Pᴀɪɢᴇ
Io e Noah arriviamo in ospedale il prima possibile.
Parcheggiamo la moto e ci dirigiamo a passo svelto all'interno.
Chiediamo dove si trovi Benjamin, poi saliamo le scale fino al secondo piano, dove, in corridoio, troviamo Isabelle e suo padre, Carter, che cammina avanti e indietro con aria nervosa.
«Isabelle...» sussurro, stringendola in un abbraccio. È visibilmente preoccupata, ma sorprendentemente, non sembra essere nel panico totale.
«Cos'è successo?» chiede Noah a suo zio.
«Ben dice che è stato aggredito. Gli hanno colpito la gamba con un oggetto di metallo e gli hanno rubato cellulare, orologio e portafoglio» risponde con un pesante sospiro.
«Quanto è grave la situazione, signor Taylor?», domando.
«Non ti so dire, Paige. Gli stanno facendo le lastre adesso. Forse dovrà tenere il gesso per un po'», mi risponde, incrociando le braccia. Si ferma un attimo e poi, con uno sguardo curioso, si volta verso Noah. «Ma voi due non eravate insieme? Non dovevi accompagnarlo a fare i prelievi del sangue?»
Noah abbassa lo sguardo sul pavimento, il volto contratto. Poi, con un sospiro, alza gli occhi verso di me. «Sì, l'ho accompagnato, ma poi ho dovuto lasciarlo per... per andare a prendere Paige. Ha avuto un imprevisto e non poteva tornare a casa.»
Un pensiero mi colpisce all'improvviso. Mi stringo le braccia attorno al corpo, cercando di soffocare il senso di colpa che mi attanaglia lo stomaco.
È tutta colpa mia.
Di nuovo.
Se non avessi avuto bisogno di aiuto, Noah non avrebbe lasciato Ben da solo. Se non fossi stata un peso, se fossi stata capace di cavarmela da sola, ora lui non sarebbe in ospedale. Forse non sarebbe stato aggredito. Forse non sarebbe stato ferito.
Questa giornata è cominciata male e si sta concludendo altrettanto peggio. Chiudo gli occhi e un brivido mi attraversa la schiena. Un nodo si stringe in gola.
Stringo i pugni e mi mordo il labbro fino quasi a farmi male.
Voglio urlare.
Voglio scappare.
Voglio sparire.
Invece, mi lascio cadere su una delle sedie libere nella sala d'attesa, di fronte alla porta chiusa della sala radiografie. Isy si siede accanto a me, senza dire una parola, e comincia a giocherellare con l'orlo della sua felpa. Resta silenziosa, e tutto attorno a noi è solo il rumore ovattato delle voci degli infermieri e dei medici che vanno avanti e indietro. Il tempo sembra rallentare, quasi fermarsi.
Dopo un quarto d'ora, Noah sparisce. Dice che ha bisogno di prendere una boccata d'aria. Lo osservo mentre esce dalla porta d'uscita. Probabilmente sta andando a fumare. Lo fa sempre quando è stressato.
Gli ho fatto passare una serata infernale. Vorrei andare da lui, scusarmi mille volte, ma so che le cose non cambieranno. Se non mi odia in questo momento, è più di quanto merito.
Non riesco a smettere di pensare. Non riesco a fermare il senso di colpa che mi divora dentro. La mia testa è un turbinio di pensieri. Mi passo una mano sul viso e mi accorgo di quanto la mia gola bruci, per quanto ho pianto e per quanto non l'ho fatto.
Mi alzo di scatto, annunciando che vado a prendere una bottiglietta d'acqua.
Mi dirigo verso i distributori automatici, l'odore tipicamente ferroso dell'ospedale mi si appiccica addosso e mi dà la nausea.
Quando arrivo alla macchinetta, infilo una moneta e premo il pulsante per la bottiglietta. La stronza, invece che cadere, rimane bloccata tra le spire.
Schiudo le labbra ed esalo un sospiro di frustrazione.
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𝐒𝐧𝐨𝐰 𝐇𝐞𝐚𝐫𝐭
Jugendliteratur«Sono le persone giuste che colorano la tua vita» «𝐀𝐧𝐝 𝐭𝐡𝐞 𝐭𝐞𝐚𝐫𝐬 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐞𝐚𝐦𝐢𝐧𝐠 𝐝𝐨𝐰𝐧 𝐲𝐨𝐮𝐫 𝐟𝐚𝐜𝐞 𝐖𝐡𝐞𝐧 𝐲𝐨𝐮 𝐥𝐨𝐬𝐞 𝐬𝐨𝐦𝐞𝐭𝐡𝐢𝐧𝐠 𝐲𝐨𝐮 𝐜𝐚𝐧'𝐭 𝐫𝐞𝐩𝐥𝐚𝐜𝐞 𝐖𝐡𝐞𝐧 𝐲𝐨𝐮 𝐥𝐨𝐯𝐞 𝐬𝐨𝐦𝐞𝐨𝐧𝐞, �...
