Gratitudine
Erano poche le cose cui Julian credeva di non poter sopravvivere.
La guerra. La morte di un altro dei suoi cari. Il matrimonio di Uriah.
Corse a perdifiato per le strade, schivando carretti, vetture, cavalli al trotto, pozze di fango e bancarelle di ortaggi.
Era mattina inoltrata: Londra si stava affollando di persone e della sua peculiare cappa d'afa.
La fronte di Julian era madida di sudore, i capelli gli si arricciarono sulla nuca mentre proseguiva lungo il fiume, assorbendone nugoli di umidità. L'asfalto scintillava di calore e schizzi d'acqua.
Quando ebbe raggiunto il quartiere di Mayfair, gli abiti gli si erano ormai incollati alla pelle. Non gli importava.
Che la ruota di un calesse gli schiacciasse un piede, che un pescivendolo distratto gli strapazzasse in faccia una lisca di platessa, che il maggiordomo degli Egerton storcesse il naso di fronte al suo aspetto disordinato e annaspante, non gli importava.
Doveva vedere Uriah, e sentirgli dichiarare, con le proprie orecchie, che non avrebbe sposato Pamela, o qualsiasi altra fanciulla.
Salí a due a due i gradini della villa. Tirato con irruenza il cordone del campanello, diede anche un paio di colpi alla porta, per assicurarsi di essere udito.
Ci fu un tonare di passi al di là, e prima che Julian potesse appoggiarsi allo stipite marmoreo in cerca d'aria, l'uscio fu spalancato.
Comparve la governante dei conti di Albemarle, una donnina dal mento aguzzo e le gonne antracite. Julian mal sopportava tanto lei, quanto il colore.
-Signore, buongiorno.- Irruppe, scandagliando i vestiti stropicciati del giovane dal basso della sua statura.-In cosa posso servirvi?-
Lui inspirò rapidamente.-Uriah è in casa?-
-Il conte è impegnato, al momento.-
Julian allungò il collo, tentando di sbirciare oltre la governante e l'arcata della porta. Non proveniva alcun rumore dall'interno.
-Con il visconte di Hereford?- Insistette. Era certo che Uriah, suo padre e George si fossero chiusi a chiave in uno dei salotti a discutere del matrimonio. Che strazio non poter assistere al discorso, sapere cosa l'uomo che amava avrebbe risposto, non conoscere in che forma ed intensità il dolore della notizia sarebbe venuto, e nel frattempo soffrire di ignoranza...
-Non credo di poterlo dire, signore.- Ribatté la donna, raddrizzandosi sulla soglia, gli scarpini ben allineati sul lungo tappeto persiano che attraversava il corridoio.-Volete riferisca un messaggio?-
Julian aggrottò le sopracciglia.-Lasciatemi passare, per amor del cielo!-
-Signore!- Sbottò la governante, facendosi da parte intanto che il giovane avanzava imperterrito, minacciando di travolgerla. Sgambettò dietro di lui.-Abbiate almeno la pazienza di attenderlo in veranda!-
A quelle parole, Julian svoltò a destra, in direzione del luogo suggerito.-Lo attenderei sul bordo del comignolo, se fosse necessario.- Rispose, varcando l'elaborata vetrata della veranda. Lanciò un'occhiata alle proprie spalle.-Ditegli che sono qui. E di raggiungermi il prima possibile.-
Il suo stomaco non avrebbe retto un altro secondo di quell'aggrovigliata costrizione.
La governante annuí, tornando in fretta sui propri passi, e Julian si abbandonò su una poltroncina di vimini.
Reclinò il capo, esausto, e dovette socchiudere gli occhi, quasi accecato dalla sfera infuocata del Sole ben visibile attraverso il vetro trasparente del soffitto. Le ramificazioni di alcune piante sospese ne filtravano la luce in vari momenti del giorno, ma alle dieci e mezzo la stella puntava dritta e implacabile sulla veranda. L'ambiente era caldo.
O forse era Julian a ribollire di agitazione.
Sfilò la giacca. Allentò il nodo al fazzoletto. Aprì due bottoni della camicia.
