CAPITOLO TRE

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It's been 84 years... 🙂‍↕️
Buona lettura.

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VINCE

Lo aveva baciato.

Leila aveva baciato Ethan Grant sotto i miei occhi.

Avevo i nervi a fiori di pelle mentre stringevo il volante immaginando di avere la testa di quello stronzo tra le mani. E più schiacciavo l'acceleratore, più il motore ringhiava, e più il mio sangue ribolliva.

Sapevo di non poter vantare alcun diritto su di lei, e sulle sue scelte personali, ma mi sentivo comunque tradito, nel profondo.

E non si trattava di gelosia come aveva insinuato Blake poco prima che avessi lasciato il Marsy.

Era una questione di principio.

Leila sapeva tutte le stronzate che Ethan aveva fatto negli anni contro di me, e verso chiunque minasse la sua strada. Lo ripudiava tanto quanto lo ripudiavo io. Allora cosa cazzo le era passato per la testa? Ma soprattutto, da quanto andava avanti? Al solo pensiero il mio piede premette ancora di più sull'acceleratore. Superai il confine di Corvallis e senza rendermene nemmeno conto, qualche ora dopo, valicai quello di Olympia, Washington.

Fermai la macchina sul vialetto di una villa che conoscevo fin troppo bene e, solo in quel momento, realizzai fin dove avessi guidato.

Ero fortunato che il giorno dopo non avrei avuto lezioni o allenamenti in programma, altrimenti sarebbe stato un problema.

Quando spensi il motore il silenzio mi avvolse per lunghi minuti. Un'infinità di domande a cui non avrei saputo trovare una sola risposta affollò la mia mente, mentre l'immagine delle loro lingue intrecciate fu tutto ciò che il mio cervello era in grado di riprodurre, come un disco rotto.

Premetti la nuca sul poggiatesta e chiusi gli occhi cercando di scacciare la tensione che mi opprimeva il petto.

La suoneria del mio telefono mi ridestò. Mollai la presa dal volante, e tirai fuori dalla tasca dei jeans il telefono. Il nome di Blake lampeggiò sullo schermo. Diedi per scontato che voleva sapere dove fossi sparito dato che me ne ero andato dal Marsy senza avvisare nessuno.

Ignorai la chiamata, non avevo voglia di dare spiegazioni.

Presi dal vano porta oggetti il pacchetto di sigarette che tenevo lì in casi di estrema necessità, scesi dalla macchina e rimisi il cellulare in tasca.

Mi appoggiai alla portiera, e mi portai alla bocca una Chesterfield Blu mentre osservavo da fuori le facciate imponenti di quella gabbia dorata in cui ero cresciuto, il cui portico, le varie terrazze, e le alte finestre arcuate erano illuminate dal chiaro di luna. 

Sorrisi tristemente.

Non c'era posto al mondo in cui io mi sentissi più solo e infelice.

Ma tra quelle mura c'era anche l'unica ragione per la quale facevo sempre ritorno.

Mia sorella.

Sapevo che non l'avrei trovata sveglia a quell'ora ma l'indomani l'avrei sorpresa facendomi trovare lì. Ero certo che l'avrei resa felice, e vederla felice rendeva felice me, e in quel momento ne avevo un gran bisogno.

L'aria fredda e pungente iniziava a farsi sentire, perciò spensi la sigaretta gettandola nella fontana di marmo a tre ripiani, posta al centro del vialetto da cui uscivano alti zampilli d'acqua.

Immaginai che il giorno dopo mi sarei beccato una bella ramanzina per averlo fatto, come accadeva sempre. Mio padre aveva posto il divieto di fumare in casa e negli spazi esterni, ma più di tutto, pretendeva che io non fumassi affatto. Intaccava le mie prestazioni sportive.

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