Quattordici

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"La necessità non conosce legge."
Autore sconosciuto

♟️ (Sebastian)

C'è una storia che ci raccontano fin da quando siamo abbastanza grandi da capire che le nostre azioni hanno delle conseguenze.

Ci insegnano che esistono momenti in cui bisogna scegliere, che davanti a noi ci sono strade diverse e che, una volta presa una decisione, non resta altro da fare che accettarne il risultato.

"Alea iacta est."
Il dado è tratto.

Una frase che dovrebbe parlare di coraggio, di destino e di quel preciso istante in cui un uomo decide di smettere di aspettare e affida tutto a un lancio.

Io non ci ho mai creduto. Preferisco un'altra versione.

"Alea corrupta est."
Il dado è corrotto.

Perché il problema non è il momento in cui lo lanci, ma tutto quello che è successo prima.

La gente continua a credere che il gioco cominci quando il dado tocca il tavolo, quando in realtà qualcuno potrebbe averlo già preso in mano molto tempo prima, averlo pesato, averne modificato il lato, aver deciso quale faccia dovrà cadere verso l'alto ancora prima che tu abbia avuto la possibilità di scegliere se giocare oppure no.

È questo che nessuno vuole ammettere.

Ci piace pensare di essere liberi perché l'idea opposta fa paura.
Ci piace credere che ogni scelta appartenga soltanto a noi, che ogni strada sia stata costruita per poter essere percorsa, che basti essere abbastanza intelligenti, abbastanza forti o abbastanza fortunati per cambiare quello che ci aspetta.
Ma non funziona così.

Puoi lanciare quel dado cento volte e convincerti che prima o poi uscirà il numero che vuoi tu, puoi cambiare mano, cambiare tavolo, cambiare persino le persone sedute accanto a te, ma se il dado è stato corrotto prima ancora che tu lo toccassi, il risultato non sarà mai davvero nelle tue mani.

E forse è proprio questa la parte più divertente.

Le persone continuano a giocare anche quando hanno già perso.
Continuano a chiamarla fortuna quando qualcosa va bene e destino quando va male, come se bastasse cambiare il nome alle cose per renderle più accettabili.

Si aggrappano alle proprie scelte perché hanno bisogno di credere che siano loro ad averle prese, anche quando qualcun altro aveva già spostato le pedine molto prima che se ne accorgessero.

Io non ho mai avuto bisogno di raccontarmi questa storia.
Ho imparato presto che il gioco non è pulito.
Ho imparato che chi conosce le regole non è necessariamente quello che vince, perché a volte sono proprio quelli che le scrivono a decidere chi deve perdere.

E quando capisci una cosa del genere, smetti di chiederti se il dado sia truccato. Cominci semplicemente a chiederti chi lo ha corrotto.

Perché il dado è corrotto.
E io non ho mai avuto intenzione di fingere il contrario.

Il telefono di Cheryl vibra sul tavolo.

Lei si volta appena, lo prende e guarda lo schermo. Non cambia espressione. Si limita a infilarselo tra le dita e ad alzarsi dal divano.

Passa davanti a me senza dire niente e raggiunge la porta. Si appoggia allo stipite con una spalla, abbassa gli occhi sul telefono e comincia a digitare.

La osservo per qualche secondo.
«Hai ancora quel vizio?»

Cheryl alza lentamente lo sguardo. «Quale

Sei mia, punto e basta. La tua prossima ossessione. Scoprilo ora