La luce era tornata. Era forte, bellissima, carica di colori e profumi che si innalzavano dalla città appena risvegliata dal torpore del lungo inverno. Accarezzava le cupole e i tetti dei palazzi signorili in un unico abbraccio, sotto il cielo limpido del primo pomeriggio.
Sospirai, premendo maggiormente il naso contro il vetro freddo della grande finestra che si affacciava sulla strada. Proprio in quel momento, un tram verde brillante, simile a un lungo serpente sinuoso, passò a tutta velocità nel piazzale, facendo tremare tutto nel grande appartamento vuoto. Mi ritrassi dalla finestra, osservando con aria assente la fiumana di persone che saliva e scendeva dal mezzo, prima di voltarmi lentamente e andare davanti allo specchio dell’anta dell’armadio. Presi la spazzola, prendendo a pettinarmi con aria assente i capelli castani ormai lunghi fin sotto le spalle.
Il riflesso che avevo davanti era ormai quello di una giovane donna, il pallido viso squadrato solcato da due enormi occhi castani carichi di stanchezza, i vestiti di casa ormai troppo larghi che nascondevano un corpo magro quanto bastava, di cui non potevo né vantarmi né lamentarmi. Mi passai la spazzola sulla nuca, liberandomi la fronte ampia dai ciuffi che si ostinavano a nasconderla, legandomeli comodamente dietro la testa.
Okay, ora andava decisamente molto meglio.
Mi risedetti sul letto, incrociando le gambe e afferrando il libro di arte. Esami, esami in arrivo e la voglia di studiare che come al solito si prendeva gioco di me. Cascai malamente all’indietro, contemplando il soffitto con aria assente. Mi annoiavo da morire. Da quando avevo preso a studiare all’università, la mia vita si barcamenava tediosamente fra lo studio e il lavoro senza nessun’altra alternativa, specie durante le vacanze, quando il potenziale tempo libero si dilatava a tal punto che mi veniva da studiare per ammazzarlo in qualche modo.
No, le cose non erano cambiate da quando avevo iniziato il liceo. Mamma e papà non c’erano mai, uscivano la mattina presto e tornavano la sera, stanchi morti. Leo era sempre in giro con gli amici, a bombardare con il pallone l’infelice portale della chiesa di turno insieme a quella banda di teppisti dei suoi amici.
Qualcosa era cambiato, però. Ora avevo due amiche stupende, Giulia e Rebecca. Avevo anche un ragazzo, Riccardo. In quel momento, mi stavo chiedendo dove cavolo fossero finiti tutti quanti.
Okay, lo ammetto, le cose andavano di gran lunga meglio con le amiche che con il mio ragazzo. Riccardo c’era e non c’era. Spariva e ricompariva a suo piacimento, e cosa facesse nel frattempo non avrei saputo dirlo. Era sempre maledettamente impegnato. Però mi amava e tanto.
Con Giulia e Rebecca, le cose andavano diversamente.
Giulia aveva due anni meno di me e frequentava il mio vecchio liceo classico. Ci eravamo conosciute in quarto, l’ultimo giorno di scuola, durante il delirio dei gavettoni. Entrambe avevamo avuto l’idea di nasconderci dietro il parapetto del ponte che collega il Lungotevere all’Isola Tiberina, acquattate dietro le due erme di marmo che precedono l’ingresso. Eravamo andate subito d’accordo e, cosa che ci unì più di tutte, in breve scoprimmo di avere entrambe un’insana passione per Le Cronache di Narnia. Inutile dire che avevamo colto l’occasione per andarci a vedere l’ultimo film insieme, proprio il giorno in cui Roma fu teatro di una incredibile nevicata. Più narniano di così! Giulia era così fissata con Lewis, che era persino riuscita a trovare in tutta Roma il perfetto sosia di Skandar Keynes, alias Edmund Pevensie, con la sola differenza che il ragazzo rispondeva al nome di Massimo, aveva la pelle leggermente più scura e un formidabile accento romano, Lambretta color cachi sempre a disposizione della sua damigella e sigaretta fra i denti. Un vero lord! Amavano sempre consumare le loro uscite pomeridiane a Campo dei Fiori, contemplando i passanti stando appollaiati in cima al piedistallo del monumento di Giordano Bruno, cosa che, per quanto possa sembrare bislacca, era in realtà molto romantica e pittoresca, nel cuore del mercato rionale più amato da noi romani.
Rebecca, invece, era più grande di me. Era già ricercatrice all’università e aveva una parlata formidabile. Non c’era nulla che non sapesse o che non aveva mai fatto in vita sua. Aveva viaggiato in ogni dove, avuto avventure e storie d’amore di ogni sorta, incontrato persone famose nelle situazioni più incredibili. E amava raccontare tutto questo con l’aria più naturale e disinvolta del mondo, lasciandoci puntualmente tutti di stucco. Era un mito. E la cosa più incredibile era che, nonostante la sua disarmante efficienza, Rebecca non ti stancava mai e si rivelava di continuo la persona più sensibile del mondo. Era dolcissima e, come me, amava la buona cucina, senza preoccuparsi di quanti chili puoi prendere per un innocente peccato di gola. Con lei, tutto sembrava improvvisamente facile, naturale. Non faceva mai sentire a disagio nessuno, quando gli parlava. E aveva sempre la soluzione pronta per qualsiasi problema.
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The Last Passage
Fanfic~ sequel di The Passage ~ Sono passati cinque anni dal viaggio di Penny a Narnia, e la ragazza sembra essersi ormai rassegnata a una vita sempre più grigia nel suo presente. Ma le porte di quel mondo parallelo stanno per aprirsi di nuovo e la ragazz...
