Concerto per violino
Il conte Albert non era il tipo di uomo che si sarebbe fiondato alle calcagna di suo figlio, ribaltando la sedia e intimandogli di tornare indietro. Sarebbe invece rimasto seduto alla lunga tavola imbandita, scusandosi con gli ospiti per l'evento spiacevole, e li avrebbe convinti a restare per sorseggiare del liquore che avrebbe risollevato a tutti lo spirito.
Al mattino avrebbe convocato Julian nel suo studio e lo avrebbe appestato con i fumi della rabbia trattenuti durante la cena - questo suo figlio lo sapeva bene, per cui non si preoccupò di voltarsi a cercarlo mentre si chiudeva alle spalle la porta di casa.
L'aria era frizzante, e si posò come una mano fresca sulle sue guance bollenti: il sangue ancora gli ribolliva per le parole di Pamela.
Che tremenda ragazza! Come poteva parlare di assassinii e punizioni divine con una tale soddisfazione nello sguardo? Cosa la spingeva a credere che un qualsiasi essere vivente - della rettitudine di Basil, per giunta - meritasse un destino tanto crudele? Ma non poteva biasimarla. Non se chi avrebbe dovuto educarla alla bontà era seduto allo stesso tavolo con loro e la pensava allo stesso modo.
La contessa Alice avrebbe compreso lo sdegno di Julian. Gli avrebbe detto che aveva fatto bene ad abbandonare una conversazione con un opponente così arrogante.
Il giovane calcò il cappello sugli occhi grigi mentre scendeva i gradini della metropolitana, scivolosi per l'umidità che si sollevava dal fiume.
La galleria della District era illuminata da fioche lucerne giallognole, difficile distinguere dei volti o leggere le indicazioni stampate sul tabellone, ma Julian non ne aveva bisogno. Prendeva spesso la metropolitana e ne aveva memorizzato gli orari: sapeva che per raggiungere il Palace Theatre avrebbe impiegato un'ora, di cui gli ultimi dieci minuti a piedi dopo essere sceso a Soho.
Il complesso di vagoni si fece sempre più vicino, ragliando sulle rotaie come una dolorante bestia di metallo.
Julian salì, facendo attenzione a non accomodarsi su qualche chiazza d'unto: non voleva entrare al Palace con il retro del cappotto inzaccherato. Suo padre sarebbe inorridito, non sopportava l'idea che prendesse la metro mescolandosi tra i piccoli cittadini ed evitando sedili sudici. Voleva viaggiasse in carrozza, tra gli agi, con lo stemma della famiglia in bella vista sullo sportello, ma Julian dubitava avrebbe giovato al loro buon nome se i passanti si fossero accorti dei luoghi in cui la carrozza l'avrebbe abbandonato: caffé liberali, quartieri malfamati.
Anche ad Alice era piaciuto spostarsi in metropolitana. Tornando a casa aveva sempre avuto qualche storia da raccontare - pendolari che si addormentavano e perdevano la fermata, strepitando al risveglio, anziane donne che lavoravano a maglia per ingannare l'attesa, ragazzette che spettegolavano, bambini capricciosi, uomini che scartabellavano e si versavano addosso l'inchiostro quando il vagone sobbalzava.
Era un modo, per lei, di godere dell'invisibilità che tra i nobili non le era concessa. E di prestare orecchio a problemi più importanti dei propri, che incessantemente riferiva al marito, nella speranza che in parlamento ci fosse una svolta. Julian si chiedeva se a suo padre non mancasse sentirla cinguettare nel suo orecchio dal primo mattino, così vitale, entusiasta, genuina.
La voce di Matilda era simile a quella di Alice, ma sua sorella era di ben altre parole: capricciosa, un po' viziata, annoiata. Julian non era certo di quante cose ricordasse di sua madre; la contessa era morta quando Matilda aveva dieci anni. Troppo pochi perché potesse desiderare di somigliarle.
Julian incrociò le braccia al petto, afflosciandosi contro lo schienale polveroso. Di sicuro Pamela non somigliava a sua madre.
L'idea di sposare una donna gli era già ostica, il conte Albert avrebbe almeno potuto sforzarsi di trovargli una compagnia piacevole. Non si sarebbe lamentato troppo se la sua futura sposa fosse stata garbata, acuta, e dotata di un pizzico di umiltà sufficiente a trattenerla dallo stabilire chi dovesse sprofondare all'Inferno durante una cena di conoscenza.
