Ci avevo creduto, avevo creduto alle sue parole e alle sue promesse. Vedevo davvero un futuro radioso per noi, ero già lì ad immaginare luoghi da visitare insieme, viaggi, lei allo stadio a vedermi giocare ovunque, io che le dedico gol, una casa da condividere e altri mille film mentali a quanto pare inutili. Io ci credevo e ci ho creduto davvero ed ero pronto ad affrontare suo padre e tutte le altre ed eventuali difficoltà che avremmo avuto ma lei, evidentemente, no. Si è fermata al primo intoppo e questo mi fa stare male ma non la biasimo. Non vuole rovinare il suo rapporto con il padre e fare scandali, lo posso capire. Come al solito sono io quello che mette più del dovuto in tutto, nelle relazioni soprattutto. Sono io quello che ci crede, sono io quello che si fa imbambolare da due frasi dette sottovoce nel buio della notte, sono io lo stupido. Come al solito sono io quello pronto a rischiare tutto per amore, sbagliando. Pazienza, me ne farò una ragione, prima o poi.
I primi giorni a Castelvolturno per me sono una tortura, vederla girarmi intorno e non degnarla di uno sguardo forzatamente per me è una violenza inaudita. Mi devo sforzare enormemente per non guardarla mai, per dirle solo 'Buongiorno' e non scherzare e ridere con lei come ho sempre fatto e come tutti gli altri stanno continuando a fare. Lei forse ogni tanto mi guarda, forse le manco ma onestamente è quello che si merita. Merita la mia indifferenza e anche di peggio.
Il problema vero e proprio sorge dopo qualche giorno quando il presidente torna a Castelvolturno ed è tutta la giornata in giro per il centro sportivo. Cerco di evitarlo, di non restare mai da solo con lui ma ad un certo punto mi trova in un corridoio e da come mi guarda so che vuole dirmi qualcosa.
«Salve» dico solo passandogli accanto per cercare di superarlo e scampare all'incontro ma lui mi ferma bloccandomi da un braccio. Mi stringe forte, come un laccio emostatico, per poi lasciarmi d'improvviso.
«Come va, Giovanni?» mi chiede e io devo per forza fermarmi e rispondere. Mi giro e siamo faccia a faccia. Gli occhi uguali ad Aurora ma più severi, più ispidi, più incattiviti.
«Immagino che lo sappia» rispondo e lui annuisce.
«Mi dispiace se ci stai male, ma non mi avete dato scelta, avete sbagliato e qualcuno doveva riportare l'ordine» spiega e mi viene da ridere. Riportare l'ordine? Ma siamo impazziti per caso? Mah.
«Presidente io la rispetto e le sono grato per l'opportunità che mi ha dato di giocare qui, ma nessuno le dà l'autorità di decidere per la mia vita privata» dico mantenendo la calma il più possibile.
«Della tua vita privata forse no, ma di quella di mia figlia sì. Lei ha sbagliato, qui è un tuo superiore e non doveva avvicinarsi così tanto a te che sei un suo dipendente» cerca ancora di spiegarmi la situazione come se io non la conoscessi alla perfezione già di mio.
«Sapevamo che non fosse una situazione semplice ma ci piacevamo e abbiamo voluto iniziare lo stesso a stare insieme. Su queste cose non si può decidere, accadono e basta» stavolta sono io a raccontare la mia versione dei fatti e lui inclina la testa scrutandomi.
«Beh, Giovanni...» si ferma e fa una di quelle espressioni che fa di solito con i giornalisti, poi torna a puntare i suoi occhi nei miei «secondo me ti sei invaghito della persona sbagliata. Quando ho detto a mia figlia che doveva lasciarti non ha fatto tutte queste storie, sapeva che era la cosa giusta da fare e secondo me stava solo aspettando che io vi scoprissi per avere una scusa per farlo. Forse da sola non trovava il coraggio, chi lo sa» dice e il sangue mi defluisce alla testa ma cerco di restare calmo. Cerco di dissimulare, di fingere che quelle parole non mi abbiano colpito e ferito profondamente ma onestamente non so con che risultato. Faccio un respiro profondo e rispondo.
«Non è così, io so cosa abbiamo provato insieme, io so che sua figlia lo voleva quanto me e voleva stare con me» dico e lui ride, quella risata beffarda che mi fa venire voglia di dargli un cazzotto in bocca.
«A quanto pare ti sbagliavi, Giovanni. Sei un bravo ragazzo per me siete come dei figli e lo sai, ti consiglio di lasciarla perdere e di pensare alla carriera. Sei uno dei miei calciatori migliori e spero che non ti rovini per una donna, per quanto sia mia figlia e lo dico a malincuore, che nemmeno ti vuole. Io oltre a proteggere me, la mia azienda e mia figlia l'ho fatto anche per te, non voglio che ti rovini. Pensa a giocare e lasciala perdere e vedrai che non avrai problemi. E' chiaro?» torna serio e io annuisco. Mi sta minacciando? Non glielo chiedo e fingo di accettare i suoi consigli. Avrei altre milioni di cose da dire ma non voglio continuare a parlare con lui, è uno con cui non si può avere dialogo. Basta. Lo saluto cordialmente e me ne vado nella mia camera.
Il giorno dopo giochiamo e perdiamo contro il Torino e il mio umore non fa che peggiorare. Me ne sto a casa da solo e rifiuto ogni invito che i miei compagni di squadra mi fanno. Ora avrei solo voglia di stare con lei e questa cosa mi fa imbestialire. Non riesco a togliermi dalla testa una che con i fatti ha dimostrato di non provare assolutamente nulla per me. E non lo dico in base a ciò che mi ha detto suo padre, perché conoscendolo può anche essersi inventato tutto, ma da come si è comportata e sta continuando a comportarsi. Io la ignoro e ho i miei motivi, mi aspettavo che lei facesse qualcosa ma come al solito sono rimasto deluso. La sua decisione è quella e non torna sui suoi passi, si vede che sta bene così e forse dovrei convincermene definitivamente.
Per fortuna abbiamo un giorno di pausa dagli allenamenti e non la avrò davanti agli occhi per un po', ne ho davvero bisogno. Poi da dopodomani, giuro, vado avanti e non la considero più. L'ho giurato e così farò.
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Impossibile || Giovanni Di Lorenzo
FanfictionNon si poteva, no. Non avevano altra scelta che stare lontani, dovevano dimenticare quell'amore impossibile. Dovevano stare lontani, non dovevano cercarsi. Non potevano fare altrimenti o si sarebbero fatti male, ma chi decide cosa è il bene e cosa è...
