Capitolo 11 - Rebecca

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Continuavo a prendere appunti mentre dietro il professor Harding scorrevano le slide su soft power, diplomazia coercitiva e Joseph Nye, proiettate sullo schermo luminoso che occupava metà parete.

Quando il professore iniziò a parlare di coercizione indiretta smisi di ascoltarlo. Avevo già studiato quel capitolo la sera prima.

L'anfiteatro era troppo caldo. Il riscaldamento vibrava sopra le nostre teste rendendo l'aria pesante. Feci scivolare più indietro sulle spalle la giacca Jil Sander dal taglio morbido, liberando le clavicole sotto il rever aperto, senza distogliere gli occhi dal quaderno aperto sul piano ribaltabile della seduta.

Nell'aula ristagnava un miscuglio di plastica calda e profumo dolciastro. Qualcuno aveva esagerato con la vaniglia.

Due file più avanti rispetto a me, una ragazza si passava le dita tra le extension bionde mentre copiava gli appunti del ragazzo accanto, fingendo di confrontarli con i propri sull'iPad. Ogni tanto annuiva da sola, come se questo bastasse a farla sembrare coinvolta nella lezione.

Patetica.

Dal fondo dell'aula mi raggiunse una risatina. Voltai appena il capo verso due ragazzi chini sul telefono appoggiato tra le sedute. Uno dei due rialzò subito gli occhi verso Harding.

Tornai a guardare davanti a me, ma i movimenti della ragazza alla mia destra attirarono la mia attenzione. Sottolineava sul manuale la stessa frase con tre penne di colori diversi. Giallo. Rosa. Verde. Il libro era gonfio di post-it colorati e pagine piegate agli angoli. Sembrava un progetto artistico più che un testo universitario.

Non capivo come certa gente riuscisse ancora a trascinarsi dietro mezzo chilo di carta quando bastava un tablet.

Che idiozia.

Portai lo sguardo sul quaderno e passai il pollice sul bordo della pagina già piena di appunti ordinati. Nemmeno una parola oltrepassava i margini.

Harding pose una domanda alla classe.

Un ragazzo in prima fila alzò la mano e rispose con quell'entusiasmo disperato di chi spera ancora che i professori si ricordino il suo nome a fine semestre.

«Ottima osservazione.»

No. Non lo era. Era letteralmente scritta nel materiale assegnato per quella settimana.

Fuori dalle finestre gli studenti attraversavano il cortile con i cappucci alzati e i bicchieri di carta stretti tra le mani, aprendosi e richiudendosi in gruppi disordinati davanti ai vetri.

Accavallai le gambe e abbassai di nuovo lo sguardo sul quaderno, senza un motivo preciso.

Sabato.

Un angolo della bocca si sollevò appena. Lo bloccai prima che potesse diventare un sorriso.

Tornai a fissare il cortile oltre le finestre mentre la voce di Harding si disperdeva nell'aula, finché la campanella interruppe la lezione.

Le sedute iniziarono a richiudersi con piccoli colpi secchi e l'aula si riempì di conversazioni sovrapposte.

Chiusi il quaderno con calma. La penna scivolò nell'anello laterale; controllai automaticamente che l'iPad fosse perfettamente allineato alla custodia prima di riporlo nella borsa.

«Hai praticamente trascritto la lezione.»

Alzai gli occhi.

Mark.

O Matt.

Uno di quei ragazzi che confondono la familiarità con la presenza ripetuta.

«Prendi appunti anche quando non servirebbe.»

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