Quando misi piede davanti all'istituto, ero un quarto d'ora in ritardo e zuppo di sudore.
Dopo aver passato tutto il pomeriggio e rimuginare se fosse o meno una buona idea presentarmi all'appuntamento, ero arrivato alla conclusione che se non l'avessi fatto me ne sarei presto pentito. Per qualche ragione, anche se una parte di me moriva di curiosità nel sapere chi fosse l'artefice dei regali anonimi che avevo ricevuto, l'altra era consapevole che non sarei riuscito a ricambiare i suoi sentimenti. La mia mente, il mio cuore e la mia anima erano assolutamente e irrimediabilmente legati a un ragazzino dagli occhi da cerbiatto e non volevano saperne di lasciarlo andare.
All'ultimo momento, dopo essere uscito di casa due volte ed essere tornato indietro altrettante, mi ero deciso a farmi forza e incamminarmi verso la mia scuola, pronto a spezzare il cuore del mio dongsaeng. Ogni mia riflessione mi aveva portato alla conclusione che fosse meglio mettere un punto ora senza illuderlo ulteriormente, convinto che si sarebbe dimenticato presto di me una volta spiegato il motivo per cui non potevo ricambiarlo.
Presi un profondo respiro, mi asciugai la fronte con la manica della felpa e, stringendo il mio coraggio tra le mani, sorpassai il cancello d'entrata. Salutai distrattamente alcuni conoscenti appena usciti dai loro corsi pomeridiani e mi incamminai verso l'enorme quercia posta al centro del giardino.
E se non fosse stato solo? Come avrei fatto a capire chi fosse, mischiato in mezzo ad altra gente?
Sbattei le palpebre e mi avvicinai al grosso albero. Il sole stava ormai tramontando, proiettando ombre tetre sul cemento del cortile. Mi guardai attorno, scrutando attentamente il via vai di figure che transitavano davanti a me. Poi, all'improvviso, una attirò la mia attenzione. Era Choi Minho, un ragazzo che frequentava la mia stessa accademia di danza e aveva un anno meno di me. Mentre lui si specializzava nell'hip hop, il mio interesse si indirizzava perlopiù verso la danza contemporanea, così finivamo per incontrarci solamente quando preparavamo le coreografie per i saggi. Mi ritrovavo qualche volta a salutarlo quando lo incrociavo nei corridoi scolastici quando mi capitava di vederlo insieme ai suoi amici.
No, non poteva essere lui. Non eravamo così intimi da conoscere l'uno gli interessi dell'altro. Eravamo appena conoscenti, era assurdo. Eppure era più piccolo di me e in un modo contorto la descrizione sembrava corrispondere.
Mi avvicinai cauto a lui salutandolo con la mano. Quando incrociò il mio sguardo sorrise raggiante, facendo qualche passo nella mia direzione.
«Hyung, ciao!» esclamò radioso.
Sfregai le mani tra di loro, azzardando un sorriso tirato. «Ciao Minho, che ci fai qui? Pensavo che avessi lezione di ballo a quest'ora.»
Si grattò il retro del collo imbarazzato, abbassando lo sguardo. «Oggi non sono andato.» borbottó, tornando a guardarmi. «Se i miei lo scoprono, mi uccidono. Non potrò uscire di casa per un mese.»
Ridacchiai nervosamente, spostando il peso da un piede all'altro. «Avrai avuto un motivo importante per farlo». Avrebbe dovuto essere un'affermazione, ma quando lasciò la mia bocca suonò più come una domanda.
«Hm, si dunque-»
Ecco, ora lo dice. Ora mi rivela tutto e sono costretto a spezzargli il cuore.
«Oppa, scusa ma non volevano più lasciarmi andare!» Ci voltammo entrambi nello stesso istante, vedendo una figura minuta correre nella nostra direzione. «È da molto che mi aspetti?»
Osservai il volto di Minho infiammarsi, guardando ovunque tranne che il viso della ragazza. «Oh, no tranquilla. Ne ho approfittato per scambiare due parole con Jimin-hyung, frequentiamo la stessa accademia di danza. A proposito, Hyung lei è Sunhee.»
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Never Not
Fanfiction«Io non voglio essere tuo amico, Jimin.» «E cosa vuoi allora?» domando, incantandomi a fissare le due pozze nere nei suoi occhi. «Io voglio tutto di te.» ammette, facendo scorrere il pollice sul mio labbro inferiore. «Voglio che le tue braccia strin...