La Ruota della Fortuna
L'arrivo di monsieur Moreau era stato provvidenziale. Accontentati i desideri della figlia, Albert era di umore più gioviale, tutto preso ad accertarsi dei suoi progressi, ad ascoltare le cantilene francesi che il precettore le chiedeva di imparare a memoria per acquisire la corretta pronuncia. Si progettava addirittura un viaggio a Parigi, e tra quei favoleggiamenti Julian ebbe modo di allentare la stretta del guinzaglio che il conte gli aveva messo al collo.
Ne approfittò immediatamente per recarsi dagli Egerton e chiedere agli amici di accompagnarlo all'Hullabaloo, o in un qualsiasi luogo ci si potesse nutrire di idee e sidro ghiacciato.
Si spinse fino a Mayfair a piedi, così da non dover dare spiegazioni al cocchiere se a sera gli fosse venuto lo schiribizzo di tuffarsi tra le braccia di Alexei. Il conte sarebbe stato troppo distratto dagli entusiasmi di Matilda per accorgersi della sua mancanza a cena - avrebbe inventato che era rimasto dagli Egerton, Uriah gli avrebbe coperto le spalle se il caso l'avesse richiesto.
Lasciò andare un lungo sospiro mentre tirava il campanello della villa. Le macchinazioni gli erano sempre state necessarie, dal giorno in cui si era reso conto di non poter amare come gli altri, esprimersi come gli altri, soffrire come gli altri. Ma a volte doversi ingegnare anche solo per mettere un piede fuori casa dava scosse feroci al dolore latente che aveva nel petto.
Non avesse avuto un titolo, o l'onore di Matilda da mantenere intonso...
Dall'interno della villa provenne il frinire di un violino; le note rimbalzarono contro i vetri delle finestre come fossero casse armoniche.
Julian non ebbe neppure bisogno di chiedere se Uriah fosse in casa, quando fu accolto dalla governante.
Attraversò il corridoio e salì le scale il più silenziosamente possibile, per non coprire nelle proprie orecchie la melodia acuta che si diffondeva dalle sue stanze. Lo accompagnò attraverso gli angoli, i ballatoi - era il richiamo di Uriah per lui, e Julian sentiva il cuore sciogliersi nel petto, annegato dal calore. Ricordò delle corse giù per le scalinate di quella casa, le fette di pane, burro e marmellata consumate in piena notte, nel silenzio della grande cucina, con i ciocchi di legno che scoppiettavano nel camino di pietra. Non era mai più stato così felice.
Si fermò di fronte alla porta, esitando quasi nel bussare, restio ad interrompere, ma alla sua mano appena sollevata corrisposero un'improvvisa stonatura, un'imprecazione ed un tonfo.
Nel silenzio, Julian assestò un paio di colpi.
-Sono io.-
Ci fu un fruscio di passi dall'altro lato, quasi inudibili, poiché Uriah aveva l'abitudine di camminare a piedi nudi sui tappeti di cui aveva cosparso il pavimento della camera. Tuttavia, quando ebbe aperto la porta, l'immagine che si palesò di fronte a Julian non fu quella di un giovane dedito alla comodità nel privato delle proprie stanze.
I lembi della camicia di Uriah penzolavano fuori dai pantaloni, stropicciati; le maniche erano arrotolate sugli avambracci, scoprendo chiazze d'inchiostro sui dorsi delle mani, sulle falangi, sotto le unghie. I capelli scarmigliati stavano ritti sullo scalpo come sentinelle e gli occhi azzurri erano iniettati di rosso.
Julian arretrò, quasi istintivamente, ma Uriah fu rapido ad afferrargli il polso con una stretta delicata.
-Non ti aspettavo.- Gli disse, e sulle sue labbra si aprì un sorriso genuino.
-Ti ho colto in un brutto momento?-
-Per così dire.- Uriah lo tirò dentro la stanza.-Ma la tua presenza mi sarà d'aiuto.-
Julian chiuse la porta. Nonostante fosse mattina, le persiane erano appena dischiuse, e i raggi che filtravano illuminavano in obliquo spartiti sparsi qua e là sui tappeti. In un angolo c'era una pila di volumi di solfeggio, e poi cuscini che Uriah doveva aver usato a mo' di sgabelli, boccette d'inchiostro, un pennino sporco lasciato ad inzaccherare un foglio vuoto, carta straccia, appallottolata, scribacchiata. Il violino giaceva abbandonato sul letto, con accanto l'archetto sfilacciato all'osso.
Pareva che Julian fosse piombato nel bel mezzo di una crisi compositiva. Si avvicinò alle finestre e spalancò le persiane e le tende di damasco.
Uriah si coprì gli occhi con un braccio macchiato.
-Ti stai trasformando in un vampiro?- Gli chiese, e prese il suo volto tra le mani, fingendo di cercare tracce di una mutazione nei suoi occhi stanchi. Uriah grugnì strizzando le palpebre, ancora disturbato dalla luce.-In cosa posso esserti utile?-
-Ascolteresti l'atrocità che sto componendo?-
-Quel che stavi suonando poco prima? Non mi è parso fosse atroce.-
-Era solo l'adagio.- Ribatté Uriah, chinandosi a prendere dal pavimento una serie di spartiti stesi di fresco, con le note infilate minutamente negli spazi dei pentagrammi.-Ma sono bloccato da giorni sull'andante.-
Julian si sistemò contro il davanzale della finestra. Le lingue del Sole gli sfiorarono la pelle al disotto della camicia, spandendo calore lungo la curva delle spalle.-Sono a tua disposizione.-
-Magnifico, magnifico.- Uriah prese ad aggirarsi per la stanza sovrappensiero. Raccattò altri fogli e li sistemò in fila sul bordo del letto; da un cassetto nell'armadio estrasse resina e una nuova stringa di crini di cavallo per l'archetto.
Julian stette in silenzio ad osservarlo mentre sostituiva quella consunta con dita abili e gentili. Si chiese se accarezzasse il volto di Pamela con la stessa dolcezza, se avesse un tale riguardo nello sfilarle i guanti di pizzo per poterle massaggiare i dorsi delle mani dopo ore di esercizio al pianoforte.
E Pamela aveva un'idea degli schiocchi che la Fortuna produceva baciandola sulla fronte?
Tonavano come spari nelle orecchie di Julian.
Uriah posizionò il violino sotto al mento. Scoccò un'occhiata all'amico, assicurandosi di avere la sua completa attenzione, e Julian rispose con un sorriso d'incoraggiamento.
Pochi istanti dopo le note dell'adagio stavano fendendo l'aria tiepida della camera. Si trattava della stessa melodia che Julian aveva sentito salendo le scale, malinconica, nostalgica. Aveva il sapore dell'infanzia, del candore perduto, delle promesse infrante.
Il giovane vide ancora i pomeriggi assolati a Hyde Park, il verde del sorbetto alla menta e dell'erba appena tagliata. Sentì, nello stridio del violino, la risata di Fanny che si nascondeva dietro alle colonne del portico, lo scroscio dell'acqua della fontanella nel giardino degli Egerton, con i pesci esotici che si muovevano flessuosi nel bacino di marmo.
Dall'archetto penzolò il primo filamento; Uriah chinò di poco il capo per mettere a fuoco le note sugli spartiti che aveva disposto sul copriletto.
I tocchi sul violino si fecero più leggeri, la musica si diradava in un pianissimo, e a Julian parve che le dita dei fantasmi del passato lambissero la sua nuca. Sulla sua pelle guizzò un brivido.
Lo strumento tacque. Il torace di Uriah si gonfiò in un respiro profondo, lungo la sua fronte colò un rivolo di sudore che si perse sotto il colletto della camicia.
Poi il giovane riprese a suonare, violento, penetrante, al punto che Julian ebbe un sussulto.
Dalle note erano sparite ogni morbidezza o armonia; il violino gridava, e in quel pianto di dolore Julian vide il rosso scarlatto del sangue, il nero fosco della tempesta, del temporale, del mare aperto e vorticante, della terra e della cenere.
Una morsa d'acciaio gli strinse il cuore nel petto e lo lasciò lì ingabbiato a subire quelle sferzate di agonia.
Julian dovette aggrapparsi al bordo del davanzale. Quando Uriah lasciò ricadere l'archetto, avevano entrambi il fiato corto.
Il giovane posò il violino sul letto, con la fronte corrucciata, e ancora ansante gli si avvicinò.