Uriah, d'altro canto, possedeva tutte quelle qualità, e anche di piú. Era sempre preso dalla sua musica, dal suo violino, talmente assorbito tra note, spartiti, melodie da non avere il tempo di giudicare gli altri - e nella realtà in cui Julian viveva, dove tutti erano sempre pronti a puntare il dito, la purezza di Uriah era un bene prezioso. Era la fonte limpida cui Julian si abbeverava per rinfrescarsi dalle occhiate bollenti di suo padre e delle persone di cui si ostinava a circondarlo.
Coprì meglio il volto con il cappello; le sue guance si tingevano sempre di uno sconveniente rosso scarlatto quando pensava a Uriah. Non poteva farci nulla, il cuore batteva forte e il sangue pulsava violentemente nelle vene.
Non credeva avrebbe trovato il coraggio di allontanarsi così bruscamente dalla cena: una parte di lui aveva conservato fino all'ultimo il buon proposito di essere un ospite educato, ma l'espressione estranea ed altera dei convitati gli aveva fatto comprendere che c'era un altro posto in cui era atteso, in cui sarebbe stato guardato con amore. Immaginò gli occhi azzurri di Uriah posarsi sorpresi su di lui dall'alto del palcoscenico - sarebbe stato meravigliato di vederlo? Avrebbe sorriso, solo per lui, tra tutta quella folla?
I vagoni inchiodarono, stridendo fragorosamente contro le rotaie. Julian fu l'unico a scendere a Soho, a quell'ora della sera.
Era un luogo familiare, che il giovane frequentava più spesso di quanto sarebbe stato disposto ad ammettere - girovagava tra quelle strade fangose da quando aveva sedici anni, godendo degli oscuri piaceri che gli angoli più loschi di Londra avevano da offrire. Ci si era infilato solo perché suo padre gli aveva detto di non farlo, e aveva finito con il constatare che perdere i vizi era molto difficile. Soprattutto quelli che non potevano essere raccontati ad anima viva.
Abbandonò la larga via principale e si infilò tra gli angusti capillari ciottolosi; l'umidità pareva staccarsi dalle pareti degli edifici solo per penetrargli nelle ossa.
Julian lanciò una sterlina nella scodella di latta di un mendicante e tolse il cappello per salutare le solite sei prostitute che sostavano nelle ombre tra i marciapiedi, con i corsetti scollacciati e le gonne sgualcite.
La struttura in mattoni rossi del Palace svettò nonostante la scarsa illuminazione dei vicoli, e il ragazzo affrettò il passo, superando pedoni e carrozze.
Aveva il respiro corto, quando raggiunse le imponenti porte di vetro scuro. Strinse il cappello al petto, districando con la mano libera i capelli castani, un po' arruffati.
Con un'altra corsa e fortuito senso dell'orientamento, riuscì a trovare la sala, nascosta dietro spessi drappi di velluto rosso. Le luci erano state calate, solo il palcoscenico brillava soffusamente, e tutt'intorno il pubblico era muto, in attesa sulle poltroncine di broccato.
Julian attraversò la scalinata di marmo bianco che conduceva alle file sotto al palco, sicuro che avrebbe trovato Fanny seduta il più possibile vicina all'orchestra, dove avrebbe potuto osservare ogni movimento delle dita di Uriah.
Il giovane individuò senza fatica le sue spalle morbide, bianche come il burro, e i capelli biondi arrotolati sulla nuca come rondelle alla cannella, guarniti di perle e petali viola.
-Fanny.- Mormorò nel suo orecchio, tra il silenzio e il buio, e la ragazza perse di mano il ventaglio, sussultando.
-Cielo, Jools, vuoi farmi morire?-
-Sapevi che sarei arrivato.- Il giovane raccolse il ventaglio dal pavimento e glielo porse, sedendo sulla poltrona che Fanny gli aveva riservato.
-Conosco la tua testa matta. Li hai abbandonati al dessert?-
-Alla seconda portata.- Ribatté lui, con un sorriso compiaciuto.
-Pamela deve aver inzuppato la tovaglia di lacrime. Tieni.- Fanny gli porse un volantino di carta stampata.
Il frontespizio citava, tra volute e ghirigori anneriti, "Concerto per violino e orchestra".
Julian lo ripose in tasca.-Al contrario.- Disse, sollevando lo sguardo verso la fossa dell'orchestra, dove i musicisti stavano iniziando ad agitarsi sulle sedie, sfogliando gli spartiti e avvicinando gli strumenti al corpo.-Credo di non piacerle per nulla.-
-Ed è un bene?-
Il giovane esitò. La risposta avrebbe richiesto più tempo di quanto ne avessero a disposizione - forse lo era per Pamela, poiché il suo cuore era già occupato, ma che sarebbe accaduto quando Albert avesse perso ogni speranza di un matrimonio? L'avrebbe spedito in caserma? - e dietro di loro qualcuno borbottò perché stessero in silenzio.
Le tende si aprirono con uno schiocco, frusciando sulle assi lucide del palcoscenico, e al centro comparve Uriah, ritto come la più magnificente delle statue, la vita stretta nella fascia di seta nera del frac e i capelli ordinatamente pettinati all'indietro.
Julian trattenne il respiro.
Gli occhi celesti di Uriah guizzarono sul pubblico, raccogliendolo a sorsate, il petto che si sollevava e abbassava quasi freneticamente. Si inchinò gentilmente, ma raddrizzandosi non rivolse il suo ultimo sguardo al maestro, in piedi di fronte all'orchestra: puntò le iridi scintillanti su Julian e Fanny, ed entrambi gli sorrisero. La sorella agitò il ventaglio nella sua direzione, incitandolo silenziosamente.
Uriah sollevò il violino tra le dita affusolate, posandolo tra il mento e la spalla, e strofinò l'archetto sulle corde.
Ne provenne un suono squillante, acuto, cui si accodò subito l'orchestra in un allegro moderato.
Come spesso accadeva quando l'amico si esibiva in sua presenza, ben presto Julian percepí ogni parte di lui farsi piú sensibile, e le note lo attraversarono come aghi.
Le dita di Uriah fuggivano lungo le corde, traendone suoni precisi, talvolta vivaci, quasi violenti, altre leggeri, al pari delle sue movenze - e all'interno di ogni nota era plasmato un intero mondo.
Julian poteva vedere la natura rigogliosa della campagna, ciuffi e ciuffi d'erba smossi dal vento, litri di scintillante sidro di mele, del colore ricco e caldo dell'estate, e fila di giovani danzanti vestiti di bianco, dispersi contro il cielo punteggiato di candide nuvole.
Uriah era tra loro, rideva, e la musica si spandeva tutt'intorno. Era la ninfa boschiva di cui cantavano i pastori dell'Arcadia - etereo, parte stessa della natura, con quei suoi occhi azzurro lago e i capelli dell'oro del grano.
Julian comprendeva cosa Basil avesse visto in Dorian, una bellezza tale da non potersi capacitare di averla tra le mani. Se fosse stato in grado di dipingere, l'avrebbe immortalata per sempre su una tela - se fosse stato padrone di una qualunque arte, ogni opera sarebbe stata consacrata a Uriah.
Alla grazia dei suoi lineamenti, alle ciocche di capelli arricciati che iniziavano a ricadergli sulla fronte, intessuti di luce e gocce di sudore.
Le sopracciglia bionde si aggrottarono sul finale del terzo movimento, dall'archetto penzolavano i crini di cavallo spezzati per la rapidità e l'usura.
Le labbra di Julian si schiusero mentre contemplava la sua maestria, la foga con cui le sue mani si spostavano sullo strumento senza una stonatura. Apollo aveva avvolto fili d'argento attorno alle sue dita, e le guidava seduto sulla sommità del Sole.
Fu l'ultima visione prima che il movimento terminasse, poi la stella esplose negli occhi di Julian, scorrendo bollente nelle sue vene: iniziò a battere le mani, quasi fosse stato l'unico modo per placare l'ardore, e l'applauso si diffuse tra le poltrone, divenendo un unico e chiaro rumore.
Uriah si aprì in un sorriso di fronte a quell'approvazione. Abbandonò il violino contro la coscia e si piegò in un altro inchino, intanto che l'applauso si intensificava. Sul palco arrivò una rosa, e il ragazzo la raccolse, sprofondandovi il naso come se avesse potuto sentire il profumo della gloria.
Fanny strinse la mano di Julian sul bracciolo della poltrona, e il giovane era sicuro potesse percepire quanto forte gli batteva il cuore nelle vene e nei palmi.
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Il terzo incomodo
RomanceIl cuore di ogni storia è contenuto nel suo titolo. Attraverso gli occhi di Julian, grigi come il fumo della Londra di fine XIX secolo, scopriremo le luci e le ombre di una città che ama Dio e ne disprezza le creature, ancora pregna di classismo, se...
