34. Annegare i pensieri

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Pᴀɪɢᴇ

Siccome ho sacrificato l'ora di pranzo per dare ripetizioni di spagnolo a Ben, mi è toccato aspettare di tornare a casa per mangiare. Con la pancia che brontola, entro in cucina.

«Ciao, Avril!» saluto, spedita verso il frigorifero.

«Buon pomeriggio, tesoro. Com'è andata a scuola?», chiede, mentre passa uno straccio sull'isola in marmo.

«Tutto normale. Qui, nulla di nuovo?»
Passo in rassegna gli scaffali colmi di cibo, aspettando che qualcosa catturi la mia attenzione.

«Monotono come al solito. Oh, a proposito, stamattina è arrivata della posta per te. È la busta gialla che ho messo nella cassetta sul muro», mi comunica. Getta lo strofinaccio sulla spalla e recupera uno spray dal mobile sotto al lavandino. «Vado a sgrassare la divisa di Martin. Ci credi che si è versato il chili di un burrito addosso?», se la ride, scomparendo oltre l'arcata che si collega al salotto.

D'un tratto la fame passa in secondo piano e corro a prendere la busta. La estraggo dalla cassetta e mi salta all'occhio il mittente: Beverly Hills Hospital.

Devono essere i risultati del test del DNA.

Tentenno, indecisa sul da farsi. Cosa ci sarà all'interno di questi fogli?

Oh, al diavolo tutto!

Alzo la linguetta ed estraggo i risultati del test. I miei occhi divorano parola dopo parola, interessati ad una sola parte.
Perdo un battito una volta arrivata all'ultima frase. «Oh, cazzo...»

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«Mi può spiegare questo per favore?» 
Arrabbiata, mi rivolgo alla dottoressa Andrews.

La donna mi guarda interrogativa e mi sfila dalle dita il foglio che le sto porgendo.

«Tanto lei sa già di che si tratta, no?», proseguo, incrociando le braccia.

Marisol si porta le dita alla radice del naso e chiude gli occhi. «Non lo avresti dovuto sapere...», mormora piano.

«Sta scherzando vero? Io non avrei il diritto di sapere che Candy è mia sorella?», quasi grido, furente. Provo a mantenere la calma, ma mi è piuttosto difficile.

La dottoressa continua a scuotere la testa e si tira in piedi. «Mi dispiace, mi dispiace davvero tanto...»

«"Mi dispiace?". È questo tutto ciò che riesce a dire?», la interrogo, sconvolta. Io scopro che la bambina che conosco da sempre, figlia di un'altra donna, è in realtà la mia sorellina e dovrei farmi bastare un banale "mi dispiace" come risposta?
«Adesso lei mi dice tutto per filo e per segno»

Marisol mi osserva con aria colpevole. «Paige...». Nel modo in cui trascina il mio nome percepisco una nota di ammonimento, come se mi stesse implorando di non fare domande in merito alla questione.

Mi impunto. «Non ci provi», la blocco. «O lei mi racconta, o io vado a chiedere spiegazioni ai miei genitori»

Col cazzo che me ne vado senza sapere.

Sembra al quanto riluttante ad aprire bocca e passano infiniti e snervanti secondi silenziosi. Si passa le dita lungo il contorno delle labbra rosate e si sposta i ricci ramati su una spalla. Torna a sedersi, dopo essersi calmata, e incastra le dita sulla scrivania. «Circa quattordici anni fa, io mi sono sposata con quello che è il mio attuale ex marito. La cosa che più desiderassi era essere madre; erano due anni che parlavo di questo, ma ogni volta il discorso sfumava e veniva accantonato. Fino a quella sera». Deglutisce visibilmente, fissa un punto impreciso nel vuoto.

𝐒𝐧𝐨𝐰 𝐇𝐞𝐚𝐫𝐭Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora