CAPITOLO DIECI

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«𝘿𝙤𝙡𝙤𝙧 𝙝𝙞𝙘 𝙩𝙞𝙗𝙞 𝙥𝙧𝙤𝙙𝙚𝙧𝙞𝙩 𝙤𝙡𝙞𝙢»«Un giorno questo dolore ti sarà utile»(Ovidio)

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«𝘿𝙤𝙡𝙤𝙧 𝙝𝙞𝙘 𝙩𝙞𝙗𝙞 𝙥𝙧𝙤𝙙𝙚𝙧𝙞𝙩 𝙤𝙡𝙞𝙢»
«Un giorno questo dolore ti sarà utile»
(Ovidio)


«Ehi, zingaro, pensavi di filartela?»

Non mi volto. Non cedo alle loro scene. Cammino dritto, i passi misurati, la schiena dritta come se fossi una linea di ferro. Il vicolo mi ingoia il respiro: umido, sudicio, un tappeto di cartacce che scricchiolano sotto gli stivali. Lampioni arrugginiti sputano luce sporca. Odori che si mescolano e ti entrano dentro come un marchio.

Mi seguono. Li sento come zoccoli di cavalli alle costole. Ridono, parlano a voce alta, si danno coraggio. Vogliono il sangue, vogliono lo spettacolo. Vogliono farmi crollare davanti ai loro amici per potersi vantare dopo al bancone. La loro voce è un coltello a cerchio.

«Sporco ratto.»

La mano che mi sfiora la nuca non è una carezza, è una prepotenza. Si chiude come un morsetto. Mi tirano indietro per i capelli con un gesto brutale. Il mondo sbanda per un secondo e poi reagisco come una bestia che si libera dalla corda. Non per coraggio, per rabbia. Perché la resa non è una parola che muove i miei muscoli.

Un pugno mi esplode in faccia. Calore, poi sapore di ferro. La mascella esplode in dolore; la lingua prende un sapore nuovo, caldo e metallico. Barcollo, ma non posso cadere. Non adesso. Non davanti a loro.

Mi afferrano, mi immobilizzano. Le dita che cercano il mio collo sono mani di contadini abituati a spezzare spighe, non gentili. Una scarica mi attraversa il corpo: odio, freddo, fame di qualcosa di più antico. Mi mordo l'interno della guancia fino a sentire il sapore del ferro e non grido. Non glielo permetto. Gridare è regalare loro la mia paura.

Ne lancio uno a terra — utopico, breve trionfo — e la loro eccitazione diventa un'onda. Gridano, saltano. La mazza sbatte contro il palmo, suono metallico che annuncia l'agonia. Uno si alza come un predatore, la faccia tatuata, gli occhi sporgenti. Vuole rompere. Vuole vedere se sono solo carne.

Colpiscono. Uno, due, tre colpi. Le mazzate piovono sul mio fianco come pioggia d'aghi. Ogni botta è una campana che suona nel mio torace: fiato che scappa, ossa che urlano. Cado sulle ginocchia, l'asfalto freddo che mi graffia la pelle. L'aria si riempie del mio respiro spezzato, delle loro risate basse. Vogliono sentirsi grandi. Vogliono farmi piccolo.

Non riesco a governare il dolore. Si diffonde come olio bollente sotto la pelle. Le mani cercano di proteggere il volto, ma sono troppe. Pugno, calcio, uno stivale nel costato: l'aria mi viene risucchiata via, e ogni respiro è un coltello. Un braccio mi stringe la testa con forza, la bocca si riempie di sabbia, di asfalto, di sangue che sale e mi soffoca. Comincio a sentire il gusto amaro e la testa che ondeggia.

Li voglio morti. Lo penso con chiarezza assoluta, fredda. Non è un desiderio morale, è una strategia, un progetto. Voglio che domani qualcuno capisca cosa significa toccare la mia vita. Ma la logica non serve quando le ginocchia cedono e il mondo si fa piccolo.

𝘽𝙖𝙡𝙖𝙘𝙡𝙖𝙫𝙖Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora