Capitolo 13 - Rebecca

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Con il pollice sfiorai il bordo dell'orologio. L'appuntamento era alle quindici, ero pronta dall'una e diciassette.
Quasi due ore di anticipo.

Avevo calcolato venti minuti per arrivare, cinque per parcheggiare e altri due per scegliere il tavolo giusto. Restava quindi ancora più di un'ora.

Seduta sul bordo del letto, con la schiena dritta, osservai il mio riflesso nello specchio a figura intera.

Le décolleté in nappa nera già ai piedi. Le gambe nude lisce; un bagliore radente le percorreva dagli stinchi alle ginocchia, risalendo poi lungo la curva delle cosce.

La ceretta fatta due giorni prima aveva lasciato la pelle esattamente come desideravo, e la crema corpo, applicata quella mattina, l'aveva resa setosa al tatto.
Nessuna irregolarità. Nessuna irritazione.

Posai il palmo sulla coscia e lo feci scorrere fino alla minigonna, lisciando il suede.

Sopra, il dolcevita in cashmere avorio aderiva ai fianchi per poi seguire la linea del busto senza creare pieghe indesiderate. Il tessuto cadeva esattamente come doveva. Loro Piana. E si vedeva.

Ogni pezzo scelto la sera prima. Ogni alternativa esclusa per una ragione precisa.

Mi alzai.

Davanti alla toletta, mi studiai senza indulgenza. I capelli scendevano oltre le spalle. La piastra li aveva lasciati perfettamente lisci, ogni ciocca al proprio posto.

Gli orecchini erano stati l'ultima scelta: un punto luce di diamante per lobo.
Inclinai il viso di qualche grado.
Il diamante si accese.
Tornai dritta.
Si spense.

Controllai il make-up un'ultima volta. Avevo seguito la sequenza abituale. Solo il rossetto era diverso. Un corallo più caldo scelto per addolcire i lineamenti.

Sfiorai con la punta delle dita la maniglia in ottone, fredda contro la pelle. Non serviva aprire il cassetto. L'agenda era lì e ricordavo ogni riga di quello che avevo scritto.

"Non sa ancora quanto mi interessa capirlo".
Ritirai la mano.
E nemmeno quanto attentamente lo sto osservando.

Tutto era pronto: il locale scelto con cura, le domande da usare se la conversazione avesse avuto bisogno di una spinta. Avevo considerato anche i possibili scenari. William distante. William aperto. William che cancellava all'ultimo.

Improbabile, ma considerato.

Sapevo cosa fare in ciascuno di quei casi. Eppure, appena formulato quel pensiero, una sensazione che viveva tra la paura e il desiderio mi adunghìò i fianchi. Con lui il margine poteva sfuggire, e forse era proprio quello a eccitarmi.

Attraversai la stanza. Il tappeto assorbì quasi del tutto il suono dei tacchi.

Aprii l'armadio e tirai fuori la Kelly 25 dalla dust bag color crema. Le dita sfiorarono la pelle Togo beige prima di chiudersi sull'impugnatura. La grana era morbida sotto i polpastrelli, ma la silhouette rimaneva impeccabile: angoli netti, struttura perfettamente composta.

La appoggiai sul letto. Presi la borsa del giorno prima.
Telefono. Portafoglio. Rossetto. Chiavi dell'alloggio.
Ogni oggetto trovò spazio nella Kelly. La richiusi.
Le chiavi della Range Rover rimasero nella mano destra. Infilai l'indice nell'anello portachiavi e uscii dalla stanza.

London era in cucina, in piedi davanti all'isola, auricolari nelle orecchie e laptop aperto accanto alla sua tazza preferita: fucsia brillante, The Bold Type stampato in bianco. Una serie che illude le ragazze mostrando tre amiche che si sostengono senza competere.

Pura fantascienza.

Indossava una felpa grigio topo troppo grande. Le maniche arrotolate fino ai gomiti lasciavano scoperti gli avambracci sottili; dita sulla tastiera, ritmo regolare. I capelli erano raccolti in una coda alta e disordinata. Niente trucco.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Jul 23 ⏰

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