Capitolo sedicesimo

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Pov. Daniel
Mi stiracchiai piano, stando attento a non svegliare la piccola creatura accanto a me.
Se ne stava lì, immobile a parte il lieve movimento del petto, con gli occhi chiusi, persi nel mondo dei sogni.
Sorrisi debolmente, cambiando piano posizione.
Era così bella... le sue labbra erano schiuse, ancora arrossate dai baci e come in cerca di riceverne altri.
Entrambi ancora nudi, accoccolati sotto il tepore delle coperte pesanti, riposavamo in quel tipico momento di dolcezza a seguito dell'intimità.
Ciò che avevamo condiviso, e che lei mi aveva donato, era un qualcosa di prezioso che non avrebbe più potuto dare a nessun altro. Mi sentivo orgoglioso di essere in possesso di una cosa così preziosa.
L'avrei custodita per tutta la vita.
Mi alzai su un gomito, osservandola dormire dall'alto. I capelli sparsi sul cuscino sembravano raggi di cioccolato fondente e la sua pelle pareva porcellana.
Sospirai, resistendo alla tentazione di svegliarla con un bacio. Timida com'era si sarebbe di certo spaventata.
Allungai un dito, sfiorandole la guancia col dorso, lievemente, ripensando a ciò che avevamo fatto.
Era stato diverso dagli altri rapporti che avevo avuto: più intenso, coinvolgente. Vero.
Anche io avevo perso la verginità, quella notte, perché, sebbene mi potessi ritenere alquanto colto in fattore di dare e ricevere piacere, non avevo mai fatto l'amore. Non prima di quel giorno.
Mi sentivo un uomo diverso. Tutti i rapporti avuti fino a quel momento non erano uniti da un fattore in più. Almeno non per me. E ciò che Angelique provava quando stava con me era tutto fuorché amore.
L'amore non è solo il desiderio sessuale. È anche una sete mentale, di quelle che ti sfiancano se non sei con la persona amata.
Ebbene sì. Daniel Marvin, l'uomo di ghiaccio, aveva finalmente trovato il sole che lo potesse sciogliere.
Ero innamorato di Helen.
Quella consapevolezza sorse come il sole al mattino, prima rosea e timida, poi forte e straordinaria.
Soffocai un sorriso, mentre il mio dito continuava a vagare sulla sua pelle vellutata. Prima sulla guancia, poi sulle labbra, sul collo scoperto e sulle spalle lisce.
E capii che non avrei potuto lasciarla al suo destino.
Pov. Helen
Mi svegliai a causa di una languida sensazione che mi percorreva il collo.
Gemetti silenziosamente, socchiudendo gli occhi nella penombra della stanza, illuminata fiocamente dalle candele.
Dapprima non capii dove fossi, ma poi rammentai cos'era accaduto solo poche ore prima, e non potei fare null'altro se non arrossire.
Individuai immediatamente Daniel, cercando di sotterrarmi sotto le coperte e constatando di essere ancora nuda.
Non appena cercai di muovermi sibilai: un fastidioso bruciore al bassoventre era testimone di ciò che era stato tra noi.
Daniel era affianco a me, e la sua espressione da distesa e rilassata si tramutò in preoccupata e apprensiva.
"Ti fa male?" il suo mormorio mesto alle mie orecchie sembrò colpevole.
Scossi la testa, sorridendo debolmente, anche se sentivo il sangue che mi sporcava le cosce ormai secco.
"Sto bene. Che ore sono?"
Mi guardò scettico, ma decise comunque di fare finta di nulla.
"Le undici e mezza. È tardi" sussurrò, probabilmente per non svegliare nessuno.
Mi vennero i brividi a pensare che la sua famiglia stava dormendo nella stanza adiacente a quella in cui avevo dormito io.
Sorrisi timidamente, accoccolandomi sotto il suo braccio caldo.
"Resta qui" mi sussurrò suadente all'orecchio, scostandomi una ciocca di capelli dal collo.
Sospirai, socchiudendo gli occhi al suono della sua voce.
"Vorrei tanto, ma non posso rischiare di farmi vedere dai tuoi genitori. Sarebbe umiliante" gli passai una mano sul forte avambraccio, lo stesso che avevo afferrato quando era arrivato al culmine.
Gemette ridacchiando, stringendomi a sé.
"Darei tutto per poterti avere qui con me."
"Sono qui" constatai, guardandolo negli occhi.
"Non come vorrei."
Non compresi le sue parole, ma decisi che ero rimasta in quella suite fin troppo tempo.
Cominciai ad alzarmi, tenendo il lenzuolo stretto al petto.
Mi sporsi per dargli un dolce bacio sulle labbra, che mi diede delle scosse.
Evidentemente Daniel non aveva proprio voglia di lasciarmi andare, perché nel giro di qualche istante mi ritrovai sopra di lui, a baciarlo con passione.
Le sue mani, strette attorno alla mia vita, scesero sui miei fianchi.
Ridacchiai, mentre si spostava sul mio ventre per massaggiarlo.
Mi diede sollievo, e mi rilassai su di lui, mentre si spostava a baciarmi il collo.
Lo lasciai scoprirmi il seno, ma non fece in tempo nemmeno a sfiorarmi, perché improvvisamente la porta della camera si aprì dopo un lieve bussare, e sulla soglia apparve Henry Norton Marvin.
Era ancora vestito elegantemente, e la sua testa calva sembrava più lucida che mai, ma i suoi bassi, prima arricciati ad arte, sembravano essersi afflosciati.
"Daniel, hai saltato la cen..." si fermò, sconvolto, puntando gli occhi sgranati dritti su di me.
Oh, signore... un'improvvisa e forte vergogna mi invase le guance, mentre cercavo di muovermi da sopra Daniel. I miei arti, però, erano pietrificati dal terrore.
Avvertii il fuoco invadermi le guance mentre, con un movimento veloce, Daniel mi scaraventava dall'altra parte del letto, per coprirmi col suo corpo.
Venni subito coperta dalla sua figura, ma ciò non mi diede alcun sollievo, dato che ormai il danno era bello che fatto, e non sapevo affatto come ne sarei potuta venir fuori.
Ci voleva un miracolo!
"Papà..." balbettò, coprendomi il seno col lenzuolo. Afferrai convulsamente la stoffa di seta, dato che mi sembrava sconveniente prendere la mano di Daniel, come se tra noi ci fosse... qualcosa.
Ma d'altronde, non era già piuttosto palese?
"Cosa..." il viso del signor Marvin diventò paonazzo, prima per l'imbarazzo, poi per la furia.
Mi strinsi addosso a Daniel, alla sua schiena, mentre il signor Marvin lanciava un'occhiata veloce al mio vestito semplice accartocciato sul pavimento.
Lo vidi accigliarsi, poi mi riconobbe.
"Corr? Helen Corr?" Serrai gli occhi per impedire alle lacrime di uscire, mentre cercavo di prepararmi agli insulti che di certo mi avrebbe lanciato. Gratuitamente.
Daniel si sedette, allungando una mano come ad ammonire il padre, sempre nascondendomi dietro alla sua ampia schiena.
"Posso spiegare" parlò con calma.
Henry Martin si stropicciò gli occhi, infilando le dita sotto gli occhiali rotondi e sottili.
"Non c'è nulla da spiegare, Daniel. Credevo che io e tua madre ti avessimo cresciuto con solidi ideali, ma vedo che non è così."
Si voltò di lato, di certo per evitare di guardare ancora suo figlio in quella situazione così imbarazzante.
"Tu non capisci, papà" mormorò.
"Non capisco? Non capisco?! Spero tu non stia parlando sul serio! Quest'impostora non è di ricca famiglia! Non potrai stare insieme a lei in nessun caso, e comunque sia tu l'hai rovinata" esplose, quasi urlando.
