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La neve aveva iniziato ascendere e io mi stupii di come fosse veramente bianca, come l'avevo sempre vista. Dall'entrata di un bar appena aperto, guardavo i suoi capelli mori che cadevano leggermente sul cappotto chiaro, diverso dal grigio. Devo farmi dire come si chiama questo colore.

La sua voce delicata, ma più profonda di come la ricordavo, stava chiedendo un tavolo per due ad una cameriera assonnata. Appena questa fece un cenno con la testa, lui si girò nuovamente verso di me, facendomi inconsciamente trattenere il fiato, poi mi indicò un tavolo di fianco alla vetrata che dava sulla strada chiedendomi se mi andava bene quello. Forse per il fiato ancora trattenuto, non provai neanche a rispondere a voce, mi limitai invece ad annuire vigorosamente con la testa come se mi avesse colto di sorpresa.

Dopo esserci seduti, non riuscivo a fare altro che guardarmi intorno meravigliato da ogni singola cosa che mi sembrava di non aver mai visto prima. Mi incantai persino a guardare le luci delle macchine instrada e probabilmente mi lasciai anche sfuggire uno "wow" perché ad un certo punto lo sentii ridere leggermente. Mi girai verso di lui, stupendomi per la centesima volta che lì davanti a me ci fosse seduto proprio lui e che riuscivo a distinguere le infinite sfumature dei suoi occhi sorridenti.

‒Che c'è?‒ chiesi spontaneamente, sentendomi leggermente in imbarazzo per la situazione generale.

‒Ѐ divertente guardarti ammirare tutto ciò che ti circonda.

‒Vedi di non prendermi in giro, sono comunque più grande di te‒ risposi girandomi verso la cameriera che nel mentre stava posando un menù sul tavolo. La verità è che stavo cercando di non mostrargli il mio viso rosso quando senza sapere che le mie orecchie mi avevano già tradito.

Ordinammo entrambi sia da bere che da mangiare e mentre aspettavamo che la nostra ordinazione fosse pronta ci fu silenzio totale. Stranamente non era imbarazzante, né forzato, come se in quel momento non fosse ancora il momento giusto per parlare. Io stavo ancora analizzando i fatti e mettendo in fila le idee mi chiedevo quale fosse la prima domanda che volevo fargli, lui manteneva un sorriso tranquillo guardando la neve cadere fuori dalla vetrina e ogni tanto girando il viso verso di me. Però, nel momento esatto in cui presi il primo sorso di caffè, mi si accese una lampadina nella mente. Forse non era il modo più delicato di iniziare la conversazione, ma avevo una priorità.

‒Quindi non sei morto.‒ lo colsi di sorpresa e me ne accorsi quando quasi mi sputò tutto ciò che stava bevendo addosso, ma per mia fortuna si limitò a tossire.

‒In che senso morto?

‒Tutti quelli del liceo ti credono morto dopo a-all'incidente.‒ accennai a bassa voce le ultime parole e abbassai leggermente lo sguardo sulla tazza davanti a me. Forse era un brutto ricordo per lui e non l'avrei dovuto riportare fuori. Ma in quel momento ci pensai dopo aver già parlato.

‒Ah, l'incidente‒ iniziò lui con un filo di voce, ‒sì, ci ho messo un po' a recuperare, ma dopo sono stato meglio.

Mi regalò un piccolo sorriso che riuscì a sollevarmi un peso dal cuore. Il suo tono rimaneva però basso e nascondeva un passato più complicato di come voleva spacciarlo lui.

‒Mia madre aveva deciso di farmi cambiare scuola, iscrivendomi ad una più vicina a casa. Per questo non mi hai più visto nei corridoi.

Decisi di accontentarmi di quella come risposta anche se non ero del tutto convinto delle sue parole: era troppo semplice e troppe cose non avevano senso nella sua storia, come per esempio il fatto che nessuno dei professori ci avesse rassicurato sulle sue condizioni. Cambiai discorso cercando di distrarre sia me che lui. Parlammo del più e del meno, il suo primo anno di università, i miei video, delle piccole esibizioni che faceva qua e là e persino di come Soobin sia trascinato dai suoi compagni di corso a fare le cose più imbarazzanti.

‒A proposito di Soobin, gli devo assolutamente scrivere di raggiungerci.‒ presi il telefono in mano, ma appena lo sbloccai fui travolto da un colore acceso e talmente improvviso per i miei occhi che mi spaventai lasciando cadere il telefono a terra. Perché devo sempre mettermi in imbarazzo in un qualche modo?

Lo sentii ridere ed evitando di guardarlo in faccia mi chinai per raccogliere il cellulare. Non mi accorsi però che anche lui stava facendo lo stesso e prima di poterlo raccogliere vidi la sua mano precedere la mia e notai due medagliette pendere fuori dalla sua felpa. Erano di un grigio luccicante e il ricordo di qualche anno prima mi tornò di nuovo in testa; realizzai che quella collanina alla quale ripensavo ogni tanto era la sua che anche senza particolari colori aveva sempre brillato alla luce del sole.

‒Perché ridi?‒ chiesi fingendomi offeso quando in realtà avevo solo voglia di nascondermi sotto la sedia per l'imbarazzo. Che mi prende, non ho mai dovuto tener conto a nessuno delle mie pessime figure.

‒Niente, solo che è stata divertente la tua prima reazione al verde fluo.‒ disse riprendendo fiato dopo la risata e appoggiando il mio telefono sul tavolo, davanti a me. Lo squadrai leggermente confuso e stupito.

‒Quindi tu sai dei colori?

‒Non ne ero molto sicuro al liceo, ma dopo aver fatto un paio di ricerche ho scoperto molte cose su tutta questa... situazione‒

‒Al liceo non la prendevo neanche in considerazione come una possibilità‒ confessai sinceramente. Tutto quello era ancora strano per me.

‒Ok aspetta, io svenivo dopo aver visto degli accenni di colore, ma tu come sentivi che succedeva qualcosa in quei momenti?

Lui mi rispose che veniva anche a lui un giramento di testa, ma molto meno accentuato rispetto ai miei, e notava una specie di scintilla nei miei occhi quando ci incontravamo. Parlandomi sembrava un bambino felice: aveva iniziato a muovere le mani indicandosi gli occhi e il sorriso non scompariva dal suo viso, tanto era coinvolto nei suoi ricordi.

‒Quindi io sono il tuo probe e da oggi la tua visione del mondo dipende dame, se non mi sbaglio.

‒Vedi di abbassare la cresta, sono comunque più grande di te.

‒Giusto scusa. Anzi devo trattarti da celebrità con tutte quelle visualizzazioni sotto i tuoi video, fammi un autografo!

Ma senti questo.

‒Sai cosa, non dovevo dirtelo‒ conclusi mentre lui iniziava a ridere. Sembrava tutto talmente normale e nuovo allo stesso tempo che il tempo passò in un lampo. Ero così sovrappensiero che alla fine, quando uscimmo dal bar e stavamo per salutarci, mi resi conto di essermi completamente dimenticato di scrivere a Soobin.

‒Beh, ora devo andare. Non so come funzionerà poi tra noi, se tornerai a vedere tutto grigio o se ti basta vedermi una volta per rivoluzionare completamente il tuo mondo.‒ un'idea mi balenò nella testa, un po'perché volevo davvero rivederlo, un po' per la paura di ricadere nel buio della mia normalità.

‒Semi dai il tuo numero ti posso tenere informato.

Con un sorrisetto mi fece cenno di passargli il telefono e così feci.

‒Sei scaltro quanto una volpe, hyung‒ disse prima di digitare qualcosa sul dispositivo e di ripassarmelo. Poi, portandosi due dita alla fronte mi salutò prima di girarsi e andare nella direzione opposta alla mia. Gradualmente i colori iniziarono a svanire dalla città, mentre lui si allontanava, ma quella sensazione di sconforto che provai durò poco, solo fino a quando non guardai il mio telefono e mi sembrò di avere trovato uno spiraglio di luce.


Ci sentiamo, Beomgyu.

Grigio chiaro di lunaLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora