Capricci francesi
Trascorsero sette giorni.
Julian si diede malato e non mise piede fuori di casa. Fanny e Matilda si affaccendarono attorno al suo letto tastandogli le tempie con i polsi, sempre preoccupate di trovare un calore sospetto.
Anche Uriah gli fece visita, una sera più fresca delle altre. Dalle imposte dischiuse filtrava una leggera brezza che smuoveva le tende di lino. L'amico si rammaricò del suo stato, gli disse che doveva aver preso un brutto colpo d'aria per come si era presentato grondante di sudore a casa sua nei giorni precedenti, lo esortò a riguardarsi. Poi Julian stette in silenzio ad ascoltarlo mentre gli riferiva dei suoi incontri con Pamela. La ragazza gli piaceva, aveva opinioni interessanti sulle poesie di Whitman ed insieme stavano arrangiando una sonata per violino e pianoforte.
Al termine del monologo, Julian si sentì peggio.
Il cuore era crepato nel suo petto come una mattonella di ceramica percossa dalla gamba di uno sgabello - temeva che se si fosse alzato dal letto i pezzi sarebbero definitivamente crollati sotto la forza di gravità. Ma dovette rimettersi in piedi, prima che tutti si convincessero stesse per morire e suo padre chiamasse un medico perché gli attaccasse sanguisughe alle caviglie.
Fu per tutti un sollievo vederlo girare di nuovo per casa. Si recò per prima cosa da Alexei. L'amante gli aveva ricavato un bel gruzzolo e, come promesso, poté trattenerne la metà. La consolazione di riposare tra le braccia di qualcuno dopo una settimana di solitudine rattizzò di poco le braci sonnolente della sua anima. Osservò in una sorta di doloroso rapimento i capelli di Alexei sparsi sul cuscino mentre dormiva, biondi filamenti di luna nella penombra della stanza.
Alla luce di una mezza candela, scrisse una poesia orrenda.
La fece pubblicare sul The Bookman per qualche spicciolo, e nei giorni successivi alcuni amici di suo padre lo fermarono per strada per dirgli che l'avevano apprezzata. Il conte Albert mostrò la sua approvazione chiedendogli, al tavolo della colazione, se voleva gli passasse la marmellata al limone. Julian aveva imparato ad accontentarsi. Gli rispose di sì.
Alla fine della settimana Uriah e Pamela annunciarono il loro fidanzamento.
L'invito alla festa giunse per posta, su un cartoncino color avorio che citava orario e luogo - la sera successiva, alla villa dei visconti di Hereford - in eleganti lettere dorate. Julian lo strappò in mille pezzi, ma si presentò lo stesso.
Il salone da ballo dei Blackwood era stato allestito minuziosamente.
La viscontessa Catherine aveva fatto lustrare ad uno ad uno i cristalli dei grossi lampadari appesi al soffitto, e per questo gocce di luce si rincorrevano ovunque si volgesse lo sguardo. Anche il pavimento di ciliegio scintillava, cerato di fresco.
Spessi drappeggi di seta adornavano finestre amplissime, affacciate sul giardino.
Ai muri in stucco verde bosco con intarsi di marmo erano state addossate le suppellettili, per sgombrare la pista: sedie imbottite, dallo schienale alto, una massiccia vetrina strabordante di porcellane, tavoli disseminati di bevande e vasi in argento da cui sbucavano prosperose corolle di camelie rosa.
Un quartetto d'archi si era disposto in fondo alla stanza; i musicisti erano intenti ad umettare i crini degli archetti con la resina, e Uriah si aggirava vispo tra loro, piegandosi per osservare la fattura di un violino, il legno pregiato di una viola, la tensione di un pirolo.
Il fuoco della sua passione era possente e la luce, dall'interno, si propagava attraverso le vene, rischiarando l'ambiente piú dei lampadari.
Pamela era in grado di vedere quanto splendesse? Sapeva mutarsi in quieto fogliame e nutrirsene?
Julian non lo credeva affatto. Le scoccò un'occhiata - era alla sua destra, agghindata in azzurro, con bottoni di madreperla e oro sul corpetto e una spumeggiante coda di raso sul retro della gonna.
