Quarto Capitolo

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All around me are familiar faces
Worn out places, worn out faces
Bright and early for their daily races
Going nowhere, going nowhere

Mad World, Gary Jules Michael Andrews


Bellamy sospirò agitato: "Non so proprio cosa fare, O. Da una parte vorrei entrare in camera sua e dirle che so che sta saltando la scuola ma otterrei sicuramente il contrario. Ho già avuto a che fare con ragazzine orgogliose e ostinate" disse Bellamy lanciando uno sguardo di sottecchi alla sorella che del resto sorrise scuotendo la testa "Sì, e direi che te la sei cavata  benissimo. Guarda come sono cresciuta. Un po' di ribellione non fa male, aiuta a trovare la propria strada".

Si sorrisero ripensando entrambi a tutte le discussioni che avevano avuto. Se Octavia era testarda di certo Bellamy non lo era meno.
"Ti ricordi quando, una volta andati via dall'orfanotrofio, avevi paura a lasciarmi uscire perché temevi che avrebbero approfittato della mia ingenuità? E quando accettavi tutti i tipi di lavoro che ti venivano offerti, anche i più pesanti, solo per potermi permettere di studiare senza lavorare? Che litigate che facevamo!"

Si sorrisero con affetto

"Mia sorella mia responsabilità", riprese Octavia imitando la voce del fratello che rideva sommessamente. "Hai sacrificato tanto per me, per darmi una vita migliore di quella che hai vissuto tu. Però anche con Charlotte che sai che amo come una sorella minore, non devi prenderti da solo questo fardello. Ci sono io portiamolo insieme!" concluse Octavia guardandolo negli occhi, con una forza e una determinazione che Bellamy in quel momento invidiava. Si sentiva così impotente.

"Io non voglio che finisca come me... Con Pike". Queste ultime parole le disse sussurrando come se temesse che, dette ad alta voce, avrebbero riportato a galla tutte le ferite e le scelte sbagliate.
"Oh Bell" disse Octavia abbracciandolo "non succederà! Tu eri solo, lei ha noi. Siamo una famiglia!"
"Chi sei tu? Che ne hai fatto della mia piccola O? Ero io a consolarla e sostenerla mentre ora è il contrario!" disse ridendo Bellamy, con il cuore più leggero.

"Bhe non sono più la bambina sempre nascosta dietro di te. Quindi cosa facciamo?"
"Oggi non diciamo niente a Charlotte, domani la accompagno a scuola come al solito. Dovrei incontrarmi con la sua professoressa di arte e vediamo come si comporta".
'Vedi che non sei da solo, possiamo appoggiarci anche a lei. Per fortuna ci sono ancora queste prof vecchia scuola che tengono agli studenti come ai propri figli".


In macchina, il giorno seguente, regnava un inusuale silenzio. Solitamente Bellamy riempiva il vuoto parlando e raccontando miti e leggende ma oggi era stranamente in silenzio. Ogni tanto lanciava delle occhiate al passeggero vicino a lui ma Charlotte era impegnata a guardare fuori dal finestrino o a scrivere sul cellulare, inconsapevole di quanto sarebbe successo.
"Siamo arrivati", Charlotte sussultò alla voce di Bellamy, "oggi, dato che non devo andare in ufficio presto, posso farti compagnia ancora qualche minuto così al massimo mi presenti i tuoi professori o dei tuoi amici". Disse il moro sperando che la voce non tradisse il suo nervosismo.
"Non ci provare neanche per scherzo. Sarebbe imbarazzante poi tutti vorrebbero capire come faccio ad avere un padre così giovane e non voglio dare spiegazioni. E in più tutte le mie compagne si sono innamorate di te. Sai che scocciatura avere un tutore così giovane e affascinante".
"Tranquilla, vorrei solo farti compagnia" disse Bellamy scendendo dalla macchina e avvicinandosi a Charlotte; iniziò a guardarsi intorno con curiosità intanto lanciava delle occhiate alla ragazza che si girava tutti intorno in difficoltà: aveva gli occhi inquieti come un animale in gabbia.
Improvvisamente disse "vado dai miei amici, ci vediamo più tardi" e prima che Bellamy riuscisse a fermarla lei era già sgattaiolata via verso le panchine vicino all'entrata della scuola.
Mentre Bellamy seguiva sconfortato la fuga di Charlotte, vide un'altra persona che non aveva perso di vista la ragazza. Era di spalle e teneva in mano una straripante cartelletta porta disegni, i capelli biondi legati in una morbida treccia.
Con tutti quei lavori sarà la professoressa di arte, pensò Bellamy.
Come se fosse riuscita a sentirlo, la prof si girò a cercare qualcuno, forse lui stesso.
Non appena la vide in volto, spalancò gli occhi stupiti. La ragazza del parco.


Clarke quella mattina era uscita presto di casa con una inusuale energia. Tutta la sua persona fremeva per quello che sarebbe successo, non vedeva l'ora di incontrare Charlotte e il suo tutore. Pedalò con decisione fino alla scuola, prese in mano la voluminosa cartella con i disegni suoi e dei suoi studenti e si mise ad aspettare vicino all'ingresso. 


Non si era mai fermata lì, di solito andava al parco vicino per trovare ispirazione e un po' di serenità prima delle lezioni; invece ora osservava curiosa assorbendo ogni espressione degli studenti: vedeva i loro occhi stanchi illuminarsi alla vista degli amici; sguardi spaventati per i compiti in classe; volti determinati, pronti a dominare il mondo. Che meraviglia l'espressività umana, pensò Clarke che già sentiva le dita fremere e nella sua testa formarsi un disegno. 


Con la coda dell'occhio intravide Charlotte correre verso dei suoi amici, la guardò indecisa se intervenire o meno. Si trattenne in attesa di vedere le sue mosse. Se Charlotte è qui deve esserci anche il signor Blake, pensò.  Si girò a cercarlo finché i suoi occhi si posarono su un ragazzo poco distante da lei; sgranò gli occhi in un misto di stupore e timore quando riconobbe il ragazzo del parco.

Incapace di reagire la cartelletta dei disegni le cadde dalle mani aprendosi a terra.





Ciao ragazzi, sono tornata! Ho pensato di scrivere capitoli più corti ma aggiornare più frequentemente. Cosa ne dite? Fatemi sapere se il capitolo vi è piaciuto!! Un bacio, Marie.

Life is about more than just surviving_The100_BellarkeLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora