-Ventitreesimo-

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«Lola»
Una voce sussurrò il mio nome un paio di volte. Dovevano essere le tre del mattino.
«Mitchelle?»

«Sbrigati, vieni.»
Ero ancora intontita dal sonno, ma scesi ugualmente dal letto e scavalcai la finestra, trovandomi perfettamente tra le braccia del mio ragazzo.

«Ma che ti salta in mente a quest'ora?»
«Shh, seguimi.»

Mitchelle mi prese la mano e mi portò nel fitto del bosco, fino al pugno di Zeus, dove ci sedemmo come facevamo spesso prima che quell'assurda guerra tra semidei cominciasse.

Con l'esercito romano pronto a colpire, quello era territorio pericoloso e noi non avremmo mai dovuto essere lì.
Gli alleati di Ottaviano avrebbero potuto ucciderci con una facilità incredibile.

«Ora vuoi dirmi cosa ti passa per la cabeza domandai ridendo.
Lui mi prese le mani e mi guardò negli occhi.

Eravamo in piedi sulla roccia, nel punto più alto, e la luna illuminava i capelli del ragazzo e il suo viso teso e in ansia.
Per un attimo accantonai la consapevolezza di essere in pericolo in quel luogo non protetto.

«Va tutto bene?»
«Lola, ormai abbiamo quasi diciotto anni. Be, io ce li ho già in realtà, ma non centra molto in questo momento.»

Era veramente nervoso e io non riuscivo a capire dove volesse andare a parare. L'importante era che facesse in fretta, non sapevo se i romani potevano vederci a quell'ora della notte. Eravamo pur sempre in territorio greco, no?

«Quindi pensavo...mio padre abita dalle parti di Los Angeles ed è da tempo che cerca di vendere la nostra seconda casa sul mare, lui dice che è troppo piccola e da solo fastidio...»

Cominciai a capire dove stava andando il discorso. Il mio cuore cominciò a battere più forte, ma non lo interruppi.

«Perciò, beh, se tu dici di sì, potremmo...» esitò un attimo, ancora insicuro sulle proprie parole. «Andare a vivere lì. Quando la guerra sarà finita e Gea tornerà a dormire. So che forse è un po' presto ma...»

Non lo lasciai finire.
Lo abbracciai così forte che per poco non cademmo dalla roccia.
«Sì, sì, sì, ! Voglio venire a vivere contigo

L'espressione di Mitchelle si rilassò e ricambiò l'abbraccio.
Non potevo crederci.
Il mio ragazzo mi aveva davvero chiesto di prenderci una casa, in riva al mare persino.

Non avrei potuto essere più felice.
La guerra, Gea, i romani, Ottaviano, i mostri, i centauri, i ciclopi, gli dei, il mondo, nulla aveva più importanza.

C'eravamo solo io e Mitchelle.
Avevo desiderato una sensazione del genere per tutta la vita, e ora finalmente era lì.

Non mi importava come sarebbe finita, cosa sarebbe successo da lì in avanti. Mancavano due giorni al 1 di luglio, giorni in cui Gea sarebbe risorta e i romani avrebbero attaccato ufficialmente il campo con tutto ciò che possedevano.

Ma a me non poteva importare di meno.
Ora avevo un valido motivo per combattere, un pensiero per cui valeva la pena resistere fino alla fine.

Il futuro.

La prospettiva di lasciare il campo, vivere con Mitchelle come due normali ragazzi, magari un giorno avere persino una famiglia...

L'ultima volta che avevo parlato con Annabeth, la figlia di Atena mi aveva detto che Percy le aveva offerto di andare a vivere a Nuova Roma, una volta grandi abbastanza.

Anche se non volevo ammetterlo, l'avevo invidiata parecchio.
Un piano per il futuro?
Era l'unica cosa che era sempre mancata nella mia vita.

Quasi non potevo crederci, se non fosse che Mitchelle mi teneva ancora le mani avrei persino creduto di essere in un sogno, un sogno davvero magnifico, in cui la fine del mondo non era alle porte e io potevo veramente essere felice.

Per una volta non era il mio futuro.
Era il futuro che avrei condiviso con Mitchelle, il nostro futuro.
E per me contava solo quello.

Il mondo poteva cadere.
Gea poteva tornare.
Avrei combattuto fino alla morte per quello scorcio di felicità che Mitchelle aveva aperto davanti a noi.

La nostra felicità.

||La Figlia Del Fuoco|| Completa ||Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora