33
Gloria soffre più della mia piccola Emma; ha perso un figlio. La sua vita è finita; a differenza della mia bambina, non avrà modo di riscattarsi. Manuel è insostituibile, io no.
La vita può rivelarsi un vero inferno quando c'è di mezzo l'amore. Mi riprometto di non amare mai più nessuno, neanche me stessa. L'amore è la più grande fregatura di tutti i tempi.
Piango con Gloria nel capitolo in cui tenta il suicidio. Al posto suo, avrei fatto la stessa cosa, anche se avessi avuto un marito fedele.
Manuel segue il racconto con attenzione, è lui il personaggio principale. Se ne sta seduto sulle mie ginocchia con una buffa espressione assorta; mi viene voglia di stringerlo e ridere con lui. Mi concedo il piccolo lusso di amarlo; non ho alternative.
Le pagine stanno per terminare, ma del finale neanche l'ombra; mi allarmo. Ho bisogno di conoscere la strada per tornare indietro. Non mi affiderò a Dagmos, questa volta.
Hai scritto tu questo libro, tornerai a casa per forza, mi rassicura Israel mentre scambia qualche occhiata fugace con gli altri. È chiaro che sono a conoscenza di qualcosa che ignoro.
Il finale è agghiacciante: si conclude con il ritrovamento del libro nello studio del Professore; ci sono io che leggo la mia storia daccapo, accerchiata da Israel, Smilliu, Dagmos e Hadassa; ho Manuel sulle gambe - sì, è proprio Manuel il bambino che ho davanti - e leggo una storia il cui finale rimanda alla prima pagina.
Sono intrappolata in un cerchio senza fine.
Leggo la biografia, sulla quarta di copertina: sono morta di cancro a quarantotto anni, prima della conclusione del libro. Il finale si è rivelato un successo: un'innovazione ripresa da altri autori, definita 'la moda dei racconti senza fine'.
La cosa non mi lusinga per niente.
Il cerchio si è chiuso senza possibilità di ritorno. Guardo Dagmos, dal volto paonazzo; gli chiedo come sia possibile tutto questo.
Col disappunto di tutti, vuota il sacco.
Io e Burel siamo tornati nel passato, quando giacevi nel macchinario del Professore. Temevamo che non ce l'avresti fatta, così siamo tornati il giorno in cui ti abbiamo rapita e... abbiamo rapinato la banca senza portarti via. Pensavamo di salvarti, lo abbiamo fatto in buona fede. Burel ha pagato con la vita quel viaggio. Abbiamo commesso l'errore di sottovalutare il cancro; ai tuoi tempi non esisteva la cura e noi ce ne siamo dimenticati, conclude mortificato.
Ve ne siete... dimenticati, ripeto sbalordita.
Mi dispiace, mamma.
Se non mi avete rapita, significa che non ho mai intrapreso questo viaggio, l'idea di essere morta mi sconvolge, ho bisogno di un appiglio.
Come ho potuto scrivere un romanzo, così veritiero, senza aver vissuto questa esperienza?
Bella domanda, conviene Israel.
Riprendo in mano il libro; se l'ho scritto io, deve contenere un suggerimento. Il finale trasmette l'idea di un senso circolare del tempo che si ripete all'infinito; ma questa ripetizione non può essere sempre uguale. Se io sono qui e la mia proiezione del passato è perita, deve esistere uno spiraglio.
Forse sono tornata indietro una seconda volta... Devo aver sbagliato qualcosa durante il secondo tentativo, o il terzo, o il decimo!
Rileggo la biografia, questa volta fino in fondo. È riportata una mia frase: "Per poter salvare gli altri, bisogna prima salvare se stessi."
Ciò che cercavo.
Abbiamo salvato Manuel, dice Hadassa, ma non abbiamo salvato te.
Non avete salvato nessuno! Manuel è qui con me!
Israel scuote il capo.
Non so perché vi ostiniate a non credermi, vi assicuro che il bambino è seduto sulle mie gambe.
Se fosse qui, sarebbe visibile a tutti, puntualizza Smilliu. Non lo rilevano neanche le pietre.
I giorni prendono una direzione poco lineare, si susseguono come onde con la bassa marea; i dilemmi si moltiplicano. Le mie notti sono per lo più insonni.
Se aveste salvato Manuel, tu non saresti malinconica, dico a Hadassa quando la incrocio in uno dei corridoi della villa, in preda alle proprie insonnie. Anche lei vaga in cerca di risposte.
Cosa cazzo vi è saltato in mente di modificare il mio passato senza chiedermi il permesso? ringhio a Dagmos, pallido come la cera che ricopre sempre più i pavimenti. Dovrebbero far fuori anche te!
Si può sapere chi è tornato a salvare Manuel? domando a Israel, nella sala del pianoforte. Si è messo in testa di imparare a suonarlo, non si schioda da lì.
Il Professore, risponde, ma non è più tornato. Non siamo sicuri che ce l'abbia fatta.
Ascolto quelle parole incredula.
Vuoi dire che lo avete spedito nel duemilasette... all'età di millenovantotto anni? Non avevate neppure le coordinate! Non sarà sopravvissuto un minuto in quell'epoca, sempre che l'abbiate azzeccata!
Sarebbe morto comunque, spiega Smilliu, si è concesso un ultimo giro di giostra.
Il passato ha preso varie direzioni. Devo escogitarne una nuova, definitiva; il mio libro si è incagliato in una circolarità senza fine, ma io devo tornare a vivere. Ho un bambino sulle gambe che mi chiede di essere salvato e provo una malinconia disperata per mia figlia. Ho nostalgia degli odori, dei sapori, del sesso. Mi manca la vita vera. Non voglio finire i miei giorni imprigionata in una cartolina, con questi compagni scialbi, pregni di noia.
Prima di tutto, devo salvare me stessa, esordisco un mattino, dopo aver raggruppato la truppa. Tornerete il giorno in cui mi avete rapita; dovete ripetere tutto e portare la mia proiezione passata qui, ordino a Dagmos; nello stesso momento affronterò il viaggio di ritorno. Tornerò nel mio tempo, senza quel dannato tumore. Una volta lì, vedremo cosa fare con Manuel.
Con chi tornerò se i miei compagni sono stati soppressi? chiede Dagmos.
Guardo Israel. Lui annuisce.
Non fatevi arrestare, vi prego.
STAI LEGGENDO
Rapita
Ficção CientíficaHR #1 in fantascienza *** Bianca è una donna di quarantotto anni in crisi di mezza età. È una scrittrice frustrata il cui orologio biologico ha iniziato a saltare qualche rintocco. Ha un marito, un amante e una figlia dislessica di sei anni. Durante...
