3. Un fattore inquinante

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Le settimane passarono monotone. All'inizio Simone aveva visto nell'Accademia un modo per evadere dalla staticità in cui era piombata la sua vita. Sperava che in quel modo avrebbe messo a tacere i propri pensieri.
Eppure, non era stato così. Stava imparando tante cose, certo. Aveva conosciuto alcune persone simpatiche. Chicca era andata davvero a trovarlo a lavoro. La sua presenza non lo disturbava particolarmente. Era una ragazza eccentrica, viveva la vita al massimo. E forse un pochino per questo la invidiava. Lei non aveva cercato di andare oltre i limiti di Simone; di tacito accordo passavano momenti insieme senza insistere troppo. Chicca non gli faceva domande, Simone non si mostrava particolarmente interessato alla sua vita. E così la mattina ognuno aspettava l'altro all'ingresso della scuola. Occupavano posti vicini a lezione. Simone aveva persino ripreso a sorridere alle sue battute stupide.

Del modello ritratto il primo giorno, però, nemmeno più l'ombra.

Simone si era chiesto spesso che fine avesse fatto. Gli era capitato di pensarci più del dovuto durante il giorno. Quando il pensiero si faceva troppo opprimente allora prendeva un foglio e iniziava a disegnarlo. Il volto, le mani, le gambe. Persino il kimono di seta che aveva coperto il suo corpo nudo. Ormai la sua scrivania era tappezzata di disegni che lo ritraevano interamente, a metà figura, o anche solo nei dettagli.

Per Simone era diventata un'ossessione e un allenamento insieme.
Ogni giorno si svegliava e sperava che quella sarebbe stata la giornata. Che avrebbe finalmente rivisto Manuel. Si sentiva uno stupido. Pensava continuamente ad un ragazzo che gli aveva dato del cretino. I due non avevano mai parlato seriamente. L'unico contatto pacifico che c'era stato erano stati sguardi fugaci in un momento pieno di imbarazzo. Inoltre, Manuel aveva guardato spesso una ragazza in prima fila, quel primo giorno. La stessa ragazza che si era presentata a Simone col nome di Alice.

Simone credeva di aver già visto Manuel da qualche parte. Era solo una sua impressione, chiaramente, i due non si erano mai conosciuti. Eppure, quel modello aveva un volto familiare.

Le giornate si erano quindi susseguite una identica all'altra. La mattina si svegliava presto, andava in Accademia. Passava le prime ore del giorno in compagnia di Chicca. A volte mangiavano lì, insieme. Altre volte tornava a casa e si cucinava qualcosa di precotto. La cucina non era mai stata una sua passione. L'importante per lui era mettere qualcosa nell'organismo per resistere al resto della giornata. Di pomeriggio dormiva accoccolato ai suoi gatti. A volte si esercitava per i suoi esami.

La maggior parte del tempo, però, era occupato nel disegnare la stessa persona che gli abitava i pensieri senza sosta.

Di sera nel fine settimana lavorava. Era il suo momento preferito. La musica gli metteva a bada i pensieri. In quei momenti, mentre lavorava, a Manuel non ci pensava. Era troppo impegnato a flirtare con i numerosi ragazzi che si presentavano al bancone euforici e sfatti. Grazie al lavoro tornava a sentirsi normale. Tornava a sentirsi il Simone sicuro di sé e libero da costrizioni. Il Simone senza pesi e senza impegni.

Essere superficiali, si ripeteva, era l'unico modo per preservare quel briciolo di felicità che si teneva stretto. Una fiamma flebile, debole, che cercava di tenere vicino al suo petto per scaldarlo.

Ora Simone si ritrovava steso sul letto, l'ennesimo foglio scarabocchiato tra le mani. Stava quasi per addormentarsi quando le responsabilità lo riportarono alla realtà. Era sabato e tra un'ora sarebbe iniziato il suo turno. Fece tutto come le altre volte. Si fece una doccia veloce, indossò la maglietta nera del lavoro con un paio di jeans aderenti e spazzolò grossolanamente i capelli.

Prima di lasciare l'appartamento fece mangiare i suoi gatti. Spense le luci, una alla volta, mentre fuori la luce della luna iniziava a rischiarare le strade buie e deserte. Simone si incamminò con calma in direzione del Fulmine.

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