00. Prologo

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Una volta qualcuno mi ha detto "ricorda, soprattutto nei momenti più duri, che vali più di quello che pensi". Quel qualcuno fu mio nonno, quella persona che riusciva a strapparmi un sorriso anche in quelle giornate dove la tua unica ambizione era riempirsi di schifezze guardando un Film che ti ricordava soltanto quanto la tua vita facesse schifo.

Fú proprio lui quel 15 maggio a convincere i miei genitori a farmi partire per tre lunghi mesi, li convinse facendoli capire quanto fossi cambiata in solo un anno, gli disse che avevo bisogno di ritrovarmi, che il mio sorriso non era più lo stesso e gli attacchi di panico che mi venivano settimanalmente non erano normali, le mie notti ormai erano caratterizzate da incubi.
Origliai di nascosto dietro la porta della mia camera, a ogni parola che diceva il mio viso veniva rigato da una lacrima.
Tutto quello che stava dicendo era vero...

Un mese e tre giorni dopo, prima di prendere quel fatidico treno gli promisi che una volta tornata a casa  avrebbe rivisto la sua nipotina solare e piena di luce. da quel giorno avevo deciso di ripartire da me.

Presi un treno freccia rossa in modo da arrivare il prima possibile alla mia meta, era un giorno piovoso e l'odore delle persone intorno a me si confondevano insieme provocando un lieve disgusto per le mie narici. Mi aspettavano ore infernali prima di arrivare , iniziando così la mia ultima estate da teenager.
Esattamente 3 giorni addietro mi liberai della scuola superiore portando a termine una maturità a pieni voti, mi liberai da tutte zas le persone false che mi circondarono per ben 5 lunghi anni. In quel momento, finalmente, mi stavo invece liberando del traffico di Roma, della Tristezza, della delusione, della paura e della Rabbia che avevano caratterizzato questo lungo anno. Si chiudeva così un capitolo buio della mia vita ed ero pronta ad aprirne uno nuovo insieme alla mia compagna di vita, insieme a quella persona che prese parte a tutti i capitoli antecedenti. Lei: la mia migliore amica Djamila.

Un nome particolare ma adatto a lei e alla sua personalità. Conoscevo a memoria la storia dei suoi genitori e di come scelsero, per caso, questo nome così strano ma allo stesso tempo speciale. A tutti i suoi compleanni sua Madre lo ripeteva con enfasi e orgoglio, la sua bambina cresceva sempre di più insieme alla sua bellezza fisica e interiore. Proprio come voleva la tradizione araba. Il nome era stato scelto aprendo totalmente a caso un libro con vari nomi e in modo casuale uscí il nome perfetto per lei.
Nonostante il nome venisse dall'Arabo la mia amica italiana aveva tratti somatici completamente differenti: pelle bianca come il latte, due labbra fini, lunghe ciglia che esaltavano l'azzurro intenso delle sue iridi ed infine ad incorniciare il viso una cascata di capelli, rigorosamente lisci, di un biondo platino gli scendevano lungo le spalle. Ai miei occhi era bellissima.

Io ero esattamente l'opposto: un nasino a "patata" come lo definiva mio nonno, due occhi a cerbiatta color nocciola con dei lievi riflessi sul verde e lunghi capelli mori che arrivavano fino a metà schiena.. Per non parlare dell'altezza io arrivavo con la grazia divina a 1,60 m mentre lei era più altra di quasi 10 cm. Se a me piaceva il rosa lei era ossessionata dal Blu. Eravamo due pezzi di puzzle diversi che riuscivano a completarsi, fin dall'età di 3 anni. Mi ricordo la prima volta che l'ho vista, era il primo giorno di asilo e passai il mio tempo a giocare con la Barbie Erika del film "la principessa e la povera",comprata come "ricompensa" il giorno prima dai miei genitori. Il giorno dopo lei si unì a me portando l'altra bambola del film: Annalisa. Quelle barbie furono sempre nelle nostre camerette ma con una differenza, con gli anni decidemmo di scambiarci i vestiti in modo che io possedessi la mora con il vestito rosa e lei la bionda con il vestito blu. Il nostro era un legame forte e speciale e quelle Barbie ne erano il simbolo infatti avevamo creato una regola: ogni qualvolta che avessimo litigato se una di noi avesse sventolato la barbie di sua proprietà immediatamente la rabbiatura doveva cessare.

Ne avevamo passate tante insieme ma eravamo solo ad un quarto delle avventure che il destino aveva riservato per noi. A settembre sarebbe partita per Trieste incoronando il suo sogno studiando quello che più le piaceva nella scuola più prestigiosa d'Italia, dall'altra parte io decisi di continuare il mio percorso scolastico nella mia amata Roma.
Niente era meglio di una bella vacanza insieme prima di dividerci.

Spostai le gambe sul sedile accanto a me in modo da star più comoda possibile, la schiena appoggiata di sbiego al sedile mi permetteva di vedere fuori dal finestrino i paesaggi scorrere veloce, era un modo per rilassarmi. Ogni tanto i miei occhi si spostavano verso la bionda davanti a me, era seduta composta come una brava signorina con solo la testa appoggiata allo schienale. Pian piano che i paesaggi cambiavano l'avevano cullata in un sonno profondo, continuava però a restare composta. La musica nelle miei orecchie continuó imperterrita per tutto il viaggio, cambiai playlist troppe volte per contarle, mi piaceva cambiare di tanto in tanto il genere musicale passavo dal pop all'indie, dalle canzoni vecchie a quelle commerciali non avevo un solo stile.
Qualsiasi canzone riproduceva Spotify io la canticchiavo nella mia mente, se era occupata a ricordare le parole della canzoni non avrebbe pensato a farsi pronostici che poi non si sarebbero realizzati, meglio restare con i piedi per terra.

Il tempo passó più veloce di quanto pensassi e senza accorgermene la voce metallica proveniente dalle casse del treno comunicarono ben presto l'arrivo alla nostra meta. La djami dormiva ancora così mi affrettai ad alzarmi avvicinandomi a lei. Gli scossi leggermente un braccio cercando di svegliarla ma non diede segni di vita, ci riprovai così una seconda volta «dja sveglia, siamo arrivati» la incitai dolcemente. Aprí gli occhi piano piano, si vedeva che era ancora nel mondo dei sogni ma appena sentí la voce metallica richiamare la stazione dove saremmo scese prese una spinta e si alzò velocemente raccogliendo le sue cose, gli angoli della mia bocca si incurvarono verso l'alto spontaneamente.

Riuscimmo a scendere alla fermata giusto a pelo, appena sentimmo il suolo sotto i nostri piedi le porte del treno si chiusero di scatto. Tirammo un sospiro di sollievo guardandoci, aveva tutti i capelli sgrendinati e sapendo quanto gli desse fastidio allungai il braccio cercando di sistemarglieli al meglio «oh mio dio,  non può vedermi così» disse guardandosi alla fotocamera del telefono, iniziò a cercare velocemente dentro lo zaino blu che aveva appoggiato precedentemente sulla valigia dello stesso colore «eccola» esclamò entusiasta tenendo tra le mani la spazzola-specchio che si portava ovunque andasse. Iniziò a sistemarsi i capelli nel modo che preferiva mentre io ero intenta a mandare un messaggio a mamma per comunicarle del nostro arrivo.

Alzai lo sguardo a dritto notando il cartello bianco con scritto "Forte dei marmi" sorrisi al solo pensiero che sarebbe stata la mia città per ben tre mesi. Ero felice, finalmente dopo un anno di sofferenza.

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