Pᴀɪɢᴇ
«Quindi potremmo andare a New York?», chiede entusiasta Chloe.
Una fitta mi prende alle tempie. La mensa, mai come oggi, mi è sembrata così rumorosa. Il chiacchiericcio che si propaga nella stanza è la peggior musica per le mie povere orecchie, accompagnato dallo stridere delle sedie contro il pavimento, la musica alta che proviene dal tavolo di Grant Kenneth — che si crede Calvin Harris — e la fottuta palla da basket che il tizio alle mie spalle sta facendo rimbalzare da quando ha preso posto.
Ryan, preso a giocare con il suo cellulare, le risponde distrattamente. «Il preside ha detto che dipende tutto dai fondi che si riescono a ricavare. Per questo stavamo pensando di fare una colletta o qualcosa per raccogliere soldi. Non ne abbiamo abbastanza perché li hanno spesi quasi tutti per sistemare il campo da rugby, la biblioteca e alcune delle classi»
Mentre gli altri continuano a discutere animatamente del viaggio che il comitato studentesco sta cercando di organizzare per gli studenti dell'ultimo anno, io resto in silenzio. Il mio sguardo è fisso sul portapranzo, dove una crocchetta viene sballottata a destra e a manca come un dischetto da hockey.
Dallo scorso venerdì le cose sono filate lisce come l'olio per tutti. O almeno per loro.
Sono cinque notti che non riesco a chiudere occhio e la conseguenza è che non riesco a seguire a lezione, troppo stanca anche solo per scrivere un'intera frase di senso compiuto.
La verità è che l'idea di rivedere Jordan Williams mi tiene col fiato sospeso, con un peso all'altezza del petto.
Un pizzicotto sul braccio mi ridesta dai miei pensieri. Alzo lo sguardo sulla mia migliore amica, che mi guarda perplessa, e con un cenno del capo mi indica Ben.
«Cosa?», chiedo, tornando nel mondo dei vivi.
Il ragazzo indica la mia crocchetta. «La mangi quella?»
«Ben!», lo rimprovera Isabelle.
Con un gesto annoiato, allungo il portapranzo verso di lui. Tanto ho perso l'appetito.
«Ehi», mi richiama Chloe, seduta alla mia destra. «Sicura di star bene? Hai una pessima cera.» I suoi occhi scrutano il mio volto con preoccupazione.
Annuisco appena, passandomi una mano sulla nuca.
Gesù, non ne posso più, dico tra me e me. Io odio il rumore.
Mi alzo, raccogliendo le mie cose. «Sì, è solo stress», minimizzo sotto i loro sguardi curiosi. «Vado, c'è l'auto che mi aspetta fuori.»
Faccio per andarmene, ma mi fermo di colpo e torno indietro. Estraggo dei fogli dalla borsa e li porgo a Isabelle. «Li puoi dare a Noah? Sono gli appunti dell'ultima lezione di filosofia.»
Anche se incompleti, saranno meglio di nulla.
Lei li afferra e li ispeziona con attenzione. «Certo, anche se non si merita una fidanzata che si prenda il disturbo di farlo, visto che ha saltato le lezioni per dormire.»
Scrollo le spalle. «Già, ma stavolta è giustificato. Ieri ha fatto tardi, al locale», lo difendo, mentre gioco con l'anello del dito indice.
Noah ha trovato un lavoretto in un posticino vicino a casa sua e ieri sera ha suonato dal vivo per la prima volta. Il compenso non è male, e lo aiuterà a mettere da parte qualcosa. Mi ha scritto verso le due di notte per dirmi che era rientrato. Ovviamente è crollato sul letto appena arrivato.
E io? Non vedo l'ora di fare la stessa cosa. Ma prima devo prendere un analgesico, perché mi sembra che un dannato martello stia cercando di spaccarmi la testa.
STAI LEGGENDO
𝐒𝐧𝐨𝐰 𝐇𝐞𝐚𝐫𝐭
Ficção Adolescente«Sono le persone giuste che colorano la tua vita» «𝐀𝐧𝐝 𝐭𝐡𝐞 𝐭𝐞𝐚𝐫𝐬 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐞𝐚𝐦𝐢𝐧𝐠 𝐝𝐨𝐰𝐧 𝐲𝐨𝐮𝐫 𝐟𝐚𝐜𝐞 𝐖𝐡𝐞𝐧 𝐲𝐨𝐮 𝐥𝐨𝐬𝐞 𝐬𝐨𝐦𝐞𝐭𝐡𝐢𝐧𝐠 𝐲𝐨𝐮 𝐜𝐚𝐧'𝐭 𝐫𝐞𝐩𝐥𝐚𝐜𝐞 𝐖𝐡𝐞𝐧 𝐲𝐨𝐮 𝐥𝐨𝐯𝐞 𝐬𝐨𝐦𝐞𝐨𝐧𝐞, �...
