- Tom... - paralizzato dalla paura tornai in me quando la ragazza mi chiamò per la quarta volta.
Respiravo affannosamente, guardavo un punto fisso di fronte a me e non riuscivo a muovermi per il terrore che il minimo rumore mi sarebbe costato la vita.
- Tom, devi andare avanti, le anime continueranno a splendere... non per molto però - disse sfiorandomi la schiena.
Cercai di calmarmi e riprendere in mano la situazione.
Ero ad un passo da quello che cercavo, come potevo fermarmi proprio in quel momento?
Dovevo trovare il modo di salvare Joel, insieme a tutti loro, ma probabilmente mi stavo mettendo contro qualcosa di più grande di me, una spietata creatura che era ovunque... ma da nessuna parte.
Mi avvicinai lentamente alla sfera, questa avanzava ondeggiando e sembrava quasi avere al suo interno un piccolo universo.
Si fermò facendo luce ad uno scaffale.
Era alto fino al soffitto e suddiviso verticalmente in settori dalla a, alla zeta.
Come scritto sul foglio, mi trovai davanti ad una piccola cassaforte, con su scritta la lettera "P".
- Come faccio ad aprirla? - sussurrai. Avevano pensato a tutto tranne che a quello.
Per un attimo ebbi l'impressione di stare commettendo una sciocchezza.
Mi ero lasciato guidare da qualcosa che poteva sembrare tutto tranne che reale, avevo parlato con una figura in uno specchio e avevo quasi stretto amicizia con una ragazza di cui non sapevo nemmeno il nome e chissà quanti anni prima era morta... e stavo andando in giro per un edificio interamente e perennemente al buio, quasi sotto maledizione, correndo un enorme pericolo.
Questi pensieri durarono poco però, perché ormai ero lì e non avrei potuto fare altrimenti.
La ragazza iniziò a dire parole strane, i sussurri accompagnavano le inquietanti formule che pronunciava, lei aveva il volto nascosto dai capelli e tendeva le mani verso la cassaforte, che all'improvviso si aprì.
- Prendi ciò che trovi e sbrighiamoci ad andare via, ci ha sentiti - iniziò ad agitarsi. Con uno scatto raccolsi dei fogli e una busta e la seguii.
Correva veloce, non riuscivo a starle dietro, così forse neanche pensando alle conseguenze le urlai di fermarsi.
Lei si girò, le voci che la circondavano come un'aura sembravano confuse e si sovrapponevano le une alle altre.
- Sa che siamo qui - disse - Dobbiamo andarcene subito - sembrava stesse per piangere.
Annuii e tenendo stretti i documenti provai a correre insieme a lei, più veloce che potevo. Probabilmente aveva strani poteri per cui sentiva cose che io nemmeno lontanamente percepivo, ma sfrecciando nel buio capii presto che qualcosa ci stava inseguendo.
Non ero un tipo atletico, un dolore al fianco mi stava uccidendo e nel petto mi sentivo come trafitto da milioni di chiodi, ma fermarmi avrebbe voluto dire andare incontro a morte certa. Le mie gambe sembravano andare da sole, avevano preso il ritmo e probabilmente era più forte la voglia di correre in salvo che quella di riprendere fiato.
Svoltammo diversi angoli, arrivammo alle scale e fu allora che lo sentii.
- Tom... aiutami -.
Era la voce di Joel, ne ero sicuro, veniva da dietro di noi.
E se fosse stato davvero lui? Se avessi potuto salvarlo e portarlo via di lì proprio in quell'istante?
Non ebbi molto tempo per prendere una decisione, ma quando stetti per fermarmi, la ragazza mi prese di nuovo per il braccio e ci nascondemmo in uno stanzino.
- Perché lo hai fatto?! - dissi ancora con il fiatone - Joel... era lì! - continuai cercando di far rallentare il mio battito.
Non disse nulla, restò accanto a me in silenzio, con la sua mano semi-trasparente sulla mia.
Non avevo mai avuto la possibilità di guardarla in viso, ma i suoi capelli erano biondi e le ricadevano morbidi lungo le spalle, sembrava quasi un angelo se non ci fossimo trovati in quel contesto e se solo lei non fosse così dannatamente inquietante.
- Questo è quello che lui vuole farti credere - mormorò ad un certo punto.
- Le altre voci, quelle che senti quando lo Yateveo è vicino, non devi ascoltarle -.
Mi tornò in mente quando sentii la stessa voce la prima volta sulle scale: "Vuoi davvero lasciarmi?".
- Allora... c'è la probabilità che... che sia morto? - non potevo pensare che il mio migliore amico mi avesse lasciato in quel modo, doveva esserci una soluzione, dovevo riuscire a salvarlo.
- Non ancora... - rispose, poi quando cercai di parlare nuovamente lei mi fece un cenno indicando di fare silenzio.
Rimanemmo fermi di fronte la logorata porta in legno, aspettando di avere via libera per uscire e correre ancora più velocemente di prima, ma per il momento tutto quello che sapevo e che lui era là fuori.
Capii che era vicino, si stava trascinando verso il nostro nascondiglio, respirando quasi come se stesse soffocando.
Speravo con tutto me stesso che non si fosse accorto della nostra presenza, ma nella mia mente riuscivo solo a immaginare che da un momento all'altro avrebbe aperto la porta e io non avrei nuovamente potuto fare niente.
Lo stanzino non era molto grande, mi aiutai con le mani cercando nel buio cosa potessi usare per bloccare la maniglia, e fortunatamente trovai qualcosa di simile ad un piccolo armadietto, forse usato per le scope, e cercando di essere il più silenzioso possibile lo spinsi verso la porta.
- Così dovrebbe andare, resteremo qui fino a quando non andrà via - dissi sedendomi di nuovo per terra, lei fece lo stesso. Sarebbe potuta andare via, sapevo che riusciva a svanire nel nulla in pochi secondi, ma rimase accanto a me.
- Non mi hai ancora detto il tuo nome - dissi ad un tratto rompendo il silenzio.
- Tu sai il mio, sai come sono fatto, perché non ti fai vedere? - continuai con tono tranquillo, non volevo spaventarla, anche se suonava quasi divertente visto che la prima a mettermi inquietudine era lei.
Si decise a parlare dopo qualche minuto - Elise - .
Non volevo forzarla a mostrare il suo volto, se non lo aveva mai fatto doveva esserci un motivo più che valido. Mi limitai ad accennare un sorriso.
- Bel nome - dissi - Sai... Thomas lo ha scelto mia madre, non mi piace un granché ma sempre meglio del nome che voleva darmi mio padre - confessai.
- Quale? - si girò di poco, sembrava interessata all'argomento e per la prima volta stavamo parlando quasi normalmente.
- Beh... Gaylord - la sentii ridere, per la prima volta.
Voleva chiamarmi così per via del mio bisnonno, George Gaylord Edwin White, ma fortunatamente mia madre mi salvò ed ecco qui Thomas, o meglio, Tom.
In quella situazione mi sentii quasi tornato alla mia vita normale, ridemmo per un breve periodo di tempo, poi però tornò il silenzio improvvisamente, quando non sentimmo più nulla da fuori.
Diventò tutto fin troppo tranquillo, così tanto che iniziai a temere il peggio.
Mi alzai lentamente e appoggiai un orecchio alla porta, non udendo niente cercai di guardare da una fessura e nonostante il buio riuscii a intravedere qualcosa.
Era lì davanti, fermo, come se ci stesse aspettando. Fissava lo stanzino e barcollava, poi iniziai ad avere una strana sensazione, mi sentivo in tensione, confuso, spaventato, come se...
- Tom, allontanati! - Elise mi spinse via, caddi a terra.
Prima di perdere i sensi, ancora con la mente annebbiata la sentii dire: - Riposa, presto sarà tutto finito - .
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The echo of silence
Horror"E' lì che vive: nell'oscurità, nella paura, nella morte. Se ti vedrà, non avrai scampo."
