CAPITOLO TREDICI

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LEILA

Il risveglio di quella mattina fu diverso da qualsiasi altro.

Un calore insolito ma piacevole mi avvolgeva la schiena e il fianco. Lentamente, aprii gli occhi sbattendo le palpebre un paio di volte per abituarmi alla luce che invadeva la stanza.

Una stanza che riconobbi solo dopo svariati secondi. Guardai lo spazio vuoto davanti a me, e mi resi conto che non ero più nello stesso lato del letto in cui mi ero addormentata.

Mi ero spostata dalla parte opposta.

La barriera di cuscini che Vince aveva sistemato tra di noi per delimitare i nostri spazi non c'era più.

Quando abbassai lo sguardo, e vidi la sua mano poggiata sul mio fianco, trattenni il fiato, realizzando che il petto che sentivo muoversi contro la mia schiena era il suo.

Il cuore iniziò a martellarmi contro lo sterno, e la prima cosa che pensai di fare fu defilarmi nella stanza accanto prima che Vince potesse svegliarsi e rendersi conto dell'accaduto.

Feci per togliere la sua mano dal mio fianco ma un piccolo movimento sul fondo del letto attirò la mia attenzione.

Quando sollevai la testa, incontrai due grandi occhi, chiari e curiosi, fissarmi come un topo da laboratorio.

Per poco non mi prese un colpo.

Mi sollevai di scatto stringendo la coperta sul petto, pur non avendo nulla da coprire. Sul pavimento intravidi i cuscini sparsi che avevo, evidentemente, calciato nel sonno.

«Ehi... Ciao...» farfugliai, sforzandomi di rivolgere uno dei miei sorrisi più affettuosi a colei che ero sicura fosse la sorellina di Vince. Erano due gocce d'acqua.

«Non ti ho mai vista, chi sei?» nella sua vocina squillante c'era un pizzico di sospetto e curiosità che la rendeva adorabile.

«Sono Leila...» mi sistemai i capelli scompigliati dietro le orecchie, nello sciocco tentativo di darmi un tono davanti a una bambina di sette anni, mentre Vince, ancora mezzo addormentato, si mosse sotto le coperte.

Sierra mi guardò con la fronte un po' aggrottata, e il viso inclinato. «Perché dormi con mio fratello?»

Tra tutte le domande possibili, quella era l'unica che non mi sarei aspettata di ricevere, ed ebbe il potere di farmi sprofondare nell'imbarazzo più totale.

Mi schiarii la gola, e in un gesto involontario, Vince mi cinse maggiormente il ventre facendomi irrigidire sotto il suo tocco.

Un po' impacciata, spostai la sua mano più lontano. Lui borbottò qualcosa di incomprensibile, ma non ci feci caso. Ero più occupata a cercare una risposta adatta, ma nel mio cervello regnava il vuoto più assoluto.

Per fortuna, proprio in quel momento, Vince aprì gli occhi. Se li strofinò con tutta calma, e fu solo allora che si accorse di quanto fossimo vicini, e della presenza di sua sorella ai piedi del letto.

Potevo quasi vedere gli ingranaggi nella sua testa mettersi in moto, nel tentativo di dare un senso a quello che aveva davanti.

«Finalmente ti sei svegliato, dormiglione!» Sierra si precipitò sul letto, e iniziò a saltellare sopra suo fratello ridendo a crepapelle.

I suoi capelli biondissimi e lunghissimi le oscillarono sulla schiena, a ogni rimbalzo, scatenando un gemito soffocato da parte di Vince. Quella scena mi strappò un sorriso, e mi feci un po' più in là così da dare a loro un po' di spazio.

«Ciao, terremoto» borbottò lui, con la voce roca dal sonno. «Cosa ci fai già in piedi?»

«Papà è tornato qualche ora fa, ed è venuto a svegliarmi per dirmi che oggi sarei potuta rimanere a casa da scuola».

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