La mattina seguente, Ben torna a casa. Zio Carter tiene la porta aperta mentre lui avanza in casa con le stampelle.
Se esistesse un tasto capace di eliminare la scorsa serata lo premerei all'istante.
«Bentornato a casa», dice Isabelle, stringendolo a sé.
«Grazie, sorellina», risponde lui con un sorriso stanco.
«Vuoi mangiare o magari vuoi andare in camera tua a riposare...?». La sua voce è dolce, carica di premura.
Ben scuote la testa con un mezzo sorriso. «No, grazie. Quello che voglio è stendermi qui sul divano e guardare qualche film comico. Ho bisogno di qualcosa che mi faccia ridere, almeno un po'.»
Zio Carter lo osserva con un sopracciglio inarcato, scettico. «Sicuro?» chiede, incrociando le braccia.
Ben sospira, lasciandosi cadere contro lo schienale del divano. «Papà... ti giuro che sto bene. Non mi è stato diagnosticato un tumore, ho solo una gamba fuori uso», dice con un sorrisetto ironico.
Zio Carter ride piano. «Va bene, allora io esco lo stesso. Devo fare la spesa e passare in farmacia a comprarti le creme che ti ha prescritto il medico. Se vi serve qualcosa, chiamatemi.» Afferra le chiavi della macchina dal mobiletto vicino alla porta e, con un ultimo sguardo verso Ben, esce di casa.
Riempio tre bicchieri con del succo d'arancia e ne porto due a Ben e Isy, che affianco sedendomi sul divano.
Isy stringe le dita attorno al bicchiere, lo sguardo teso. «Che bastardi ad averti ridotto così», mormora con rabbia malcelata.
Ben annuisce, le labbra increspate in un'espressione amara. «Già, a chi lo dici. Avevano perfino i passamontagna... sembravano sapere esattamente cosa stavano facendo», rivela, mentre scorre svogliatamente il catalogo di Netflix con il telecomando.
Inspiro piano, cercando di ignorare la morsa che mi stringe il petto, ma è inutile. So che dovrei essere sollevato che lui sia qui, sano e salvo, anche se con una gamba fuori uso. Ma non ci riesco. In un certo senso, è colpa mia.
«Mi dispiace, fratello», dico alla fine, la voce incrinata dal rimorso. «Avrei dovuto essere lì con te. Ti avevano appena tirato il sangue, eri debole... non potevi reagire. Magari, se fossi stato con te, ora non saresti qui con una tibia fratturata.»
«Ma non dire stronzate!», mi riprende lui, fulminandomi con lo sguardo. «Noah, Paige aveva bisogno di te più di quanto ne avessi io. È stato un dannato imprevisto, nessuno poteva prevederlo.»
Isabelle annuisce convinta, posando una mano sul mio braccio. «Ben ha ragione, Noah. Nessuno poteva immaginare che sarebbe successo. E poi chi ha detto che la tua presenza avrebbe cambiato la situazione? Forse ti saresti ritrovato anche tu con qualche osso rotto e derubato»
Ben sbuffa esasperato e affonda il viso contro uno dei cuscini. «Uffa, adesso dovrò rifarmi tutti i documenti e recuperare i dati del cellulare», si lamenta, la voce ovattata dalla stoffa.
Isabelle lo guarda con un sopracciglio alzato, poi sospira, tornando a concentrarsi su di me. «E comunque, Noah, la cosa più importante è che Paige sta bene. Grazie a te.»
Con il pollice traccio il bordo del bicchiere, il gesto meccanico e lento, ma la mia mente è da un'altra parte. Ripenso alle mani di quel coglione che la toccavano, e la rabbia mi brucia dentro. Avrei voluto ridurlo peggio, ma in quel momento la mia priorità era solo portarla via da quel posto.
«Sul serio, pensaci», insiste Isabelle, questa volta con dolcezza, ma anche con una punta di fermezza. «Se non fossi stato con lei, chissà cosa sarebbe successo. E sono sicura che, se potessimo scegliere, tutti preferiremmo una gamba rotta piuttosto che quello che le stava per accadere.» Le sue parole mi sollevano per un secondo, ma mi ricordano ciò che ho rischiato.
Non voglio neanche pensare a cosa sarebbe potuto accadere se fossi arrivato due minuti dopo. Quando ho ricevuto la sua chiamata e l'ho sentita ansimare dall'altra parte del telefono, ho avuto paura. Ho schiacciato l'acceleratore, superato ogni limite e infranto metà delle regole del codice stradale pur di arrivare in tempo.
Ben annuisce. «Esatto. Quindi, per favore, smettila di sentirti in colpa». Mi afferra per il collo, bloccandomi tra le sue braccia muscolose, e mi scompiglia i capelli. «Sei un eroe, d'accordo?»
Eppure non lo sono. Proprio per nulla.
Accecato dalla rabbia per via del suo comportamento, ho trattato male Paige, quando avrei dovuto solo starle vicino. Avrei dovuto ascoltarla, rassicurarla. Invece, me la sono presa con lei.
E adesso mi sento peggio di prima.
«La devo chiamare», ammetto, sgusciando via dalla presa di mio cugino. Mi alzo e recupero il telefono, abbandonato sul tavolo da pranzo.
Quando lo sblocco, però, trovo già un paio di messaggi da parte e sua e dal tono secco che utilizza mi fa intuire che c'è qualcosa che non va.
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Spazio Autrice✩
Un dramma attacca l'altro a quanto pare. C'è da dire che anche io mi sarei incazzata al posto di Noah. Voi cosa avreste fatto?
Mi scuso se il Capitolo è corto, ma con la revisione sto tagliando e incollando scene tipo Art Attack e, da qui, ho salvato solo questa parte. 🌝
Comunque voglio sapere com'è il vostro fancast se lo avete. Io, ad esempio, quando leggo, mando a benedire qualsiasi descrizione esistente e anche se c'è scritto "bionda, occhi verdi" mi figuro Megan Fox.💃
Come sempre vi ringrazio immensamente di leggere la mia storia <3.