Rispondeva con un sorriso a tutte le congratulazioni che le venivano rivolte; la figlia degli Hamilton, Augusta, con i soliti riccioli castano pallido sollevati sulle tempie, la osservava con ammirazione tremolante. Che desiderasse sposarsi, come la viscontessa? In tal caso, Julian era certo il conte Albert avrebbe trovato un modo per incastrarlo con lei nell'ennesimo fidanzamento.
Il vocione del barone Fairwick, arrochito dal fumo dei sigari, tornò a vibrare nelle sue orecchie. Stava dicendo ancora di come fosse contento di poter partecipare ad una festa per la prima volta dalla perdita della moglie.
-Stare tra volti familiari dà consolazione allo spirito.- Aggiunse, sorseggiando del whisky che doveva essersi procurato nella sala del biliardo.-Non è stato facile abituarsi di nuovo alla gente... però serve, caro ragazzo. Voi dovete saperlo bene.- Sollevò un sopracciglio ingrigito, e Julian aggrottò la fronte.-La morte di vostra madre... la contessa Alice, splendida donna, terribile lutto, terribile. Quanti anni sono trascorsi?-
Julian si schiarì piano la gola.-Sei.-
-Già sei!- Il barone spalancò gli occhi annacquati nel viso paffuto.-Eh, sembrava ieri, che davo pacche sulle spalle a vostro padre per fargli forza... e voi non eravate che un ragazzino! Per non parlare di vostra sorella...-
-Ci siamo risollevati meravigliosamente.- Tagliò corto Julian, lanciando poi una rapida occhiata alle spalle dell'uomo. Uriah stava ridendo, circondato dagli ospiti. Aveva una mano attorno al fianco di Pamela.
-Fa tanto piacere sentirlo. La signorina Matilda è una radiosa fanciulla. Ricorda la madre, non siete d'accordo?-
Il cipiglio sul volto del giovane si fece più scuro. Forse, nei setosi capelli ramati. Nella fisicità sottile, nell'incarnato pallido, lentigginoso durante la bella stagione. Ma le somiglianze terminavano lì.
-Così dicono tutti.- Rispose.
Il barone si appoggiò al bastone da passeggio, il bicchiere vuoto nell'altra mano.-Ne sarà orgogliosa, vostra madre era una donna di straordinari candore e bellezza.-
Julian abbassò gli occhi cenerini su di lui. Non poteva lasciar riposare quella donna in pace nella propria tomba? Era così afflitto dal dolore della propria perdita, da necessitare di scoperchiare i patimenti altrui e creare attorno a sé un circolo di condivisa sofferenza? Aveva intenzione di scomodare i defunti di ogni persona presente in quella stanza?
-Sono certo lo fosse anche vostra moglie.-
-Ah, povera, deliziosa Pauline!-
-Perché non andate a procurarvi altro whisky? Senza dubbio vi restituirà il buonumore.-
Il barone rigirò tra le mani il bicchiere di vetro spesso, facendo ondeggiare le gocce che giacevano sul fondo.-Forse avete ragione. Anche se neppure il più pregiato dei liquori potrebbe restituirmi...-
-Da qualche parte bisognerà pur iniziare.- Lo interruppe Julian, posandogli una mano sulla spalla perché si girasse in direzione della sala da biliardo. Il barone non aggiunse altro, annuì tra sè, risoluto, e si allontanò a passi strascicati, piantando bene il bastone sul pavimento.
Julian tirò un sospiro di sollievo, e a riempire l'abbondante spazio che l'uomo aveva lasciato vuoto giunse subito dopo Uriah, la figura slanciata dal taglio aderente del frac.
-Perdonami se non sono venuto a salutarti prima.- Esordì, con un sorriso che avrebbe potuto scagionarlo da accuse di omicidio.-Ho dovuto assicurarmi che tutto fosse perfetto.-
Julian assunse un'espressione moderatamente divertita.-Immagino la richiesta sia provenuta da Pamela.-
Uriah non era noto per essere un giovane meticoloso. Dava attenzione solo ai suoi spartiti, e lasciava che tutto il resto si risolvesse per conto proprio.
-Ad essere onesti, sì.- Uriah si guardò attorno, come se stesse per fargli una confidenza.-Ad essere ancora più onesti, sono state le giornate più sfiancanti della mia vita.-
-Più dei preparativi per un concerto?- Julian si finse sorpreso. Poteva solo immaginare cosa significasse organizzare un evento gomito a gomito con Pamela e sua madre.
Uriah si lasciò sfuggire una risatina.-Sì. Ma non lo diremo alla mia promessa sposa.-
"Promessa sposa".
Un nervo nella guancia di Julian si contrasse, mentre nella sua bocca si diffondeva il sapore amaro del veleno. Si chiese se ci sarebbe mai stata fine a quelle stilettate continue. Quando il dolore pareva placarsi, ecco che qualcuno diceva una frase, una parola, che spalancava i lembi della ferita, facendo sgorgare il sangue.
Si insidiò di nuovo in lui la mordace intenzione di mandare all'aria quel fidanzamento con ogni mezzo possibile, ma durò solo per un istante.
Uriah gli stava porgendo un calice colmo di champagne, preso da un cameriere di passaggio. Guizzava come oro fuso sotto al vetro.
-Brindiamo.- Disse, e Julian si accorse che aveva trattenuto un bicchiere anche per sé. Insolito. In otto anni di conoscenza, non l'aveva mai visto consumare alcolici. Neppure ne annusava l'aroma, per curiosità, come facevano tante giovani dell'età di Matilda quando gli adulti si concedevano un cordiale dopo cena.
Quella sera doveva essere davvero felice.
-Al tuo matrimonio, suppongo.- Replicò.
Uriah scosse il capo.-Oh, no, no. Al tuo esordio come poeta.-
Julian arricciò il naso.-Cielo, l'hai letta...-
-Tace la luce/ E io canto l'amore...-
-Uriah, per pietà!-
-...Ché se la Luna mi é compagna/ Il Sole é traditore...- Proseguì imperterrito l'amico, e Julian si vide costretto a tappargli la bocca con una mano.
Le labbra carnose di Uriah si aprirono in una risata contro il suo palmo. Julian sentí il sangue affluirgli alle guance.
Rimosse la mano e si finse indaffarato a raddrizzare i lembi del colletto.-Brucerò tutti i giornali.- Borbottò.
Uriah avvicinò il calice al suo, facendo tintinnare il cristallo.-A me è piaciuta.- Rispose, e scolò lo champagne in una sola, lunga sorsata che gli fece rimbalzare il pomo d'Adamo in gola.-Delizioso.- Commentò, dopo un'emissione di fiato.
Julian sorseggiò il proprio, dedicando un'occhiata sospettosa al bicchiere vuoto dell'amico.-É vero.-
-Lo producono i genitori di Pamela.- Lo informò Uriah, che già si era voltato per individuare un altro cameriere.-Direttamente in Francia, a Côte des Blancs. É stata una fortuna che ce ne fossero alcune casse stipate in cantina.-
-Il visconte sembra un intenditore di alcolici.- Ribatté Julian, osservando le bollicine che risalivano in superficie dal fondo del calice, come pesi sul piatto di una bilancia.-Charles ne sarà felice, si incontrano su un terreno comune.-
-Oh, mio padre è entusiasta.- Uriah rinunciò all'impresa di attirare l'attenzione di un cameriere, tra tutta quella fiumana, e si girò ancora verso di lui, gli occhi azzurri ardenti.-Immagino avesse perso la speranza che mi sarei sposato, e poi adora Pamela...-
-Chi mi adora, tesoro?- Chiese la sua fidanzata, che gli era sbucata alle spalle.
Posò una mano inguantata sul bavero di seta della sua giacca, ad un soffio dal cuore, e Julian trovò improvvisamente interessanti i decori in stucco sul soffitto.
-Mio padre.- Ripeté Uriah.-E io, ovviamente.-
Pamela gli rivolse un sorriso di bianco zucchero e gli prese audacemente il braccio.-Spero più di lui. Balliamo?-
Julian era stato talmente distratto dalla conversazione con Uriah da non rendersi conto che il quartetto d'archi aveva iniziato a suonare, diffondendo per il salone le note pacate di un minuetto. Diverse coppie si erano allineate al centro della pista.
Uriah fece un cenno d'assenso e si congedò da Julian con un sorriso. Pamela sollevò eloquentemente le sopracciglia nere prima di allontanarsi, tenendolo saldamente a braccetto.
Voleva manifestargli il suo trionfo, Julian ricordava di averle detto che Uriah non l'avrebbe sposata mai. Ma Pamela non si accorgeva davvero della sofferenza che gli stava causando - non si trattava di una ridicola sfida, di un puntiglio, di orgoglio.
Glielo stava portando via.
Il cuore cadde pesantemente nel suo petto, come se qualcuno avesse reciso i fili che lo tenevano sospeso tra le coste. Quell'immagine si sarebbe ripetuta all'infinito di fronte ai suoi occhi, per i giorni e gli anni a venire: Pamela che si infilava tra lui e Uriah per prendergli un braccio e chiedergli di tornare a casa. Dirgli che la cena era pronta. Che il bambino si era sbucciato un ginocchio. Che c'era bisogno di lui per scegliere il nuovo colore delle tende.
Uriah non gli era mai appartenuto, non nel modo in cui avrebbe voluto, ma al di fuori delle esercitazioni per violino, la sua attenzione era sempre stata rivolta a Julian. Era il suo unico vero amico. E ora Julian sentiva di star perdendo quell'importanza, a poco a poco, mentre Pamela rimuoveva i solidi mattoni della loro relazione per costruirci una villa con roseto e portico affacciato su Hyde Park.
Posò il calice ancora pieno sulla mensola di un caminetto lì vicino, perdendo anche l'ultima, misera volontà di godersi la festa.
Si era ripromesso che non avrebbe bevuto troppo, fatto scenate, rovinato l'umore di Uriah con taglienti battute che non avrebbe compreso, sfidato Pamela con lo sguardo.
Aveva tentato di lasciarsi travolgere dal fervore di Matilda: sua sorella si era chiusa nella propria stanza con Christine per tutta la mattinata, a scegliere quale abito indossare. Prendeva gli eventi sociali molto seriamente; Julian aveva l'impressione non vedesse l'ora di entrarne a far parte ufficialmente, e talvolta l'idea lo spaventava, perché suo padre sembrava fin troppo disposto ad assecondarla.
Non sapeva se, dopo il matrimonio di Uriah, avrebbe retto anche quello di sua sorella.
Matilda era qualche passo più in là, appoggiata allo spigolo del camino, circondata da qualche allegra coetanea. Indossava il suo vestito più grazioso, di un tenue verde menta che, insieme ai boccoli fulvi, la faceva sembrare una fragolina di bosco dalle foglie vispe.
Lì per lì Julian non prestò attenzione ai suoi discorsi, probabilmente stava discutendo il proprio carnet con le altre ragazze. Le vedeva dare arditi colpi di ventaglio all'aria immobile, spostando gli occhi sognanti lungo la pista da ballo.
Ma d'un tratto fu raggiunto dal tono incapricciato di Matilda.
-Che strazio!- Stava guaendo.-Ha tutte le fortune, quella.-
-Shh!- Augusta le assestò un colpetto sul braccio con la stecca del ventaglio. Nonostante fosse un paio d'anni piú grande di sua sorella e della restante crocchia di fanciulle, i suoi modi infantili le permettevano di integrarsi facilmente.-Ti sentirà!-
Julian non ebbe bisogno di seguire le loro occhiate fuggiasche per comprendere a chi si stessero riferendo: la piccola duchessa Balfour, Rosie, era stata rivale di Matilda dal primo vagito.
Essendo di superiore estrazione sociale, era smodatamente ricca, e se non erano le monete sonanti a cantare, di certo lo faceva l'avvenenza del suo aspetto.
Matilda le invidiava ogni mese qualcosa di diverso: la casa per le bambole, il pony di razza pregiata con finimenti in argento coperti di nastrini di raso, gli abiti all'ultima moda parigina, la collana di opali acquamarina.
In cerca di una fonte di divertimento, Julian rimase nei pressi del camino ad origliare.
-Che mi senta!- Sbottó sua sorella, impettita nel corpetto striminzito.-Non c'é modo di scalfirla, qualsiasi cosa io dica.-
Augusta mise le mani sui fianchi, come facevano le governanti di fronte alle marachelle dei pargoli.-É solo un'istitutrice.-
-Non una qualsiasi, Aggie! La migliore di tutte... e quel che è peggio, l'avevo trovata io per prima!-
Julian sollevò le sopracciglia.
