10. Nessuno si salva da solo

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E così, nel silenzio di un sottobosco, la rana era stata avvelenata dalla lucciola. La fame aveva avuto la meglio, spingendo la lingua fuori dalla sua bocca, per afferrarla e ingurgitarla. Ci sono certe cose che la natura non controlla. Come gli impulsi.
E lenta si era contorta, tra la terra che le si attaccava sulla pelle viscida, fino ad esalare il suo ultimo respiro. Dal suo corpo la lucciola tentava ancora di accendere la luce, muovendosi, fino a smettere anche lei di dibattersi. Nel silenzio di un sottobosco c'era solo la morte.

Il giorno seguente, Samuele aveva trovato Simone addormentato sul balcone, raggomitolato in un angolo e tremante. L'aveva portato dentro, nel letto. Era pallido, tremava e aveva scoperto che aveva la febbre.

Gli aveva medicato la mano, diventata marrone per il sangue incrostato, e poi aveva cercato di svegliarlo delicatamente.

Ma Simone era rimasto in un totale stato di dormiveglia. Dopo aver dormito fino a mezzogiorno, aveva provato nuovamente a svegliarlo, ma ogni tentativo si era valso vano. Aveva allora messaggiato l'ultimo numero che aveva trovato in segreteria. Senza pensarci, rapidamente.

"Simone non sta bene, ha la febbre alta e non conosco il numero dei genitori. Potresti passare per stargli vicino?"

L'aveva inviato di getto, senza nemmeno controllare l'immagine del profilo, ignaro del fatto che ritraeva un ragazzo riccio e con la barbetta che sorrideva sornione sulla sua moto.

Passò le prime ore del pomeriggio ancora in quella casa, si cucinò qualcosa prendendola dal frigo in cucina. Simone intanto continuava a dormire e a lamentarsi. L'aveva spogliato, perché era sudato, e gli aveva ricoperto il corpo con dei fazzoletti bagnati, in attesa che le medicine che aveva trovato rovistando nel bagno potessero fare effetto. Simone, sotto le sue carezze, si lamentava tormentato. Ogni tanto riusciva ad addormentarsi, i mugolii si placavano e il respiro si regolarizzava. Ma ciò durava pochissimo, perché subito ricominciavano i tremolii e i mugugni.

Quando si fecero le sedici, e le luci che entravano dalla finestra iniziarono ad abbassarsi, Samuele decise di sbloccare nuovamente il suo cellulare per cercare qualcuno da chiamare.

Allora scosse più vigorosamente Simone, giusto per fargli aprire gli occhi, e gli chiese chi potesse chiamare, sperando di ricevere almeno una risposta approssimativa. Simone si coprì il corpo con il piumone e - Chicca - sussurrò, con gli occhi ancora chiusi e tremanti.

Chicca, ripeté mentalmente Samuele, prima di digitare quel nome sul cellulare. Qualche squillo bastò per rispondere. La ragazza disse che sarebbe arrivata in dieci minuti, si mostrò preoccupata, lo rimproverò per averla chiamata così tardi.

E, in effetti, Chicca arrivò dopo undici minuti esatti. Bussò con insistenza alla porta e quando entrò non si curò nemmeno di salutare il ragazzo rimasto all'entrata, imbambolato.

Simone aprì leggermente gli occhi e l'immagine sfocata di Chicca che gli toccava la fronte e lo accarezzava si fece più nitida, fino a sentire la sua voce esclamare chiaramente - quasi 40 Simò, quasi 40 -.
Poi altre parole indistinte.

Samuele le aveva spiegato che aveva dormito tutta la notte sul balcone con solo una canotta addosso e Chicca aveva imprecato contro la sua vittima per l'assurdità delle parole.

- E te che stavi a fa scusa? Stavi a dormì bello comodo, ner letto suo, senza manco notà 'sta cosa? Ma te rendi conto? Ma vattene va - gli aveva detto, indicando la porta della stanza di Simone, e metaforicamente, della sua casa.

Samuele, ormai stanco di quella situazione, abbandonò i due amici a loro stessi scuotendo la testa e mormorando tra sé.

- Ma chi me l'ha fatto fa - ripeté per la terza volta, mentre si richiudeva con poca pazienza la porta alle spalle.

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