Capitolo 12 - William

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«Ciao Izzy-Bitsy.»

Lo sbuffare di Isabelle si confuse con il fruscio del vento. Era la sua reazione abituale quando sapeva benissimo cosa stavo facendo. Non mi avrebbe dato la soddisfazione di protestare, ma riuscivo comunque a immaginarla: quella pausa minuscola prima di far finta di nulla, gli occhi alzati al cielo.

«Hai risposto subito. È quasi un miracolo.»

Dall'altra parte qualcuno gridò qualcosa in una lingua ricca di sillabe aperte che avanzavano senza ammucchiarsi, ogni suono distinto dal successivo. Seguì il rumore di un motore acceso.

«Avevo il cinquanta percento di possibilità che non rispondessi.»

«Non ti montare la testa, avevo già il telefono in mano.»

La sua risata arrivò in ritardo, spezzata da un'interferenza che la tagliò a metà.

Aprii l'armadio e afferrai il primo paio di jeans che trovai. «Dove sei esattamente?»

«Domanda alla quale non so rispondere.»

«Ottimo.»

«Sono da qualche parte tra una strada sterrata, un villaggio dal nome che non riesco a pronunciare e una quantità indecente di polvere. Tecnicamente è Africa rurale. In pratica il segnale qui è una benedizione quotidiana.»

«Rassicurante.» Infilai le gambe nei pantaloni e li tirai su fino alla vita.

«Più o meno.»

«Devo mandarti soccorso?»

«Forse. C'è un uomo strambo che continua a indicare una montagna ogni volta che gli chiedo dove siamo. Magari vuole sacrificarmi lassù. O pensa che io debba guardare più paesaggi.»

Sorrisi mentre chiudevo il bottone dei jeans.

«Sono a circa un'ora dal Lago Eyasi, nella Rift Valley tanzaniana.»

Mi passai una mano tra i capelli. «Ne so quanto prima.»

Arrivò il cigolio di qualcosa di metallico dall'altra parte. Poi di nuovo la sua voce. «Sto per andare a incontrare gli Hadza.»

Presi una maglietta nera senza nemmeno guardarla. «Mai sentiti.»

«Sono uno degli ultimi popoli di cacciatori-raccoglitori rimasti. Niente città, niente uffici, niente traffico.»

«Stai lavorando a un documentario o hai trovato un modo elegante per andare in vacanza senza ammetterlo?» Mi chinai a recuperare le scarpe con ancora la maglietta in mano.

«Sto documentando un modo di vivere che esiste da migliaia di anni e che è sopravvissuto fino a oggi.»

«Quindi mentre il resto del mondo usa mappe satellitari, tu vai a cercare persone che cacciano con arco e frecce.»

«Detta così sembra una pessima idea.»

Scossi la testa trattenendo un sorriso. «Perché detta in qualunque altro modo suonerebbe meglio?»

Mi sistemai sul bordo del letto per infilare gli anfibi, tenendo il telefono bloccato tra l'orecchio e la spalla.

Per qualche secondo ci fu solo vento dall'altra parte.

«Pare che raccolgano il miele arrampicandosi sugli alberi e parlino una lingua piena di clic e schiocchi. Voglio sentirla dal vivo.»

Soffiai una risata dal naso. «Naturalmente.»

«Naturalmente cosa?»

«Naturalmente tu attraversi mezzo continente per ascoltare persone che comunicano facendo rumori che io farei se mi si incastrasse una graffetta in gola.»

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