«Come mai passi così tanto tempo con Noora?» Chiese mia zia quella stessa sera, quando stavo preparando i miei pennelli e le mie tempere all'interno del mio zaino per portarli poi a scuola il giorno seguente.
Smisi di fare ogni cosa a sentire quelle parole: non perché non me lo aspettassi, ma perché non sapevo cosa dirle. Non poteva arrivarci da sola? Dovevo per forza raccontarle tutto?
«Siamo... amiche.» Le risposi, diffidente delle mie stesse parole.
Zia Félicité chiuse la porta della mia camera e si fece avanti, fino a sedersi sul letto. «Avete un'amicizia molto salda, se passate così tanto tempo insieme.»
Chiusi il mio zaino, posandolo sulla sedia della mia scrivania. Morivo dalla voglia di raccontarle tutto, di sentirmi anch'io come tutte le adolescenti del mondo che parlavano di ragazzi e idoli con una madre o un padre. Eppure, anche in questo caso, non mi sentivo uguale agli altri. Noora non era uguale agli altri, la nostra relazione non era uguale alle altre. Io non ero uguale agli altri e la mia famiglia non era uguale alle altre. Già.»
«Lei è più grande, vero?» Continuò a chiedere.
Annuii. «Già. È il suo ultimo anno al liceo.»
«E tu sei ancora al secondo.» Ricordò, con un sospiro quasi malinconico.
Mi bagnai le labbra. «Ieri sono andata da mamma.» Le rivelai. «Con Noora.»
Mia zia si irrigidì, con aria sorpresa e allo stesso tempo incredula. «C-Come mai?» Balbettò, senza mai distogliere lo sguardo da me.
Mi sedetti al suo fianco, per poi sdraiarmi completamente. Come mai... eh, come mai. Rispondere ad una sua domanda iniziava a diventare sempre più difficile. Il cerchio si stava stringendo ed io soffocavo a trovare una via d'uscita. «Perché... beh, Noora sa essere convincente.» Fu tutto ciò che riuscii a risponderle, con tono piatto e indifferente.
Mia zia mi toccò una coscia. Stava per chiedermi dell'altro ed io non sapevo se fossi pronta a risponderle. «Ti rende davvero felice, vero?»
Sapevo che stesse parlando di Noora, perciò sorrisi. «Noora rende felici tutti.»
Mia zia scosse la testa, socchiudendo anche gli occhi. «No, non è quello che intendo.» Fece una pausa di riflessione. «Intendo che ti fa ragionare e sono felice che ti abbia spronato ad andare.» Rise, quasi. «Io ci provo da anni!»
«Beh, magari perché non sei Noora.» Le feci notare, scherzando.
Zia Félicité si chinò a darmi un bacio sulla fronte.
Io chiusi gli occhi, immaginando che fossero di Noora quelle labbra.
«Mi piace l'energia che c'è tra te e lei. Sono felice che ti sia fatta finalmente un'amica.» Mi accarezzò i capelli. «Mi piace davvero tanto Noora, poi.»
Anche a me piace tanto Noora. Anzi, quello che sento va oltre al discorso del 'piacere'. Io venero Noora, la amo. E vorrei davvero che tu sappia cosa ci diciamo e cosa facciamo quando ci siamo solo io e lei. Vorrei che tu sapessi quanto mi faccia sentire amata. Vorrei davvero tanto che fosse più semplice così da parlarti di ogni cosa. Lo vorrei davvero tanto, ma non mi è possibile. «Anche a me.» Mi lasciai sfuggire, prima che mi desse la buona notte.
Una volta che chiuse la porta della mia camera, non andai a dormire. Presi una delle mie tele all'angolo della stanza e presi una matita sulla mia scrivania: avevo le basi per un nuovo dipinto, magari il dipinto più bello che avessi mai fatto. Avevo Noora in mente e, se avessi disegnato lei, sarebbe sempre stato bello.
***
Misi via la fotografia che Noora mi aveva regalato solo quando sentii i passi di Louis farsi largo nell'aula d'arte. Quel giorno, indossava un cappello alla francese e sapeva davvero come sfoggiarlo.
«Lo sai che non c'è bisogno che tu mi nasconda qualcosa, vero?» Mi diede il bacio del buongiorno. Lo faceva sempre.
Serrai le labbra, con fare divertito. Stavo davvero bene, ultimamente, e nessuno avrebbe mai potuto distruggere quella felicità momentanea che si stava espandendo per tutte le mie vene, arterie e fibre del mio corpo.
Louis, poi, fece cenno alla mia tela già esposta. «Che cosa stai disegnando?» Chiese.
Prima di rispondergli, afferrai i miei pennelli e i miei colori che avevo portato da casa e poi, soddisfatta, sorrisi. «Una bambina con suo padre, su una delle tante panchine di un parco.»
Louis corse a guardarmi. «Hai una fantasia agghiacciante.» Commentò.
Alzai le spalle. Morivo dalla voglia di rivelargli che, in realtà, non era stata la mia fantasia ad ideare quel ritratto ma la pure e completa realtà; dirgli che Noora mi aveva regalato un pezzo del suo passato tanto prezioso quanto intoccabile. Ma non lo feci... o almeno, lo accennai soltanto, indirettamente. «Non ho inventato niente.» Risposi, cominciando a disegnare i tratti infantili degli occhi di Noora.
Louis mi affiancò, socchiudendo gli occhi. «Allora... che cos'è?»
Sospirai. «È un ritratto. Un vero e proprio ritratto.»
Lui ci mise molto a rispondermi. «Allora questa sei tu.» Ammiccò, con voce gentile.
Scossi la testa. «No. Questa bambina avrà gli occhi nocciola.»
Non mi rispose più. Mimò soltanto un oh e prese anche lui a lavorare sul suo lavoro.
Passarono due ore e mi venne sete. «Vado a comprare una bottiglia d'acqua alle macchinette.» Avvisai Louis a bassa voce, dato che, intorno a noi, i nostri compagni stavano lavorando, concentratissimi.
Louis annuì.
«Non vuoi niente, tu?»
Scosse la testa.
Avvertii il mio professore d'arte che stavo uscendo e tornai dopo qualche minuto con una bottiglia fresca tra le mani. Rimisi mani sulla mia opera d'arte e, la cosa che mi fece sorprendere, era che non ci fu bisogno di controllare alcun colore secondario o anche principale in quell'immagine, perché ricordavo ogni minimo dettaglio, perfino la forma quasi irregolare delle foglie dell'albero dietro le loro spalle. Era come se avessi fatto una foto alla stessa foto e ora, dal mio cervello, la stessi consultando per fare in modo di far uscire un disegno che potesse rispecchiare la realtà, che potesse rispecchiare la vita di Noora, perché sapevo quanto ci tenesse a quella foto e quanto sarebbe stata felice se le avessi proposto un quadro come quello. Persi la cognizione del tempo durante tutta la lezione e la ritrovai solo quando la campanella suonò la fine. Controllai se sullo schermo del cellulare avessi qualche messaggio a cui non avevo risposto mentre Noora, come al solito, mi aspettava fuori nei corridoi. Le sorrisi appena le fui vicina e lei fece lo stesso. Entrambe eravamo rigide perché volevamo di più; io volevo le sue labbra sulle mie e lei voleva il mio corpo stretto al suo. Ci vergogniamo così tanto di essere chi siamo veramente da dimenticarci di essere anche noi parte dell'umanità, non è vero, Noora? Avrei desiderato così tanto abbracciarla con foga e premere le mie labbra sulle sue dopo una lunga giornata senza di lei, ma non lo feci. Non lo facemmo. Troppo presto. Troppo sdolcinato.
Troppo tutto. Odiavo Bordeaux.
Fuori scuola, prima di prendere l'autobus, andammo all'interno di un bar vicino scuola. Bevemmo due caffè, anche se mia zia mi avrebbe uccisa se l'avesse saputo, dato che non voleva che io bevessi caffeina se non dopo i vent'anni. Parlammo di cose insensate, di cose sensate, senza mai menzionare i nostri momenti insieme o scherzando su come avremmo passato il weekend. Era come se, una volta in mezzo alla società, tornassimo ad essere nulle, annullate completamente da quel sentimento che sembrava non avere spazio a scuola, da nessuna parte. Non mi sentii ferita, solo un po' confusa e nervosa. Volevo stare con lei tutto il tempo necessario; averla accanto, toccarla, accarezzarla, sentirmi parte di qualcosa che andava oltre ogni confine, accettata. Noora mi faceva sentire come se fossi speciale e aveva iniziato a fare effetto immediato. Ma quest'effetto durò davvero poco, perché subito dopo mi avvelenò.
Infatti, il giorno dopo, come sempre d'altronde, Noora mi aspettò alla fermata dell'autobus e, insieme, ci incamminammo per arrivare dritte a scuola senza perderci in chiacchiere. Appena entrammo nel perimetro scolastico, già l'atmosfera che si respirò fu strana. Tutti quanti bisbigliarono e, una volta che i loro occhi incontrarono Noora, si voltarono e ridettero.
Abbassai lo sguardo per accertarmi che le nostre mani non fossero intrecciate, ma non lo erano, anzi: Noora le aveva strette intorno alle stringhe dello zaino.
Aggrottai la fronte, allora, fissando di rimando i ragazzi. «Che...?»
Noora non mi rispose. Era anche lei intenta a capire.
Cominciai a capire il vero motivo solo quando, avvicinandosi sempre di più alla porta d'entrata dell'istituto, vidi qualcosa appeso al vetro della porta: non c'era mai niente appeso lì.
Noora fu veloce a camminare verso di esso. Non guardai cosa c'era di strano, ma guardai la sua espressione che da confusa divenne esterrefatta e nervosa. Deglutì.
Diedi un'occhiata a quella che sembrava essere un'immagine.
