po' di tempo».

Gloria annuì. I capelli, fino a poche ore composti da voluminose ciocche argentee, sembravano addirittura aver perso lucentezza. Ora, agli occhi di Phil, apparivano come grigiastri, ma non brillanti. Erano di un grigio affievolito, di un grigio che Phil non aveva mai visto prima. Phil sentì di aver esagerato nel considerarli così brillanti qualche ora prima, forse erano sempre stati grigi e le luci della villa che li aveva accolti come prigionieri avevano accentuato la tonalità.

«Ora cercheremo di recuperare Karenina. Sa, anche lei ha rimediato una piccola ferita alla gamba e vorremmo curarla. Niente di grave, non si preoccupi».

Gloria lo fissò, interrogativa.

«Chi sarebbe Karenina?» domandò.

Phil ebbe un attimo di incertezza.

«Karenina. Tua figlia. Gloria, stai scherzando?».

Gloria fece una smorfia. «Non conosco nessuna Karenina, giovanotto. Lei è un dottore, immagino. Ha preso parte al mio intervento?».

Phil sospirò. «Gloria, si ricorda di me?».

«Come potrei? Non l'ho mai vista in vita mia. Dottore, lei mi conosce?».

Phil non ebbe la forza di contraddirla, ma assunse un'aria spaesata.

«Gloria, come si sente a livello psicologico?».

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