Agrodolce
Londra, 1 maggio 1891
L'Hullabaloo era, come suggeriva il nome stesso, uno dei caffè letterari più chiassosi di Londra. Ci si riuniva solo gente che voleva fare polemica, o che voleva assistervi sorseggiando tè e sbeffeggiando con gli amici chi si prendeva a sberle su questioni politiche.
Julian Wodehouse sedeva tutti i pomeriggi allo stesso tavolo, con la medesima compagnia, all'estrema sinistra della sala, accanto al muro tappezzato di broccato dorato.
-Jools,- Mormorò uno dei suoi amici, tutto ricci biondi e seta nera, indicando con un cenno del mento la scena alla loro destra.-guarda, il barone Fairwick sta di nuovo bevendo scotch.-
-La sua persistenza è lodevole,- Commentò a quel punto una ragazza, anche lei biondissima, i boccoli che ricadevano in docili cascate sulle spalle bianche e scoperte.-considerando com'è finita l'ultima volta che ha alzato il gomito in pieno pomeriggio.-
Julian sogghignò.-Credete che si scaglierà ancora sul visconte Hamilton?-
-Se la conversazione dovesse ricadere sulle miniere di carbone in India, probabile.- Rispose l'amico, che subito dopo spostò gli occhi sulla ragazza bionda seduta di fronte a lui.-Fanny, smetti di ingozzarti.- La riprese, mentre lei portava alla bocca l'ennesimo biscottino al burro.-Non troverai mai un marito, così.-
Fanny alzò gli occhi al cielo, senza smettere di mangiare.-Lo dici solo perché vuoi liberarti di me, Uriah. Eppure sono la sorella migliore che si possa desiderare.-
Julian annuì, le braccia conserte e un'espressione fortemente convinta.-É vero.-
Uriah fece una smorfia.-Temo tu mi abbia preso troppo alla lettera, il giorno in cui ti ho detto che sei come un fratello.- Sollevò con gesti affettati tazzina e piattino e, prima di portarli alla bocca, aggiunse:-La Fanny che si mostra in pubblico è una Fanny completamente diversa da quella che sono costretto a sopportare in casa.-
La sorella si allungò sul tavolo, colpendogli un braccio con il ventaglio.-Sei il solito maleducato.-
-La sincerità è una dote troppo spesso confusa con la maleducazione.- Ribatté pacatamente Uriah, senza abboccare alle proteste di Fanny, e la giovane tornó a sedersi composta, imbronciata e rossa in volto.
Uriah voltò improvvisamente il capo in direzione di Julian, i lineamenti da angelo contratti in un vago cipiglio.-Verrai al concerto stasera, Jools?-
Questi iniziò ad armeggiare con i bottoni in madreperla del polsino, come stesse sgranando un rosario nella muta preghiera che la conversazione deviasse altrove. Ma Uriah continuò a guardarlo, gli occhi azzurri puntati sui movimenti agitati delle sue mani.
Fanny si sporse e gli afferrò una manica, impedendogli di giocherellare ancora.-Oh, ti prego, Julian.- Supplicò, con un'espressione che era solita assumere quando voleva estorcere pasticcini.-Devi venire.-
Il ragazzo posò una mano su quella che Fanny teneva stretta attorno alla stoffa, in un moto d'affetto.-Vorrei tanto, davvero.- Spostò lo sguardo dispiaciuto da lei a Uriah.-Ma ho quella cena con i visconti di Hereford...-
L'amico si abbandonò contro lo schienale della sedia, sconfitto.-Tuo padre è ancora convinto di farti sposare la loro figlia? Com'è che si chiama?-
-Pamela Blackwood.- Rispose rapidamente Fanny, battendo Julian sul tempo e lasciandolo a bocca aperta.-É una ragazza molto carina, Jools. Sei fortunato. Poteva capitarti la figlia degli Hamilton.-
-La paragonano sovente ad un barboncino.- Aggiunse candidamente Uriah, facendo un ampio gesto al di sopra della propria testa per replicarne l'acconciatura.
Julian non era un grande intenditore di bellezze femminili - per lui un volto valeva l'altro, erano uguali i nasi, gli occhi, le mani, i vestiti.
Fanny era forse la giovane nobildonna più carina che conoscesse, ma doveva essere l'affetto quasi fraterno che provava nei suoi confronti a renderla tanto luminosa per il suo cuore.
Sospirò profondamente.
Doveva impegnarsi di più nel costruire un rapporto con Pamela, se non per la ragazza stessa, almeno per i nervi del conte di Scarborough, suo padre.
Da due anni tentava di farlo convolare a nozze con le migliori damigelle che la società londinese avesse da offrire, ma Julian si era dimostrato capriccioso come un bambino, e ad una ad una le aveva fatte fuggire tutte.
Quella con Pamela era forse la sua ultima occasione prima che il conte lo costringesse ad arruolarsi e lasciasse sulle spalle di sua sorella minore Matilda la responsabilità di trovare marito e dare eredi alla casata degli Scarborough.