Matilda non gli aveva mai espresso il desiderio di una nuova precettrice. Cosa aveva che non andava, quella che già aveva?
-Tilda, ho l'impressione tu ne stia facendo un dramma.- Riprese Augusta, senza perdere il piglio severo.-Ci sono centinaia di istitutrici che potrebbero insegnarti il francese...-
Gli occhioni scuri di Matilda si fecero umidi.-Ma non madrelingue come lei!-
Ah.
Julian appoggiò il gomito alla mensola del camino. Ecco la nuova smania di sua sorella: pretendeva di imparare il francese e, come non bastasse, da una bocca a strisce blu, bianche e rosse.
Rosie pareva essere riuscita a sottrarle l'unica in circolazione.
-Cosa importa?- Ribatté Augusta.-Saranno altrettanto brave.-
-Niente affatto.- Matilda incrociò al petto le braccia puntellate di efelidi.-E ora quella smorfiosa imparerà il francese, meglio di quanto potrei mai fare io.- Lasciò andare uno sbuffo risentito, e Julian fece per allungare una mano verso di lei per rassicurarla, ma le sue dita si fermarono su un'altra spalla: Fanny gli era piombata di fronte all'improvviso.
-Jools!- Squittí, facendo sussultare il giovane, e anche Matilda e Augusta che ancora discutevano dietro di lei.-Che cosa fai qui impalato? Non hai uno stuolo di corteggiatrici da invitare a ballare, ora che sei tornato scapolo?- Aprì il ventaglio con uno schiocco e si fece aria. Aveva gli zigomi tondi arrossati; Julian l'aveva vista di sfuggita ballare con un giovane rampollo.
-Non so con chi tu sia convinta di star parlando,- Ribatté, porgendole il proprio calice di champagne, ancora fresco.-ma la mia reputazione tra le donne non è delle più lusinghiere.-
Fanny ingollò il contenuto del bicchiere, sventagliando nell'ampio scollo dell'abito pesca.-Questo significa che hai del tempo per me?-
Julian si aprì nel primo sorriso sincero della serata.-Ho sempre del tempo per te.- Rispose, e le offrì il braccio.
Le dolci note di un valzer lento stavano avvolgendo il salone in una tiepida cortina di abbracci e giravolte. Il giovane strinse a sé Fanny, una mano posata sulla sua scapola nuda, le sopracciglia aggrottate mentre tentava di inserirsi nel ritmo fluido della musica.
-Dovrai portare tu, per un po'.- L'avvertì, e l'amica ridacchiò contro il suo petto, cingendogli con più sicurezza le spalle con un braccio.
-É così che fai fuggire tutte le donne?- Lo schernì, e prese a condurlo davvero, indicandogli la direzione in cui spostarsi con piccoli cenni del mento e imprimendogli movimento con il peso del suo stesso corpo avvolto nel vestito di seta e batista.-Quando hai intenzione di riprendere con le lezioni di ballo?-
Julian arricciò le labbra.-Ora sembri mio padre.-
Gli occhi color castagna di Fanny si allargarono per l'orrore.-Ho di nuovo dimenticato di radermi la barba?-
I passi del giovane si fecero più decisi. Intrecciò le dita con quelle di Fanny e la guidò in un sinuoso volteggio.-E questo deve essere il motivo per cui gli uomini fuggono da te.- Ribatté.
L'amica lo guardò di traverso.-Inizio a credere che a voi non piaccia ridere.-
Julian si trattenne dal lasciar andare un lungo sospiro. Dio solo sapeva da quanto non riusciva a sciogliersi in una risata che fosse genuina, di cuore.
Uriah e Pamela passarono repentinamente di fianco a loro, disegnando invisibili quadrati sul pavimento con la punta delle scarpe, al pulsare gentile del valzer.
Il collo di Julian si irrigidì per lo sforzo di non voltarsi ad osservarli, tenne gli occhi puntati sul viso florido di Fanny. Aperto, familiare, consolatorio.
Così gli era apparso anche otto anni prima, mentre una Fanny allora bambina spiava da dietro una colonna lui e suo fratello tirare di scherma nel giardino degli Egerton.
Il conte di Albemarle non era un amico di famiglia: sedeva in parlamento, ma bazzicava tra i moderati, e Albert non aveva mai avuto troppa simpatia per gli indecisi. Il caso aveva voluto che i due giovanotti prendessero lezioni dallo stesso insegnante, ed era stata proprio l'iniziativa di quest'ultimo a farli incontrare perché potessero allenarsi insieme.
Anche Fanny, vinta la timidezza, aveva iniziato a chiedere al fratello di prestarle il fioretto, e tutti e tre si sfidavano in combattimenti, scorrazzando in lungo e in largo per il giardino, nascondendosi dietro ai tronchi, infilzando malcapitati cespugli di violette. Fanny si era ritrovata più di una volta con la gonnella stracciata, e la contessa Penelope mandava a chiamare la sarta tra un attacco isterico e l'altro, ricordando alla figlia che quelle non erano attività per signorine.
Fanny non le aveva mai dato ascolto, e forse per questo Julian aveva sempre ricercato la sua compagnia. Era disobbediente e ribelle; passeggiava a capo scoperto e andava a cavallo abbracciando la sella con entrambe le gambe, come gli uomini, in pieno giorno tra la folla di St. James's Park.
Parlava quando non era interpellata, non lesinava nei pasti, come le altre nobildonne, ma mangiava finché aveva appetito. Talvolta si preoccupava lei stessa di cucinare, se desiderava qualche particolare manicaretto che sua madre le avrebbe proibito perché badasse alla linea; si accomodava scomposta sulle sedie in presenza di Julian e suo fratello, curvando le spalle, sollevava le gonne fino ai polpacci per correre, sguazzava negli stagni e faceva rientro in casa zuppa e senza scarpe, scalpicciando sul pavimento con i piedi bagnati.
Julian adorava quelle sue stravaganze. Si riconosceva in lei, nella sua fame di libertà. Quando era in sua compagnia, sentiva di poter dispiegare le ali e percorrere i cieli più azzurri e immensi - non ci sarebbero state le nuvole temporalesche della collera di suo padre ad ostacolargli la visuale mentre planava. Non poteva che esserle riconoscente per quegli istanti di spensieratezza.
-A Nate piace ridere?- Le chiese, con un'occhiata sagace e tono spiritoso.
Nathaniel Henshaw era il garzone del lattaio che ogni due giorni riforniva la villa degli Egerton con brocche di latte, panetti di burro e formaggi freschi.
Fanny era invaghita di lui da mesi, e inventava qualsiasi scusa per ritirare la merce al posto della governante. A Julian era capitato di assistere alla sua impresa, qualche volta in cui si era presentato alla villa di buon mattino: l'aveva vista impacciata sui gradini dell'ingresso, imbellettata come per un gala, abbondante di sorrisi e maniere carezzevoli.
Per una giovane così intraprendente, era raro essere a corto di fiato e parole. Julian non aveva mai smesso di punzecchiarla.
-Nate è diverso.- Le gote di Fanny, già rosse di calore, assunsero un'imbarazzata tinta scarlatta.-Ha senso dell'umorismo ed è affascinato dalla semplicità. Detesterebbe questo ambiente.-
-Lo conosci già così bene?- Il tono di Julian fu volutamente scettico.
Fanny non era sciocca, ma la sua propensione al sentimento la portava a ricamare rosee fantasie sulle persone che incontrava, e l'amico dubitava che il garzone avesse potuto comunicarle il suo sprezzo per l'alta società mentre le consegnava il formaggio di capra.
-Beh, non sono parole sue.- Bofonchiò Fanny, abbassando per un istante lo sguardo sulle loro gambe intrecciate nell'ennesimo giro.-Ma si deduce... ha un che di sincero, nel sorriso, nella voce. Mi fa pensare che non sopporterebbe l'ipocrisia di cui siamo circondati.-
-Se così fosse, non credi potrebbe trovarti della stessa pasta di coloro che disdegna? Non fai parte di questo ambiente, tu?-
A Julian non piaceva vestire i panni del Grillo Parlante - era lontano dalla sua natura impulsiva e dal fascino che gli suscitava l'indocilità di Fanny. Ma Uriah non sapeva nulla del suo affetto per Nathaniel, e spettava a lui assicurarsi che non corresse rischi di alcun tipo.