Forse avrebbe dovuto occuparsi di setacciare le stanze e tirare via Uriah da quella ridicola trattativa per conto proprio. La governante non avrebbe avuto il coraggio di interrompere i discorsi privati di tre uomini per avvertire della sua presenza, e neppure poteva fargliene una colpa. Quanto tempo avrebbe dovuto attendere perché Uriah si liberasse delle richieste del visconte e venisse ad accoglierlo?
Era certo l'avrebbe dato per folle. Julian non ricordava di essersi mai presentato alla villa in un tale stato, con gli occhi sprizzanti, grondante e rosso in volto come se fosse stato in preda alle febbri malariche.
La decenza, la morale, l'educazione impartita da suo padre, addirittura, avrebbero condannato un tale comportamento, ma Julian non aveva il tempo di premurarsene, perché il tempo gli era nemico e gli correva contro. La promessa di Pamela era un male da estirpare sul nascere, prima che sortisse effetti irreparabili.
Nell'ala ovest della magione una porta cigolò sui cardini, e nel corridoio si diffuse un vivace brusio di voci maschili.
Julian si alzò, aguzzando le orecchie nel tentativo di carpire l'ultimo scambio di parole. La convivialità nel tono del visconte non prometteva nulla di buono.
Il giovane lo vide prendere il cappello dalle mani della governante; la donna lo salutò con un piccolo inchino mentre usciva. Il conte di Albemarle assestò una pacca al figlio. Il cuore di Julian si serrò.
Uriah sorrise, si congedò, girò sui tacchi per spostarsi verso la veranda.
I suoi occhi azzurri si spalancarono nel constatare lo stato dell'amico, anche a metri di distanza.
Attraversò l'arcata della porta a vetri e se la richiuse alle spalle.
-Julian.- Esordì, afferrando immediatamente la sua spalla. Julian chiuse gli occhi per un istante al tocco fresco delle sue dita sulla clavicola.-Sei... stai bene? É accaduto qualcosa ieri sera?-
Ricordare delle notti trascorse con Alexei quando avrebbe voluto poter stringere lui tra le braccia era sempre un marchio a fuoco tra le coste.-No. No, è accaduto qualcosa stamattina.-
Uriah fece pressione sulla sua spalla, spingendolo un po' indietro.-Siediti, per favore. Sei paonazzo.-
Julian tornò alla poltrona intrecciata mordendosi l'interno della guancia. Aveva sbagliato a fiondarsi da lui cosí ridotto; lo stava mettendo in apprensione, ed era doloroso a vedersi. Doloroso farlo preoccupare per il proprio egoismo, per un tormento che apparteneva a lui soltanto.
-Sono stato da Pamela, neppure un'ora fa.- Rivelò.
Anche Uriah sedette a quel punto, contraendo la mandibola.-Per scusarti con lei?-
-Non ne sono certo.- Julian passò una mano tra i capelli disordinati, scostandoli dagli occhi. Avrebbe potuto raccontargli di suo padre, della vile scelta che era stato costretto a prendere perché gli fosse restituita la libertà, ma non aveva di fronte il suo amico, adesso - stava guardando negli occhi il giovane che amava, e che temeva di perdere.-Ho chiesto la sua mano, in un momento di disperazione, ma lei... ha detto che era intenzionata a sposare te, che suo padre si era già curato di avvertirti mentre parlavamo...-
-Quindi lo sai.- Uriah prese un profondo respiro, e le sue dita affusolate fremettero sui bordi della poltrona.-Lo sai, e pare che la notizia ti abbia sconvolto.- Aggiunse, contrito, rivolto a se stesso.
Julian realizzò il senso di colpa sul suo volto e si sentì mancare.
Ha accettato.
-Hai accettato?-
Uriah si alzò, spostandosi lentamente lungo la stanza per raggiungere i vetri. Stette così per un po', muto, osservando il cortile, l'erba, il gazebo, il patio. Julian dovette trattenere l'impulso di avvicinarsi e scrollarlo.
-Cos'è che ti fa star male, Jools? É un affronto al tuo orgoglio il fatto che lei voglia sposarmi? Oppure la ami, l'hai amata per tutto questo tempo senza avere il coraggio di ammetterlo? O al contrario, la disprezzi al punto che vorresti dissuadermi...-
-Uriah, hai intenzione di sposarla?- Incalzò l'altro, sollevandosi. Non poteva negare o dare conferma dei suoi sospetti, non prima di aver compreso...
