19. LA GRANDE MANIPOLAZIONE

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Burel, il capobanda, e Andel, l'energumeno, sfuggirono a Gabu per qualche frazione di secondo. Le porte del vagone si chiusero mentre Gabu scendeva le scale a rotta di collo.
Burel si sedette al quinto posto di una fila di quattro, svanendo dalla vista di tutti.
«Cosa aspetti?!» redarguì il compagno che non si avvicinava al portale.
Andel lo raggiunse con respiro affannoso. Si pose davanti a lui.
«Non ci vedrebbero comunque. Quei telefonini sono la nostra salvezza.»
«Capisci perché mi ostino a fare provviste qui?» disse guardandosi intorno.
«Sono un ammasso di rincoglioniti in quest'epoca» convenne Andel.
«Si dice che la Grande Manipolazione abbia avuto inizio intorno al duemila, ma è nel duemilaquindici che è  iniziato il calo drastico del livello di attenzione, in cui si è oltrepassato il punto di non ritorno. È sotto gli occhi di tutti, eppure nessuno si accorge che attraverso quegli aggeggi rudimentali le persone vengono studiate, condizionate, manovrate. Vedono, ma sono più ciechi dei ciechi. Si sentono intelligenti, invece sono solo poco umili. Non si rendono conto di quanto stiano diventando ignoranti, di quanto il disinteresse per la cultura a favore delle tecnologie sia deleterio, disarmante.»
«Lo chiamavano progresso...»
«L'avvento della tecnologia li ha privati dell'empatia, ha ridotto il loro spirito critico, eliminato le peculiarità individuali. E questo non è che il primo stadio. Sono storditi dalle novità. Guardali. Stanno diventando tutti uguali.»
Burel e Andel erano circondati da esseri incapaci di distogliere lo sguardo dagli smartphone. Qualcuno parlava col vicino, ma con il telefono stretto in mano e continuando a interagire con esso. Qualcun altro leggeva un libro, con tempi di attenzione ridicoli.
«Non si stupiscono del fatto che una macchina conosca i loro gusti, le loro idee, che proponga loro degli incontri che la maggior parte delle volte divengono relazioni stabili. Sempre più coppie si formano per via della Grande Manipolazione. Pensano che sia tutto casuale; questa generazione di imbecilli è stata la nostra rovina.»

Avevo conosciuto Giulio su internet. Scrivevo i miei primi racconti su un blog privo di seguito, posizionato alla cinquantaseiesima pagina dei motori di ricerca. Lui non si spiegò come fece a trovarlo. Navigava senza bussola nell'oceano di internet. Fu il caso, disse. Quando ci innamorammo, ringraziammo il destino.
Forse aveva ragione Emanuele: ero destinata a lui. Ma la Grande Manipolazione mi aveva scelta per Giulio.
Aveva vinto lei.

«Quel tipo ci aveva quasi acciuffati» brontolò Andel.
«Non me lo ricordare. Rabbrividisco al pensiero di quello che abbiamo rischiato. Esistono ancora le galere, qui. Divento pazzo all'idea di essere imprigionato, di invecchiare alla velocità di questi poveri cristi. Per non parlare delle malattie. Ne esistono ancora di incurabili, roba da fare accapponare la pelle.»
«Dovremmo fare provviste in tempi più recenti, dove abbiano almeno scoperto la cura del cancro.»
«Troppo rischioso. E poi i cibi con un sapore decente sono introvabili ai tempi delle grandi scoperte mediche. Pensa se portassi una pesca  del duemilatrecento al Professore. Me la tirerebbe dietro.» 
«Penso che mi farò bastare il ricavato delle provviste per un po'. Forse per sempre. Non me la sento di rischiare così. Morire di cancro, quando basterebbe una pillola. Non voglio rischiare di buttare la mia per un piatto di pasta. Ho almeno altri centocinquanta anni da vivere.»
«Non ne hai sessantacinque?»
«Li compio tra una settimana.»
  «Allora non essere pessimista. Abbiamo almeno altri duecento anni davanti.» 
Il treno si fermò all'altezza della Stazione Centrale. I due raccolsero gli zaini colmi di vettovaglie. Inforcarono gli occhiali da sole e uscirono.

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