Ci impiegammo una settimana intera per riassumere la mia storia, dato che mi capitava di svenire fin troppo spesso.
Era passato un anno e due mesi dall'incendio che aveva ucciso mamma, il che voleva dire che io avevo undici anni e non dieci.
Non ero svenuta perché un pezzo di soffitto mi aveva tramortita e mi ero svegliata il giorno seguente in un prato vicino a casa, con un ragazzo che mi aveva ipoteticamente salvata dalle fiamme.
No, ero svenuta e sparita per un anno e due mesi, poi ero caduta giù dal cielo in un campo di semidei, dove un figlio di Ermes parecchio al di sopra delle mie possibilità mi aveva raccolta e aiutata.
Quel giorno sul prato i vestiti mi erano sembrati corti perché in un anno ero cresciuta in altezza, ma a quanto pare non ero stata nutrita molto dato che dovevo aver perso minimo una decina di chili. Probabilmente di più.
Dopo una settimana di svenimenti a metà di discorsi sulla mia famiglia e pianti notturni al ricordo di Leo che mi sorrideva o faceva stupide battutine, ero abbastanza stabile da uscire.
Fu una settimana intensa e difficile, nella quale non uscii dall'infermeria nemmeno un secondo, il che faceva sì che solo il figlio di Apollo che si era preso l'incarico di curarmi aveva visto quanto fossi fragile.
Chirone e Luke mi avevano vista al massimo svenire mentre ricordavo mio fratello che batteva frasi in morse sul muro dell'officina o mia madre che mi urlava di scappare prima di venir uccisa dalle fiamme.
Dovetti anche inventare una storia convincente per coprire il fatto che ero immune dal fuoco.
Fu abbastanza semplice, spiegai che avevo spaccato una piccola finestra con una chiave inglese e mi ero arrampicata su un mobile per poter uscire da essa.
Dato che la finestra era attaccata al soffitto mi ero fatta un bel volo di un paio di metri una volta dall'altra parte e avevo sbattuto la testa contro un sasso, svenendo.
Questa versione spiegava anche la cicatrice che avevo sulla fronte e che poi spariva in mezzo ai capelli, che stranamente erano più corti di come ricordavo.
Chirone non riusciva a spiegarsi dove fossi stata in quell'anno e due mesi, ma dato che non avevo ricordi ipotizzò che qualche dio ci avesse messo lo zampino.
Anche io la pensavo così e io e Luke iniziammo una specie di strano gioco del tipo "Indovina quale dio mi ha rapita". Veniva a trovarmi tutti i giorni e sedevamo a gambe incrociate sul mio letto in infermeria, pensando a quali dei potevano avermi soccorso.
Ovviamente il primo a cui pensammo fu Efesto, mio padre.
Poi Apollo, dio della medicina, Ermes, protettore dei viandanti, e persino Artemide che con le fanciulle ci sapeva fare.
La mia scomparsa prolungata rimaneva un grosso punto di domanda, ma per Luke non sembrava un problema il fatto che in quell'anno e due mesi potevano avermi reso una macchina di distruzione di massa, spedendomi lì con lo scopo di sterminare il campo.
Dopo una settimana di cure uscii dall'infermeria e quasi fui accecata dal mondo esterno.
Mi mostrarono la casa di Efesto e conobbi tutti i miei fratelli, che mi trattavano come se fossi la loro sorellina fragile e gentile, la loro preferita.
O almeno lo fecero fino al sogno.
Una notte, un paio di giorni dopo la mia dimissione dalle cure del figlio di Apollo, feci un sogno.
Nel sogno ero nell'officina, bruciata e distrutta. Due uomini stavano portando via vecchi attrezzi bruciati e lavori che si erano salvati dal disastro.
«Vorrei proprio sapere chi è il pazzo che ha dato fuoco a questo posto» fece uno degli uomini, sconsolato e arrabbiato.
L'altro scosse la testa «Sei sicuro che non si sia solo fusa qualche lampada scatenando una tragedia?»
Già, quella era l'opzione che Chirone mi aveva dato, visto che non c'erano informazioni su quell'avvenimento.
«Nah» scosse la testa il primo uomo «la polizia ha detto che non è stato un incidente, ricordi? L'incendio era voluto. Povera donna...»
Un moto di rabbia così forte si impossessò di me che mi svegliai con un cacciavite tra le mani, la punta decisamente troppo affilata per avvitare semplici viti.
Da lì cambiò tutto.
Qualcuno aveva ucciso mamma di proposito e forse anche Leo.
Non potevo trovarlo, non potevo rimediare ormai, ma avrei fatto di tutto per impedire altre tragedie di qualunque tipo.
Quella mattina quando Charles Beckendorf, il mio fratello preferito senza dubbio, si svegliò, mi trovò in bagno con macchinetta da parrucchiere in mano e un lato della testa completamente rasato mentre gli altri capelli non superavano i sette centimetri di lunghezza.
Charles si spaventò a morte e mi strappò di mano l'aggeggio.
Io non ricordo nulla di ciò che ho fatto una volta sveglia, ma i miei fratelli dicono che Beckendorf è quasi svenuto quando ha visto il tatuaggio sulla mia spalla.
Da quel giorno nessuno mi considerò più la ragazzina che sveniva e che aveva perso la famiglia in un incendio.
Da quel giorno diventai Lola Valdez, la ragazza scappata dal fuoco, caduta dal cielo, quella che a undici anni si era tatuata da sola non si sa come, quella che poteva ucciderti semplicemente usando un cacciavite.
Ero la ragazza che quando non era nella fucina, potevi trovare ad allenarsi, facendo a brandelli senza pietà un manichino, a volte anche a mani nude.
Tornai la persona seria e responsabile che ero quando accudivo mio fratello, a volte un po' scostante, ma solo perché volevo proteggere il mio segreto.
Mi chiedevo se Efesto sapesse che mi aveva dato quello che mamma chiamava un dono, o se era stato uno sbaglio.
Ma non importava molto, senza Leo nulla importava molto.
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||La Figlia Del Fuoco|| Completa ||
Fanfic|Cosa cambierebbe se Leo Valdez avesse una sorella?| Lola Valdez, una ragazza forte e che porta un grande dolore dentro, con un passato doloroso, un presente complicato e un futuro ingrato. Una ragazza con un dono nascosto a tutti e uno spirito imba...
