Capitolo 10

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Un silenzio tombale riempiva la sala interrogatori del commissariato interrotto di tanto in tanto dal ticchettio di un orologio in legno posto sulla porta. Un profumo di documenti appena stampati inebriava il signor Manari che aspettava impaziente seduto al tavolo al centro della sala. Lui che da sempre era abituato a scrivere articoli infiniti sugli interrogatori dei casi più strani di cronaca bolognese, ora si ritrovava a sperare che nessuna concorrenza facesse lo stesso con lui. Qualunque cosa accadesse era disposto a tutto pur di salvaguardare la sua immagine e quella di sua moglie. D'improvviso qualcuno aprì l'esile porta a soffietto che separava la stanza dal resto degli uffici. Pochi passi e Stefano si ritrovò faccia a faccia col primo interrogato.

"Eccomi qui, mi scusi per il ritardo signor Manari, spero di non averla fatta aspettare troppo. Prima di cominciare volevo farle le condoglianze, mi dispiace per sua moglie." esclamò Stefano dal lato opposto del tavolo.

"La ringrazio, non si preoccupi, sarò veloce" continuò Manari giungendo le mani.

"Lo spero per lei, mi dica solo cosa ricorda di quel giorno. Innanzitutto, dov'era?" domandò il commissario, sistemando le scartoffie che aveva al suo fianco.

"Non a Bologna, troppo tempo nella dotta fa male alla psiche"

"E dov'era allora?"

"A Milano, avevo ricevuto una chiamata di lavoro. C'erano dei problemi in redazione così sono corso il prima possibile"

"Hm, capisco. Ma mi dica, come mai non è corso appena saputa la notizia?"

"L'ho già detto, avevo problemi in redazione ed i treni di sera sono praticamente inesistenti, trovarne uno è un miracolo."

"Ha qualcuno che può confermare il suo alibi? Un collega, un parente, chiunque."

"Commissario, dove vuole arrivare? Sta dubitando di me?" domandò, corrugando la fronte.

"Signor Manari, nessuno vuole arrivare da nessuna parte. Mi serve solo per ricostruire cosa è successo quel pomeriggio." continuò Stefano.

Manari sembrava davvero agitato, sfregava le mani e batteva i piedi, e questo a Stefano non era per nulla sfuggito.

"Tornando a noi, chi può confermare la sua posizione?" ribatté il commissario.

"Cesira, la nostra vicina di casa...la signora che ha trovato il corpo"

"E come potrebbe confermare?"

"Era con me a Milano il giorno dell'omicidio ed il 18 è tornata a Bologna."

"Saprebbe dirmi anche da quale stazione è partita?"

"Certo, stazione centrale. Dovrebbe aver preso il treno delle quattro e venti"

Stefano faceva domande sempre più mirate, come in cerca di un qualsiasi appiglio su cui poter costruire una pista. Posò la penna, pulì gli occhiali e fatto un bel respiro continuò.

"Bene, per quanto riguarda la vostra situazione sociale cosa sa dirmi? Discussioni? Problemi con qualcuno?"

"Nulla, anzi siamo piuttosto amati. Tranne qualche piccolissimo screzio con un'agenzia per un'intervista non c'è mai stato nulla"

"Screzio di che tipo?"

"Discutemmo per una frase che non volevano che mettessimo, ma è successo più di due mesi fa e risolvemmo la questione al momento"

Stefano continuava a scrivere tutto ciò che poteva essere utile a trovare qualcosa di interessante. Sfogliava veloce le pagine del suo taccuino nero in cerca di una delle sue intuizioni. Per un attimo osservò il pavimento, un lampo di genio gli illuminò la mente. Guardò le scarpe di Manari e ne appuntò modello e colore; mocassini grigio scuro.

Sollevò lo sguardo e ricominciò a chiedere.

"Ha qualcosa da dichiarare riguardo la vostra situazione sanitaria?"

"Siamo, eravamo, entrambi in ottima salute, Beatrice non ha mai sofferto di nessuna malattia, credo non abbia nemmeno mai avuto la varicella"

Il commissario osservò con attenzione quella correzione appena fatta, poteva voler dire tutto come niente, ma l'appuntò lo stesso.

"Un' ultima domanda ed è libero." ribatté. "Che tipo di rapporto c'era tra Cesira e sua moglie?"

"Fa più parte della nostra che della sua famiglia. Era un'amica di mia moglie, una confidente. Passa interi pomeriggi a casa nostra e spesso ci aiuta, o meglio ci aiutava, negli articoli. Credo sia una delle persone più buone del mondo."

"Aiutava?" domandò perplesso.

"Si...non credo che ora continui a farlo, tra me e lei non c'è mai stato nessun tipo d'intesa."

"Capisco, può bastare, grazie. Metta una firma qui e poi è libero di andare" concluse Stefano, appoggiando le mani sulle cosce.

Mentre il signor Manari compilava i documenti, Stefano pensava costantemente a quello che aveva appena sentito. Continuava a sfogliare il suo taccuino in cerca di un'idea. Poi si fermò. Rimase in silenzio, immobile ad ascoltare il lieve ticchettio che aveva accompagnato tutta la chiacchierata. Manari posò la penna, prese il suo cappotto grigio e, chiusa la porta a soffietto, uscì dal commissariato seguito astutamente da Stefano. Le carte in tavola erano poche e non c'era nulla che potesse condurre a qualche indizio se non un mandato di perquisizione istantaneo a palazzo Manari.

Malaguti: I Segreti Della DottaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora