Sonata al Chiaro di Luna

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Londra 1920

Le note della Sonata al Chiaro di Luna si erano appropriate della stanza che le conteneva come la memoria conserva un prezioso ricordo. Il suono volteggiava in un’antica danza decantando il pallore argenteo del plenilunio mentre le dita affusolate si muovevano sui tasti bianchi e neri con quella leggera carezza propria di chi ama.
La porta si aprì appena e le note accorsero verso quella via di fuga, ma rimasero intrappolate nella stanza dove James, seduto sulla poltrona, guardava con gli occhi dell’immaginario i lunghi capelli color miele che le incorniciavano il volto dai tratti gentili e quegli occhi, ah! Quegli occhi, due smeraldi in cui amava perdersi. Inclinò il capo all’indietro appoggiandolo sullo schienale, il primo velo di canizia risaltava tra i capelli neri e sul viso si intravedevano i primi segni del tempo, nonostante trasmettesse compostezza, c’era in lui qualcosa di malinconicamente fiero.
La sonata stava giungendo alla conclusione, le note languivano come i ciocchi di faggio erano consumati dalle fiamme nel camino fino a che sarebbe rimasta solo cenere.

Napoli 1898
                                                                                       
«Gli anni passano, ma Napoli ha sempre quel fascino che mi seduce.»
Lord James Vincent Collins guardava fuori dal finestrino della carrozza ammirando quella marea vociante e colorata che affollava Spaccanapoli. La gente si muoveva in un flusso che poteva apparire disordinato, ma in realtà ognuno aveva il proprio obiettivo, il proprio compito da assolvere.
«Vedi,» si rivolse alla moglie, «nella semplicità del vivere quel preciso momento vi è la singolare storia dell’umanità.»
Dorothy guardò distrattamente fuori per poi tornare a sventolarsi con il ventaglio mantenendo l’espressione accigliata.
«Mi avevi promesso che ci saremmo stabiliti definitivamente a Londra.»
Il rumore secco del ventaglio che si chiudeva trasmise tutto il suo sdegno.
James ignorò volutamente il gesto, ma soprattutto il tono della consorte, era ormai abituato al suo atteggiamento dispotico e capriccioso che prima di convolare a nozze gli aveva opportunamente celato. In quel momento non aveva voglia di essere trascinato in una delle solite discussioni che non sfociavano mai in un aperto litigio, lei era una lady e certamente non avrebbe mai urlato o litigato come una qualunque servetta, ma recriminazioni celate da parole sottintese, emicranie usate come alibi per rimanere giorni interi chiusa nelle sue stanze e l’assoluto disinteresse nei suoi confronti, aveva creato tra loro una frattura divenuta incolmabile.
«La richiesta di insegnare al Regio Conservatorio di San Pietro a Majella è un’offerta che non può assolutamente essere declinata.»
«E non si può declinare l’offerta di Vienna, non si può declinare l’offerta di Parigi e non si può declinare l’offerta di Napoli…» il tono era affettato, «intanto in sette anni di matrimonio abbiamo vissuto a Londra appena due anni e neanche in modo continuato.»
James distolse lo sguardo dalla strada, gli occhi neri guardarono lady Dorothy Prudence March con l’indifferenza che non rivolgeva neanche a un’estranea.
«Penso che tu possa resistere, rimarremo qui solo un anno. Napoli è una città molto interessante e i suoi abitanti molto ospitali.» Mosse la mano come se volesse scacciare un fastidioso  insetto, «tuttavia, se decidessi in un volontario esilio casalingo per il tempo che soggiorneremo nella città di Partenope, come hai già fatto a Firenze, non mi offenderò.»
«Ah, Avevo dimenticato Firenze!»
La carrozza si fermò. «Siamo giunti a destinazione.» James uscì dall’abitacolo mettendo così fine alla conversazione, subito dopo il cocchiere lo raggiunse: «Raffaele, la signora desidera andare a Palazzo Torre.»
Lui fece un cenno d'assenso, poi: «A che ora Milord desidera che venga a prenderla?»
«Non ce n'è bisogno, preferisco fare una passeggiata.»
«Come lei comanda. Buon pomeriggio Milord.»
«A te.»
Quando la carrozza si mosse per raggiungere via Cisterna dell’olio, James già camminava verso il palazzo del Regio Conservatorio di San Pietro a Majella, il suo passo leggero faceva eco alla sensazione di essersi liberato, anche se solo per qualche ora, dal peso che gli gravava sul petto perché costretto in un ruolo imposto dal suo lignaggio e no perché lo avesse scelto; solo quando suonava il pianoforte ritrovava la sua dimensione, lui prima di tutto era un musicista.
Il lord varcò il portone del Regio Conservatorio, un uomo di mezza età notò il suo smarrimento e gli si avvicinò, con voce modulata chiese: «Buon pomeriggio, con chi ho il piacere?»
«Lord James Vincent Collins, sono atteso dal rettore.»
«Corrado Saino, maestro di violino. Prego.» Con un gesto elegante gli indicò lo scalone. «I miei alunni mi stanno aspettando nel chiostro.» Lo disse più a se stesso che all’altro che gli camminava vicino.
«Mi spiace se sono giunto in un momento inopportuno.» Il londinese era evidentemente imbarazzato.
«Non si preoccupi, siamo abituati ai contrattempi ed è bene prendere le cose con calma.»
Arrivati al primo piano li accolse la Sonata al Chiaro di Luna, James ne fu ammaliato come accadeva ai marinai quando ascoltavano il canto delle Sirene; si fermò sull’uscio di una porta socchiusa ignorando Corrado Saino che proseguì lungo il corridoio. Le note fluivano quietamente verso di lui che sbirciò all’interno dell’aula, quando vide che il pianista era una giovane donna ne rimase piacevolmente sorpreso.
«Si chiama Rosa.»
James sussultò all’improvvisa voce che aveva spezzato la melodia della sonata, squadrò l’uomo che gli era accanto, era leggermente più basso di lui, ma ciò che lo colpì furono i suoi occhi azzurri e lo sguardo severo.
«Il rettore Giovanni Luongo, suppongo.»
«E lei, senza dubbio alcuno, è Lord Collins.»
In quel momento la porta si aprì e, come ricordò per molti anni a venire, James rimase folgorato dalla bellezza di Rosa.
«Mia cara,» Giovanni le offrì il braccio che lei prontamente accettò, «lascia che ti presenti Lord James Vincent Collins, sarà nostro gradito ospite nonché maestro di pianoforte.»
«Le auguro una serena permanenza.»
James rimase incantato dalla voce che uscì dalla rosee labbra, si perse in quegli occhi, due smeraldi che adornavano il viso gentile, i capelli  erano raccolti in un morbido chignon e una ciocca ribelle cadeva morbida sulla spalla seguendo la curva del sottile collo. Colto dal desiderio di accarezzare i capelli color miele, dovette appellarsi alla tanto decantata  temperanza inglese per non commettere una gaffe.
«Grazie Miss. Luongo.»
Una risatina imbarazzata distolse l’attenzione di James da Rosa rivolgendola al rettore.
«Mrs. Luongo.»
Il tono fu impercettibilmente aspro, ma non passò inosservato all’inglese che inoltre notò come lui avesse stretto con un gesto possessivo il gomito della moglie.
«Può chiamarmi anche Rosa, Milord,» intromettendosi nel discorso, «non amo molto formalizzarmi.»
«Allora la prego di chiamarmi James.»
                                             

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⏰ Ultimo aggiornamento: Oct 09, 2024 ⏰

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