-Suppongo di sì.- Rispose, con un filo di voce.-Mi dispiace davvero, Uriah.- Aggiunse poi, voltandosi mestamente verso l'amico.-Ci tenevo ad esserci, almeno quanto ci tenevi tu...-
Uriah fu rapido nel posargli una rassicurante mano sulla spalla.-Ci saranno altre occasioni!-
-Forse, ma la prima occasione capita una volta sola.-
La tristezza di Julian fu contagiosa, e al tavolo calò il silenzio - Fanny non trovò nulla di buffo da dire e Uriah, nonostante la costante serenità, cedette ad una dimostrazione di infelicità all'idea che il migliore dei suoi amici non avrebbe partecipato al concerto.
A quei grigi istanti si accompagnò un evento che Julian avrebbe definito una disgrazia: vide, attraverso le ampie vetrate del caffè, una carrozza nera che si fermava di fronte all'entrata. Portava lo stemma della sua famiglia - fiori di timo attorno alla sottile lama di un pugnale -, e ne scese suo padre, un uomo alto e nerboruto ammantato in abiti scuri, nonostante il caldo tramonto che stava avvolgendo Londra.
Julian serrò le mani sulle braccia di Fanny e Uriah; mentre i due fratelli si voltavano in cerca dell'elemento di disturbo, il giovane stabilì di nascondersi. Tuttavia, anziché rannicchiarsi sotto al tavolo, il panico lo spinse a scattare in piedi, e suo padre lo vide, un pinnacolo tra bassi tetti.
Il viso di Albert Wodehouse, conte di Scarborough, non era mai stato il ritratto della cordialità, ma nella vivace atmosfera dell'Hullabaloo era cupo di rabbia.
-Arguto come una volpe.- La voce di Uriah giunse beffarda alle orecchie di Julian.
Il ragazzo avrebbe voluto rispondergli per le rime, ma non riusciva a distogliere gli occhi da suo padre: adesso che la sorpresa si era dissolta, si diffuse nel suo petto la stessa stizza che induriva i lineamenti del conte.
I suoi amici si alzarono mentre l'uomo si avvicinava al tavolo, chinarono il capo in segno di saluto.
-Buon pomeriggio.- Disse immediatamente Fanny, probabilmente sperando di poterlo distrarre con le chiacchiere.
Julian le sfiorò una spalla con la propria, non era necessario allontanare da lui la furia di suo padre - era costante e guizzava come una fiamma, placarne una vampata non impediva la successiva.
La risposta di Albert fu brusca:- A voi. Julian, mi auguro tu non abbia dimenticato gli impegni di stasera.- Infilò il bastone sotto al braccio e rimase immobile a guardarlo, con gli occhi scuri e penetranti.
Julian era felice di aver ereditato il grigio gentile di sua madre.
-No, assolutamente, stavo per avviarmi...-
-Sciocchezze!- Sbottò il conte.-Sei talmente in ritardo che ho dovuto provvedere personalmente a richiamarti.- Lo afferrò saldamente per un braccio, costringendolo a fare il giro attorno a Fanny per affiancarlo.-Andiamo, basta perdere tempo.-
Julian sospirò, ma non oppose resistenza. Suo padre non aveva ancora offeso le sue idee, le sue budella o le sue sostanze, né tantomeno minacciato di strangolarlo - perché rovinare tutto?
-Buona fortuna.- Disse solo, rivolgendo a Uriah un ultimo sguardo, carico di ammirazione e tenerezza.
Uriah ricambiò sollevando le sue delicate dita da violinista e Fanny gli spedì un bacio attraverso il ventaglio aperto.
Padre e figlio zigzagarono tra i tavoli in silenzio - a poco serviva parlare, tra tutta quella confusione - e uscirono all'esterno, trovando ad accoglierli la bruna e afosa cappa del cielo serale. La strada era vuota, al punto che si poteva sentire lo scorrere del Tamigi a qualche isolato - assieme al tanfo che risaliva dalle acque al primo intiepidirsi delle temperature.
Julian si infilò nella carrozza e non ebbe tempo di chiudere lo sportello che suo padre iniziò ad inveire.
-Ti avevo detto di non frequentare piú luoghi del genere.- Batté un paio di colpi sul tettuccio della vettura con il pomolo del bastone, e questa si avviò in tutta fretta.
Julian serrò la mandibola.-È un caffè, non un covo di oppiomani.-
-É peggio di un covo di oppiomani!- Sbottò Albert, adagiando severamente le mani sul bastone. Un dono di sua moglie, di legno pregiato e con rifiniture in argento - a Julian non era mai piaciuto vedere le sue mani nervose serrarsi attorno alla raffinata manopola. Aveva sempre immaginato le dita di Uriah su un oggetto cosí, lunghe, benevole, graziose.-Oggi ti affanni tra gli schiamazzi dei liberali, predicando uguaglianza, domani ti troverò a Whitechapel a distribuire miracoli ai malati di lebbra!-
Julian si accasciò contro il sedile in velluto porpora. Discutere con suo padre stava divenendo addirittura noioso: Albert era un membro del parlamento da quando aveva vent'anni, la sua esatta età. Si era schierato con il Partito Conservatore, e già da diversi mesi premeva perché Julian seguisse le sue orme, com'era stato nella famiglia Wodehouse per generazioni, ma il ragazzo era di ben altre vedute.
-E poi,- Proseguí Albert imperterrito, incontrando il silenzio del figlio.-ti ostini a coinvolgere i giovani Egerton; non ti senti responsabile nei confronti dei tuoi amici?-
Julian aggrottò le sopracciglia castane.-Fanny e Uriah sono grandi abbastanza per poter badare a se stessi.- Uriah, in particolare, era suo coetaneo. Fanny era un paio d'anni più giovane di entrambi, ma nessuno in quella ristretta cerchia l'aveva mai ritenuta meno capace di giudizio.
-Ti conosco, Julian!- La carrozza oscillò sul lineare asfalto del London Bridge, e il ragazzo si affrettò a chiudere le tende per sfuggire al miasma.-Sei impetuoso, sai come ammaliare e convincere. Non sarei sorpreso di scoprire che gli Egerton sono vittime del tuo fascino.- Albert sospirò, spostando lo sguardo verso le tende tirate.-Non sarebbe il caso di sfruttare queste qualità per attrarre Pamela?-
Il figlio incrociò le braccia al petto, le labbra arricciate.-Pamela non è un'ape, al pari dei miei amici. E io non sono il miele.-
-Di certo non ne possiedi la dolcezza.-
Julian continuò a scrutarlo, gli occhi grigi e diffidenti puntati sul suo soprabito catrame.
Il miele era Matilda, la lucente pietra preziosa incastonata nel cuore di suo padre - un tempo quel posto era stato riservato a sua moglie, Alice, ma la contessa si era spenta sei anni prima e Albert sembrava rivedere il focolare della sua calorosa dolcezza nell'unica figlia femmina.
Julian amava Matilda, non c'era dubbio che l'amasse, con la stessa devozione che aveva dedicato a sua madre, ma talvolta Albert inaspriva la visione che aveva di lei: a Matilda era concesso tutto.
Non fu sorpreso, un'ora più tardi, di scoprire che sarebbe stata esonerata dalla cena.
-Perché?- Domandò con un brusco cipiglio, superando suo padre sull'ampia scalinata che conduceva al piano di sotto. Aveva addirittura accettato di cambiarsi d'abito per l'evento, indossando la sua giacca più elegante e un fazzoletto di chiffon che gli faceva prudere il collo. Aveva sperato che la presenza di Matilda rendesse tutto più sopportabile.
Albert fece cenno alla domestica, Christine, di aprire la porta agli ospiti. Attraverso i vetri colorati incassati nel robusto telaio di legno, se ne potevano vedere le ombre: l'allampanato visconte di Hereford e i cappelli piumati delle due signore al suo seguito.
-Non si sente molto bene.-
Julian si voltò a guardarlo, tirando freneticamente il colletto della camicia in cerca d'aria.-Cos'ha?-
-Mal di testa.- Borbottò Albert, scendendo l'ultimo gradino e picchiando la punta del bastone sul pavimento a scacchi neri e bianchi.
Una risata proruppe dal petto del giovane.-Tu davvero ci credi, quando una donna accusa un mal di testa?-
Suo padre gli rivolse un'ultima occhiata aspra.-Non essere volgare.- Rispose, mentre la famiglia Blackwood sbucava nell'androne.
Albert accolse tutti con un moderato sorriso - non era capace di farlo sinceramente, e quasi mai con tutti i denti -, baciando la mano delle due signore e stringendo quella del visconte.
Julian avvolse le dita attorno a quelle di Pamela e imitò suo padre, posando appena le labbra sul dorso inguantato.
Fanny gli aveva detto che era fortunato, che Pamela era molto graziosa, e non si poteva negarlo. Ad uno sguardo più attento - che Julian le aveva rivolto per curiosità piuttosto che per piacere - i suoi occhi scuri erano di un bel blu, intenso al punto da sembrare nero, lapislazuli liquido che sfociava nella pupilla. Metteva spesso abiti e gioielli che li facessero risaltare; in due mesi di conoscenza, a Julian non erano rimaste indifferenti le sue tendenze modaiole: mai un capello fuori posto, un accessorio inadatto, uno scialle della stagione precedente.
Erano doti che un altro uomo avrebbe potuto apprezzare - ma non lui.
Julian desiderava solo essere altrove.
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Il terzo incomodo
RomanceIl cuore di ogni storia è contenuto nel suo titolo. Attraverso gli occhi di Julian, grigi come il fumo della Londra di fine XIX secolo, scopriremo le luci e le ombre di una città che ama Dio e ne disprezza le creature, ancora pregna di classismo, se...