Gli uomini, qualsiasi posto occupassero nella gerarchia sociale, godevano del potere di approfittarsi delle fanciulle, e rovinarle per la vita.
Fanny si morse vigorosamente le labbra e non disse altro. Julian s'intenerì.
-No, perdonami, ho parlato a sproposito.- Le disse, stringendola più forte a sé, le dita sulla sua scapola ora aperte in una carezza.-A nessuno potrebbe sfuggire la tua bontà.-
La giovane s'illuminò.-Lo pensi davvero?-
-Sei una creatura straordinaria. E sono sicuro che Nate non manchi della sensibilità necessaria ad accorgersene. Non avrebbe attirato la tua attenzione, altrimenti.-
Sul volto di Fanny comparve finalmente un sorriso radioso, carico di aspettativa, e Julian pregò di non doversi pentire della speranza che le aveva inculcato.
-Tu mi aduli.- Rispose la ragazza, roteando gioiosa tra le sue braccia.-Ma hai meritato un favore.-
Julian inclinò il capo.-A che proposito?-
-Ho sentito Matilda lamentarsi della sua istitutrice.-
-Ah, sì. Il suo nuovo stratagemma per farci impazzire tutti.-
-Non accadrà.- Fanny scosse la testa con un ghigno furbo.-Ho in mente il migliore insegnante di francese che potrebbe mai desiderare di avere.- Julian pendeva ormai dalle sue labbra quando aggiunse:-Il mio vecchio istitutore, monsieur Moreau.-
Non era un nome nuovo alle orecchie di Julian: ricordava la figura snella di un uomo che entrava e usciva dalla villa degli Egerton, ammantata di nero, sempre con il cappello di panno calcato sugli occhi. Aveva assistito Fanny per due anni nei suoi studi, e la giovane non ne era uscita brillante conversatrice, ma erano stati tutti d'accordo nell'attribuire l'insuccesso alla sua avversione per le lingue piuttosto che all'incapacità dell'insegnante.
Julian si fece meditabondo.-Non è una cattiva idea, monsieur Moreau è francese, dopotutto, e Matilda desidera essere istruita da un madrelingua... ma pare che la signorina cui ha dovuto rinunciare fosse rinomata, e il signore in questione no...- Di certo, non con i suoi modi scostanti. Julian non ricordava neppure di avergli mai rivolto la parola.
Fanny diede un'alzata di spalle.-La scelta spetta a lei, ma dubito le sarà facile trovare di meglio in giro. E poi, ha del fascino.-
-Fanny!- Saltò su l'amico, quasi inciampando sui propri piedi.-Non vorrai instillare certi pensieri nella mente di Matilda.-
No, sua sorella era troppo piccola, appena sedicenne, e quell'istitutore... cielo, quanti anni poteva mai avere? Con quel viso costantemente nascosto sotto al cappello, avrebbe potuto essere al contempo un ragazzetto ed un vecchio decrepito. E cosa c'era di affascinante in un tale soggetto?
Fanny ridacchiò della sua apprensione fraterna.-Non temere. É un uomo perbene.-
-Perbene e affascinante.- Julian aggrottò la fronte.-Sembra proprio il tipo d'uomo di cui dovrei preoccuparmi.-
-Non vuoi che Matilda abbia accanto una persona nobile d'animo?-
-Forse, tra quattro o cinque anni.-
-Oh, ma il cuore non dà retta a certi progetti.- Le ciglia bionde di Fanny sfarfallarono sugli occhi nocciola, e Julian poté giurare di avervi visto riflessa l'immagine di Nate.-Si innamorerà, quando meno te lo aspetti, e non potrai fare nulla per fermarla.-
Quelle parole continuarono a riverberare nella mente di Julian, assieme allo stridore degli archi che verso la fine della serata gli aveva causato mal di testa.
Tutti erano convinti che Julian non sapesse cosa fosse l'amore, le persone insistevano nello spiegarglielo, nel dirgli ovvietà. Uriah credeva fosse incontentabile, superficiale, che non valutasse le gioie che l'amore era capace di dare solo perché era persuaso non l'avesse mai provato, suo padre pensava non potesse provarne affatto, Fanny lo istruiva sui sentimenti di sua sorella come se lui non ne avesse di propri.
Ma la verità era che Julian si struggeva per lo stesso uomo da tre anni e mezzo senza poterne fare parola con nessuno, ad eccezione di Alexei.
Era più che consapevole che l'amore non poteva essere controllato, e che se fosse capitato a Matilda di perdere la testa - il cuore - per qualcuno, distoglierla sarebbe stato impossibile. Era uno sforzo che aveva già tentato su se stesso, ed era stanco di vederselo negare. Voleva poter urlare a pieni polmoni: "Io amo! Amo e mi dispero, amo e sono infelice!", ma il conte Albert non sarebbe stato il pubblico adatto per una tale dimostrazione.
Era seduto di fronte a lui nella carrozza di famiglia, e osservava con serenità Matilda che, con la testa appoggiata alla spalla del fratello, esprimeva la sua contentezza per le ore appena trascorse.
-La viscontessa è una donna piena di classe!- Aggiunse, ammirata, e Albert lanciò un'occhiata allusiva al figlio, che Julian interpretò come un: "E tu te la sei lasciata scappare".
L'espressione del giovane, di rimando, si fece di pietra, e intanto Matilda proseguiva:-Credo formino una splendida coppia, entrambi con gli occhi blu! E poi i capelli corvini di Pamela mettono in risalto quelli dorati di Uriah, e viceversa...- Il suo sguardo era fatto di luminose stelle filanti nell'oscurità della carrozza. Era evidente anelasse a trovare al più presto un compagno con cui condividere le danze e i complimenti che adesso erano destinati alla viscontessa, e Albert non si lasciò sfuggire quel suo palpitare.
Disse:-Anche tu hai ballato con dei bei giovanotti, stasera.-
Matilda sistemò con cura le pieghe della gonna verde pallido, aperta sul sedile.-Sì.-
-Qualcuno di interessante?-
Julian arricciò le labbra mentre la sorella rispondeva:-ll marchese Mitford è un giovane... notevole.-
Albert sorrise a denti stretti.
Come poteva Matilda non accorgersi che lo stava imboccando con grosse cucchiaiate di melassa?
-É probabile ti corteggerebbe, se fosse già avvenuto il tuo debutto.- Replicò suo padre.
-Oh, no, tutti gli sguardi sono già puntati su Rosie Balfour.-
-Che sciocchezza è mai questa?- Sbottò Albert, picchiando l'estremità del bastone da passeggio sul fondo della carrozza.-Cos'ha quella ragazza più di te?-
-Beh, è bellissima...-
-Anche tu lo sei, Tilda.- Assicurò Julian, dando un colpetto alla sua spalla candida con la propria.
-E adesso ha anche un'insegnante di francese, una madrelingua!-
Albert sollevò le sopracciglia.-Vorresti imparare il francese?- Era sempre stato molto percettivo, quando si trattava di indovinare e accontentare i desideri della sua bambina.
-Oh, lo vorrei tanto!- Matilda si sporse in avanti, fissandolo con gli occhioni grandi e supplici.-Non credi farebbe di me una perfetta fanciulla? Ricca di qualità, come la viscontessa?-
Julian sprofondò nel sedile. Ovviamente, se si trattava di alzare le probabilità che Matilda trovasse marito, il conte non avrebbe detto di no.
E infatti rispose, in tono risoluto:-E sia! Farò convocare le istitutrici di tutta Londra.-
Matilda proruppe in un gridolino entusiasta. Julian sollevò gli occhi al cielo, ma non aggiunse nulla - non voleva turbare l'animo di sua sorella intraprendendo una discussione senza fine con Albert. A cosa sarebbe servito? Quell'uomo non aveva in testa altro che il matrimonio, per entrambi. Forse perché sentiva terribilmente la mancanza del proprio legame coniugale.
Il giovane avvolse un braccio attorno alle spalle di Matilda, che continuò a fantasticare ad alta voce finché non si fu addormentata, la guancia sprofondata su un lembo della sua giacca, le immagini fantasiose che dipingeva a parole tramutate in silenziosi sogni.
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Il terzo incomodo
RomanceIl cuore di ogni storia è contenuto nel suo titolo. Attraverso gli occhi di Julian, grigi come il fumo della Londra di fine XIX secolo, scopriremo le luci e le ombre di una città che ama Dio e ne disprezza le creature, ancora pregna di classismo, se...