-Sì.- Il giovane voltò appena il capo, scrutandolo al di sopra della spalla.-Ammetto di esserne stato sorpreso. Ho incontrato Pamela poche volte, e solo in tua presenza, mai avrei immaginato di poterla affascinare... e di portartela via, Jools. Se è stata questa delusione a toglierti il colore dal volto e trascinarti qui in un tale stato, io ti chiedo perdono.-
Julian serrò le palpebre. Le membra divennero pesanti, di piombo, e il torpore parve tirarlo verso il pavimento. Il cuore, sconfitta l'agitazione di fronte all'atroce risposta, decelerò, accompagnandosi all'annichilimento delle ossa. Se le assi di mogano si fossero spalancate sotto i suoi piedi, in quel momento, sarebbe precipitato senza opporre resistenza.
-Non c'è nulla per cui debba perdonarti.- Mormorò.-Nessuna offesa, nessuna delusione.-
-Fratello.- Una mano di Uriah si strinse attorno al suo polso.-Non c'è niente di stabilito. Se posso risparmiarti una sofferenza, rinuncerò.-
Julian serrò a propria volta le dita attorno al suo braccio.-Risparmiala a te stesso. Perché sposare una donna del genere?-
Uriah si ritrasse.-Quindi non la ami.-
Julian tentennò. Poteva essere l'ultima occasione di convincerlo a ritrattare. In un decisivo ed estremo atto, avrebbe potuto dirsi perdutamente innamorato, a dispetto della propria volontà, ma Uriah... perché desiderava sposarla? Se n'era invaghito?
-E tu?-
-No, io...- Il ragazzo scosse il capo.-non ancora, almeno. Ma avrò tempo a disposizione per conoscerla, e forse potrei... se non spezzo il tuo cuore nel farlo, intendo scoprire quali felicità il matrimonio può donarmi.-
-Ti renderebbe felice?- Julian impose alla voce di non incrinarsi, non cedere, non tremare.-Sposarti, ti renderebbe felice?-
Le labbra di Uriah si sollevarono appena, in un sorriso incerto.-Perché non dovrebbe?-
Julian tacque.
Era un giovane precipitoso, talvolta sgarbato, ed era consapevole di parlare a sproposito, ma c'erano dei limiti, e la serenità di Uriah rappresentava un confine intoccabile, invalicabile.
Se per il suo bene doveva reggere il dolore di vederlo andare in sposo ad una donna, che cosí fosse. Non avrebbe mentito, non avrebbe intessuto la tragica storia del suo amore contrastato per la viscontessa, non l'avrebbe ingannato. E neppure avrebbe diffamato l'ignara Pamela con accuse alla sua persona o al suo intelletto, vere o fittizie che fossero - Uriah era una persona ben diversa da lui, capace di trovare diamanti grezzi in chiunque, e portarli con cura e attenzione alla luce. Avrebbe fatto risplendere anche una donna spregevole come Pamela.
E poi, poteva davvero trascorrere tutta la sua esistenza ad osteggiare il suo desiderio di sposarsi? A calunniare ogni donna che gli si avvicinava nella speranza che Uriah gli desse ascolto? A fingersi innamorato di questa e quell'altra fanciulla, perché l'amico avesse compassione del suo cuore e rifiutasse di metterle la fede al dito?
-Fa' finta che non abbia parlato.- Rispose, mentre la presa di coscienza gli riempiva il petto di un gelido languore.-Accetta la sua mano, e sii contento. Io ti appoggerò in ogni tua scelta.-
Uriah fece passare una mano dietro la sua nuca, tra i capelli bruni e arricciati, e lo strinse a sé.-Grazie.-
Julian annuí piano, la fronte posata contro la sua spalla, il naso sprofondato nella stoffa della camicia, che profumava di limone e lavanda.
Non c'era altro che potesse pretendere di ottenere da Uriah: il ricordo di un odore, e la sua gratitudine.
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Il terzo incomodo
RomanceIl cuore di ogni storia è contenuto nel suo titolo. Attraverso gli occhi di Julian, grigi come il fumo della Londra di fine XIX secolo, scopriremo le luci e le ombre di una città che ama Dio e ne disprezza le creature, ancora pregna di classismo, se...