-Che cosa te ne pare?- Chiese, con la naturalezza di chi discorre del tempo.-A me non convince, ci sono tratti in cui mi sembra di star facendo solo rumore...-
Julian schiuse le labbra, sbigottito. Com'era possibile non fosse in grado di riconoscere tanta bellezza? Lui, che l'aveva creata, che l'aveva portata nel mondo e sulla carta attraverso quelle dita miracolose? Se solo Julian avesse potuto mettergli il cuore tra le mani, fargli sentire quanto batteva e pulsava, che dolore sublime gli aveva fatto provare...
-Uriah.- Mormorò, e la sua voce uscì quasi in un singhiozzo mentre chiamava per nome l'oggetto del suo desiderio. Il giovane era fermo di fronte a lui, di fronte al Sole, e gli spigoli della mandibola, del naso, gli incavi degli occhi brillavano di luce soffusa. Ciocche dorate erano scivolate sulla fronte a coprire le iridi azzurre in cui era riflesso l'azzurro del cielo.
Julian stese una mano per allontanarne una, e il suo palmo aderì alla guancia bollente di Uriah.
Lo sguardo scivolò sulle sue labbra. Avrebbe dovuto rispondergli, trovare un modo di esprimergli la sua ammirazione, ma le parole non sarebbero bastate, e Julian non era mai stato troppo bravo ad utilizzarle.
Cosa sarebbe accaduto se l'avesse baciato? La sua bocca era così vicina, il suo respiro così caldo contro la sua mano. Perché Uriah non si scostava? Perché non emetteva un suono? Era sempre ignaro delle emozioni che gli scatenava nel petto, attraverso la sua musica o con il suo volto; davvero non si era accorto di nulla? Non aveva compreso la fonte del suo tremore?
No, doveva saperlo per forza. Un animo tanto sensibile non poteva essere cieco a tal punto; lo sapeva, e forse non aveva il coraggio di ammetterlo, ma Julian l'aveva, l'avrebbe avuto, se solo gli avesse permesso di avvicinarsi ancora, solo di un millimetro, appena da sfiorargli la bocca...
Ci fu un colpo secco alla porta, e Julian ritrasse la mano come se sullo zigomo di Uriah fosse comparso uno spuntone.
-Si può?- Chiese Fanny, e Uriah fu rapido a rispondere di sì, quasi che non fosse accaduto nulla. Che non stessero per baciarsi.
Ma forse l'universo era esploso e si era ricomposto solo nella mente di Julian.
Fanny entrò, con un sorriso radioso, e li abbracciò entrambi dibattendosi tra le larghe gonne malva. Julian approfittò di quegli istanti per ricomporsi, inspirò la fragranza alle more di cui erano cosparse le spalle bianche dell'amica e supplicò il cuore di decelerare.
-Ho saputo che monsieur Moreau è stato assunto.- Disse lei, scostando gli spartiti di Uriah e accomodandosi sul bordo del letto.
Julian annuì.-Anche se temo non per merito. Matilda è stata catturata dal suo aspetto... ma si sa come sono le giovani, alla sua età.- Aggiunse, strizzando impercettibilmente l'occhio nella sua direzione.
Sulle guance di Fanny comparvero due boccioli di rosa, e l'amico non ebbe più dubbi che il suo contagioso sorriso fosse dovuto ad un incontro con Nate sulla porta di servizio.
-Si rivelerà una scelta vincente.- Uriah diede un buffetto sulla fronte della sorella.-Il fatto che in questa zucca vuota non siano entrate neppure le lettere dell'alfabeto non significa che monsieur sia meno degno di fiducia.-
Fanny gli stritolò il polso.-Sei tutto sporco d'inchiostro!- Sbottò. I due ingaggiarono un breve battibecco; Julian intanto rifletteva sulle parole di Uriah.
Sapeva davvero poco del nuovo precettore di sua sorella: si chiamava Théo, aveva ventitré anni, era nato a Marsiglia. A parte il suo repertorio di risposte franche e brillanti, non era propenso a parlare di sé; Julian aveva tentato di cavargli qualche altra informazione mentre lo accompagnava fuori, dopo il colloquio con Matilda, ma aveva dovuto rivolgersi alla sorella per estrapolare le briciole della loro conversazione.
Dopotutto, aveva pensato, non era cruciale conoscere i dettagli della sua gioventù. Gli era sufficiente facesse ciò per cui era pagato, al meglio delle sue capacità. Matilda era felice.
-Dove sei stata tutta la mattina?- Chiese Uriah ad un certo punto.
-Con la tua fidanzata, sciocco! C'è un matrimonio da organizzare, anche se pare tu te ne sia dimenticato.- La ragazza gettò un'occhiata preoccupata alla baraonda che affollava il pavimento.
Julian avvampò di colpevolezza. Il matrimonio! Come aveva potuto pensare di baciare Uriah ad un passo dall'altare? Si allontanò dalla finestra, temeva che la mortificazione gli si vedesse chiara in viso.
-Pamela sa che ho altri impegni...- Uriah versò dell'acqua nel catino e prese a strofinarsi le mani con una saponetta al limone.-e poi cosa avrete deciso di tanto importante? Il colore dei tovaglioli?-
-Ah, magari!- Fanny spalancò il ventaglio che teneva legato al polso.-Non abbiamo deciso un bel niente, Pamela si é incaponita con un matrimonio alla francese e io non ho idea di cosa consigliarle.-
Uriah prese una salvietta.-La mia presenza sarebbe stata ancor piú inutile.-
-Nondimeno gradita!-
Il giovane lasciò andare un sospiro rassegnato.-Vedrò cosa posso fare. Ma dal momento che siete qui entrambi... Julian, accomodati un istante. Fanny, vuoi dirgli della discussione dell'altro giorno?-
Julian sedette sul letto, accigliato, e la ragazza si fece aria con movimenti agitati.
-Perché io?- Chiese, fissando negli occhi del fratello ed evitando quelli di Julian.
-Ambasciator non porta pena.- Le ricordò Uriah.
-Vale anche per te!-
-Insomma!- Proruppe Julian, e allora Uriah prese la sedia dallo scrittoio e sedette di fronte al letto.
-Pamela ed io stiamo stilando una lista di possibili testimoni di nozze.- Annunciò, posando l'asciugamano umido su un ginocchio.-Tu sei il più caro dei miei amici, non serve ti dica che vorrei te al mio fianco.-
A Julian parve che qualcuno avesse avvolto il suo cuore con uno spago e l'avesse immerso ripetutamente nello zucchero, ma non osò rilassare le spalle. C'era una particolare inquietudine sul volto dei suoi amici.
Uriah proseguì.-Ne ho parlato con Pamela, ovviamente. E lei si è opposta.-
Julian non ebbe neppure la volontà di fingersi sorpreso. Le sue labbra si accartocciarono per lo sdegno.-Non può decidere per te.-
-Tu accetteresti, quindi?- Domandò Fanny, precedendo il fratello.
-Sì, che accetterei!- Julian si alzò di scatto.- Uriah, le permetterai di decidere?-
Di mettersi ancora fra noi?
-Jools, che scrupolo assurdo! Non avrei neppure la forza di attraversare la navata se tu non fossi lì ad attendermi.-
Julian provò una fitta al petto. Come potevano uscire dalla sua bocca parole del genere, senza che ne sentisse il sapore dell'illusione? Non vedeva che gli tremavano le gambe?
-Perché dirmelo, allora?-
Uriah serrò le labbra. Abbassò per un istante lo sguardo, poi i suoi occhi tornarono a puntarsi su Fanny, supplichevoli ma decisi.-Lasciaci, per favore.-
La sorella inclinò appena il capo, confusa; Uriah non aggiunse altro, e la ragazza si vide costretta ad uscire senza poter pretendere spiegazioni.
Al cigolio della porta, Julian mormorò:-Non l'avevi mai fatto prima.-
-Non riuscirei a parlarti sinceramente in sua presenza.- Ribatté l'altro, appoggiandosi allo schienale e sollevando il volto per guardarlo.-Fanny edulcora i miei pensieri. Le riferirò le conclusioni del nostro discorso più tardi.-
Julian sentì quasi il bisogno di schermirsi dalle sue iridi glaciali.