Mi coprii la bocca quando vidi la stessa fotografia che Noora mi aveva donato solo due giorni fa, solo stampata su carta.
Noora aveva alzato lo sguardo su di me, come se stesse per uccidere qualcuno.
Magari me.
Non avevo mai visto nessuno guardarmi in quel modo.
«Noora...» Feci per spiegare, con il cuore che mi batteva forte contro il petto.
«Non. Dire. Una. Parola.» Mi parlò su, aprendo con forza la porta.
La fotografia che raffigurava lei e suo padre, la fotografia a cui teneva più della sua stessa vita, ora era ovunque: sugli armadietti, sulle pareti vuote, tra le mani degli studenti che ridevano e commentavano, perfino sul pavimento.
Noora aveva già puntato qualcuno a cui desiderava mettere le mani addosso da tempo: Davis, che stava distribuendo quella fotografia a tutti quanti.
Mi fermai di scatto quando notai Louis al suo fianco, che faceva la stessa cosa. Mi mancò il respiro.
«Che cosa pensi di fare, eh?» Tuonò Noora, andandogli contro come una furia, buttando a terra perfino il suo zaino. «Cosa cazzo pensi di fare!»
Davis si guardò intorno, prima di ghignare e posare gli occhi su di lei. «Non è evidente? Sto condividendo questo bellissimo momento.» Guardò la fotografia, aggrottando la fronte con aria teatrale. «Chi è quest'uomo? Tuo zio?»
Vidi le spalle di Noora alzarsi e abbassarsi.
Vidi Noora che stava combattendo contro sé stessa per non usare violenza contro di lui.
La vidi respirare con calma, nonostante il panico e la rabbia la stavano consumando.
Ma nonostante ciò, non potei non pensare se stesse dando la colpa anche a me.
Noora tentò di afferrare quelle copie della fotografia che Davis aveva stretto in petto, ma non ci riuscì. La sentì affannata, stanca. «Smettila.» Sussurrò. Tutti intorno si zittirono d'un tratto. «Smettila!» La sua voce strozzata riecheggiò intorno ai corridoi.
Fu la prima volta che la vidi distrutta, bloccata a vivere un passato che l'aveva torturata, affranta, spenta. La bellezza che possedeva e che aveva sempre posseduta, d'un tratto, divenne soltanto cenere e, come vera cenere, si dissolse intorno a noi. Quella roccia che era si frantumò in un instante, come se suo padre fosse il suo punto di forza, ma anche la sua unica distruzione. La sentii piangere e volli con tutte le mie forze portarla via, ma non potei... non me l'avrebbe permesso.
«È uno scherzo, non è vero?» Disse poi, con un filo di voce, indietreggiando. Si voltò velocemente verso di me, per poi tornare a guardare Davis, che ora aveva sul volto una faccia rigida, quasi letale. «Eravate d'accordo. Siete sempre stati d'accordo voi tre, non è vero?» Disse, includendo anche Louis, che ora aveva abbassato lo sguardo.
Mi sentii male. Mi sentii sprofondare e mi sentii così debole che avrei potuto vomitare lì, proprio lì davanti a tutti quanti. Un po' perché mi faceva male vederla distrutta in quel modo, un po' perché ero delusa dal fatto che mi stesse incolpando di un gesto così crudele dopo tutto quello che avevamo passato. Noora, però, non era lucida.
«Noora, io...»
Appena mi sentì parlare, però, alzò un braccio verso la mia direzione e socchiuse gli occhi. «Era tutto uno scherzo per farmi del male, non è così?» Continuò a dire. «Una sporca vendetta perché ti ho mollato.» Si guardò intorno. «Mi fate schifo tutti quanti.» Tornò a guardare Davis e Louis. «Voi siete i primi nella lista.» Con ciò, riuscì a prendere finalmente le copie della fotografia che aveva Davis strette al petto, riprese il suo zaino lanciato sul pavimento minuti prima e si voltò, con l'intenzione di andarsene via. Appena fu vicina a me, cercai di prenderla per un braccio con l'intenzione di farla ragionare, ma si scostò e mi riservò soltanto un'occhiata che disse tutto ciò che non avrei mai voluto vedere: Non mi toccare, esci dalla mia vita.
Ma io, Noora, non volevo uscire dalla tua vita.
La guardai andare via, con il cuore spezzato e la mente che malediva sé stessa per essersi fidata di me. La guardai scappare via dai problemi, da un fatto che lei sapesse fosse non vero. Sperai più volte che potesse voltarsi e che mi portasse via con lei, ma non accadde.
Era talmente distrutta che non si ricordò di me, che ero distrutta anch'io.
STAI LEGGENDO
Nel tuo disordine
Teen Fiction'Mi obbligò a guardarla profondamente negli occhi. Me li sentii dentro, in un instante. «Fammi spazio nel tuo disordine, Anaïs.» Sussurrò con un filo di voce, come se neanche avesse detto quelle parole. Venni completamente e totalmente balzata fuori...