-Pamela mi ha raccontato del modo in cui ti sei comportato con lei.- Disse l'altro.-Non sono maniere da gentiluomo, e non sono le tue maniere, Jools. Hai rifiutato tante donne, ma mai così spietatamente.-
-Lei è...- Tentò Julian, immediatamente interrotto.
-Conosco la tua opinione, e non ti chiedo di cambiarla. Ho avuto modo di sentire la versione di Pamela, e non chiederò la tua, non perché non ti rispetti, ma perché credo sia inutile venire a sapere cose spiacevoli su una donna che sono in procinto di sposare. Mi sono sufficienti le tue lamentele di quella notte in carrozza.- Uriah si alzò, e si poté udire lo scricchiolio della sedia nel silenzio tombale in cui era crollata quella stanza, fino a pochi attimi prima pregna di voci e musica.-Forse sei convinto che Pamela non sia degna di me, e che meriti il tuo biasimo in ogni occasione. Che così sia, confido nelle tue ragioni e nel tuo giudizio, ma al contempo non posso dubitare del mio. Desidero sposarla e desidero che tu sia rispettoso nei suoi confronti.-
Julian mandò giù a fatica quel boccone di rabbia, vergogna e risentimento. Non poteva dire a Uriah la verità, rivelargli l'origine dell'acredine che provava per la sua fidanzata, confessargli che lo amava, che moriva di gelosia, che si sentiva minacciato dalle idee di Pamela sulle sue tendenze e attrazioni. E dover tacere era più doloroso di tutti quei patimenti.
-Non intendo chiederle scusa- Ribatté bruscamente, potendosi aggrappare solo alla dignità.
Uriah scosse il capo con un sorriso sconfortato.-Lo so. Non è nella tua natura.-
"Chi sei capace di amare, al di fuori di te stesso?"
-Cosa è nella mia natura, Uriah?-
-La gentilezza.- Il giovane afferrò saldamente la sua spalla, i calli gli sfregarono le clavicole.-Ti prego di trattare Pamela come tratteresti Fanny. Come tratteresti una sorella.-
Julian chiuse gli occhi, e anche attraverso le palpebre serrate gli fu possibile vedere i legacci che Pamela aveva avvolto attorno ai polsi di Uriah. Lo tiravano via da lui, e il sottile filo che teneva uniti il cuore suo e di Julian fremeva allo spasimo, sul punto di spezzarsi.
-Non credo di potere.-
-Lo farai.- La voce di Uriah calò come una lama, squarciando l'oscurità. Julian riaprì gli occhi.-Sei tra le persone che più amo al mondo, che più amerò per il resto della vita. Non posso sopportare che tu sia in contrasto con mia moglie.-
Julian non nascose la sconfitta nel proprio sguardo.
Alla fine, tornava tutto a Uriah - non si trattava di Pamela, dell'astio che c'era tra loro, di orgoglio o superbia o vanità. Era la felicità del suo migliore amico che Julian stava compromettendo.
Poteva davvero coricarsi sereno, a sera, sapendo che la disputa aperta con la sua promessa sposa gli dava un dolore? Sapendo che era nelle sue facoltà garantirgli la gioia che meritava di avere?
Si voltò, lasciando ricadere la mano di Uriah - una mano che non gli apparteneva, che dava potere alle sue richieste con i tocchi melliflui.
C'era ancora il violino sul letto; il legno emanava lucentezza ai raggi del mezzogiorno. Julian sentì nel petto le vibrazioni di quella melodia straziante, e la sofferenza che Uriah gli aveva trasmesso con le note era identica a quella che gli aveva appena inflitto con le sue parole.
Sfiorò il ricciolo del manico con un dito, seguendone la curva stringente.
-L'andante era perfetto.- Sussurrò, guardando appena Uriah al di sopra della spalla.-Non cambiarne una nota.-
L'amico esitò, perplesso dalla direzione che il discorso aveva preso. Poi parve comprendere il segno di pace negli occhi di Julian. Sulle sue labbra fiorì un sorriso.
-D'accordo.-
STAI LEGGENDO
Il terzo incomodo
Storie d'amoreIl cuore di ogni storia è contenuto nel suo titolo. Attraverso gli occhi di Julian, grigi come il fumo della Londra di fine XIX secolo, scopriremo le luci e le ombre di una città che ama Dio e ne disprezza le creature, ancora pregna di classismo, se...