Armata di non so che moto di coraggio costrinsi la mia voce a uscire, tremolante, ma comunque non sottile.
"Signor Marvin..."
"Taci!" m'interruppe, facendomi sussultare "Spero di non rivederti mai più in tutta la mia vita. È per il bene di entrambi."
Detto questo si voltò e lasciò la stanza, che tornò silenziosa come qualche minuto prima.
"Oh, Signore..." gemetti, alzandomi frettolosamente e raccattando il vestito, che in quel momento mi sembrò fin troppo semplice.
Non mi ero mai vergognata tanto in tutta la mia vita, e dire che di situazioni imbarazzanti ne avevo vissute parecchie.
"Helen, aspetta..." evitai l'occhiata comprensiva di Daniel e cominciai a rivestirmi il più in fretta possibile.
"Ha ragione" lo interruppi "È tutto sbagliato" una stretta alla gola mi impediva di pensare coerentemente.
Volevo solo andare via. Via da lì.
Daniel si alzò, e cercai di non fissarlo, poiché, anche se nudo, non perdeva la sua autorità.
Lo vidi di sfuggita lanciare un'occhiata assente al sangue sulle lenzuola.
"Troveremo un modo" mormorò poco convinto.
"Tuo padre è stato chiaro" dissi, mentre mi avvolgevo con lo scialle.
Sentivo il cuore battermi forte dentro il petto e le lacrime mi appannarono la vista.
"Lascia almeno che..."
Scacciai le lacrime dalle mie guance con un movimento violento, arrabbiato, furioso. Non mi ero mai sentita più umiliata.
"Non li voglio, i tuoi soldi" gli ricordai "Dopo ciò che è accaduto mi sento una sgualdrina. Non mi serve diventarlo."
Gli dissi quelle parole dure per strapparmelo a forza dal cuore. Si vede che avevo sbagliato mira, perché il mio cuore era l'unica cosa che si stava lacerando, in quel momento.
Guardai per un attimo la sua espressione incredula e preoccupata, e per un attimo mi venne la tentazione di rimanere e cercare una soluzione in comune.
Poi mi voltai, chiusi gli occhi, presi un profondo respiro e abbassai la maniglia.
Nell'ingresso non c'era nessuno, così mi fu facile scivolare silenziosa fuori dalla porta e uscire nell'ambiente esterno.
L'aria fredda mi colpì il viso, e le lacrime scivolarono lungo le gote, scavalcando le barriere delle mie palpebre, gelandosi quasi immediatamente.
Come nella notte del mio primo bacio, non tentò di fermarmi, e quello mi fece più male di qualsiasi cosa avessi mai provato.
Mi accasciai, stringendomi una mano al petto e soffocando i singhiozzi.
Era buio pesto e nessuno girava a quell'ora tarda di sera, ma controllai comunque che nessuno mi stesse osservando.
Sarei andata a dormire nella mia piccola stanzina, e il giorno dopo sarei rimasta sotto le lenzuola.
Era inevitabile. Sarei dovuta essere preparata, ma non mi ero resa conto di quali idiozie stessi facendo finché non era accaduto l'irreparabile.
Mi ero innamorata di un uomo che non potevo avere e gli avevo donato me stessa.
Sarebbe stato difficile trovare un uomo disposto a prendermi come sposa e, nel caso qualcuno mi avesse comunque voluto, sarei stata io stessa a rifiutarlo, poiché mi era impossibile anche solo pensare di vivere la mia vita con qualcun altro al di fuori di Daniel.
Rimasi lì, ferma nel gelo della notte, ad ascoltare il vento che s'infilava tra i fumaioli e gli edifici della nave mischiato al rumore soffocato dei miei singhiozzi, finché non mi accorsi che le mie dita erano diventate violacee.
Mi rialzai, stordita dalle lacrime, e mi avviai verso la mia stanza.
Quando vi entrai mi gettai sopra il mio letto, avvertendo più che mai il bisogno di piangere rumorosamente, come una bambina.
Dopo parecchie lacrime e parecchi singhiozzi soffocati sul cuscino riuscii ad addormentarmi.
A svegliarmi fu un fracasso tremendo che mi attraversò i timpani, costringendomi a tapparmi le orecchie.
Mi tirai a sedere, confusa, ancora col mio semplice vestito addosso.
Mi guardai attorno, prendendo coscienza di dove mi trovassi e ricordandomi del rumore che mi aveva svegliato.
Le mie tre compagne di stanza si erano alzate, e avevano la mia stessa espressione, sul viso: confusione, stanchezza e un pizzico di timore.
Che cosa è stato?, Pensai.
Il mio cuore batteva forte, mentre un timore mi entrava lento e doloroso nel petto.
Oh, signore... è quello che penso?
Mi alzai velocemente, pronta per andare nel corridoio e vedere cosa fosse accaduto.
Quando mi sporsi vidi subito altre persone in camicia da notte o pigiama che erano uscite, e si guardavano con espressioni confuse.
Cos'era quel rumore? Sembrava lamiera piegata velocemente, ma non capivo cosa potesse averlo prodotto.
Un attimo dopo un ufficiale comparve dalla porta che portava all'esterno con alle spalle due marinai che reggevano delle sacche rigide e biancastre.
"Vi prego, mantenete le calma!" Sul viso dell'ufficiale si formò un profondo cipiglio, mentre alzava le mani all'aria, catturando dunque l'attenzione di tutti i presenti.
"Non è accaduto nulla di grave, ma vi prego di indossare i giubbotti di salvataggio. È una questione puramente di sicurezza."
Avvertii un tuffo al cuore, mentre aprivo totalmente la porta a lasciavo uscire le mie tre compagne di stanza, che evidentemente non avevano ancora la minima idea di cosa era accaduto.
Almeno non era nulla di grave.
Le lasciai uscire, la bambina stretta alla mamma e la nonna a seguirle a poca distanza.
"Indossatelo immediatamente" proclamò l'ufficiale, mentre i due marinai cominciavano a distribuire i giubbotti.
Presi il mio, con una strana sensazione allo stomaco.
Non dovevo preoccuparmi. Non era accaduto nulla.
Ma perché avevo la sensazione di non essere al sicuro?
"Che aspetta?" mi sentii rimproverare dall'ufficiale, che si lisciava la giacca rossa. Mi sentii afferrare per un braccio e qualche secondo dopo mi ritrovai la giacca addosso, mentre l'uomo me l'allacciava con movimenti veloci e con strattoni delicati.
"Per ora potete rimanere quaggiù, se accadrà qualcosa manderemo un comandante ad evacuare la zona."
Lo ascoltavamo tutti con attenzione, e chi non riusciva a capire la lingua parlottava col suo vicino.
L'uomo in rosso si ritirò, seguito dagli altri due individui, mentre proseguivano per il corridoio per distribuire altri giubbotti di salvataggio.
Entrai in camera mia, ancora confusa per ciò che stava accadendo, ma scacciai la preoccupazione come una mosca fastidiosa, certa che il problema sarebbe stato risolto. In fondo si trattava del Titanic.
Mi adagiai sul mio letto, in una posizione strana, dato che ero un po' impossibilitata dalla giacca.
Me la tolsi, infilandomi il trench subito dopo, e la rinfilai, allacciandola ben stretta.
Sospirai, sentendomi ancora gli occhi gonfi, e immaginai di essere davvero rossa, sia sugli occhi che sul naso, e sulle guance.
Mi stropicciai le mani tra loro.
Di riaddormentarsi non se ne parlava: troppa adrenalina. L'ansia non mi avrebbe lasciato assopirmi.
Afferrai il mio libretto di poesie e scribacchiai qualcosa a proposito di occhi di tempesta e capelli di deserto.
Passò una buona mezz'ora, nella quale io mi sforzavo di non pensare ancora a Daniel, ma mentre riponevo il mio libretto nella tasca del mio trench si spalancò la porta.
Daniel Marvin apparve sulla soglia, trafelato.
"Helen!" ansimò, non curandosi del mio sguardo sbalordito e di quello delle tre donne, che pareva più che altro compiaciuto.
"Daniel, ti prego, ti ho già detto..." balbettai, alzandomi in piedi, il cuore che batteva all'impazzata.
"Non c'è tempo, Helen" mi interruppe, avanzando velocemente e afferrandomi per un braccio.
Una miriade di farfalle prese a danzarmi nel petto, anche se a dividere la sua pelle dalla mia c'era la manica del mio trench. Cercai di ritrarmi. Era una tortura, quella a cui stavo andando incontro.
"Daniel, ti prego..." lo implorai "lasciami andare."
"Helen, non capisci!" mi prese per le spalle e mi scrollò poco galantemente, facendomi sfuggire alcune ciocche di capelli dalla crocchia in cui li avevo raccolti.
"Ho udito alcuni ufficiali parlare con un sottufficiale: lo stavano avvertendo di non creare il panico, anche se la situazione è grave" continuò a scrollarmi, e solo in quel momento mi accorsi che indossava anche lui il giubbotto.
Una sensazione di panico mi attanagliò lo stomaco, facendolo contorcere.
"C-cosa?" sussurrai, cercando di liberarmi dalla sua presa.
"Il Titanic sta affondando e non ci sono abbastanza scialuppe per tutti" mormorò, affranto.
"Come... cosa..." ero confusa. L'ufficiale aveva detto che non era accaduto nulla di grave, ma che se si fosse aggravata la situazione sarebbe venuto a chiamarci.
In fondo, però, quel rumore lo avevo sentito anche io.
"Seguimi" mi lasciò le spalle, ma mi afferrò per il polso, strattonandomi verso l'uscita.
Sentivo il mio cuore rimbombarmi nella testa, e la mano di Daniel era fredda, fredda come il ghiaccio.
Cosa poteva essere accaduto? Da quel che avevo udito il Titanic era inaffondabile, appunto come lo diceva il nome, ispirato alla cultura classica greca.
Pensai alle mie compagne di stanza. Loro non sapevano nulla, e di certo non avevano la più pallida idea di cosa stese accadendo.
"Daniel" lo frenai, strattonando il polso imprigionato nella sua morsa "Daniel!" lo chiamai, facendolo fermare.
I suoi occhi erano scuriti da una fredda determinazione, forse influenzata dalla disperazione.
"Le mie compagne di stanza... loro non sanno nulla. Aiutami, ti prego! Devi avvertirle di cosa sta accadendo!" i miei occhi si colmarono di lacrime, mentre Daniel riprendeva a camminare, più veloce di prima.
"Non c'è tempo. Se la caveranno, ho visto un ufficiale correre verso gli alloggi di terza classe, mentre venivo qui. L'ho preceduto, ma di sicuro ha già avvertito tutti."
La sua voce era strana, ma mi lasciai tranquillizzare dalle sue parole, e continuai a farmi guidare da lui attraverso i corridoi.
Quando uscimmo all'aria aperta non potei fare a meno di rabbrividire, poiché la temperatura si era abbassata parecchio.
Osservai le nuvolette di condensa che uscivano dalle nostre bocche come incantata, mentre seguivo docile Daniel.
I pensieri non riuscivano a circolare coerentemente. Era impossibile ciò che Daniel mi aveva detto a proposito delle scialuppe!
Ma non è forse vero che egli non mi aveva mai mentito?
Cominciai a battere i denti, in riflesso alla paura e al freddo, mentre mi affiancavo a lui, come per proteggermi, lottando contro le lacrime.
Tutto d'un tratto avvertii la sua mano farsi strada verso la mia, e afferrarla delicatamente.
Si voltò verso di me, nel bel mezzo del ponte D, e mi prese il viso tra le mani.
Lo guardai, e solo in quel momento parve accorgersi di quanto fossi spaventata.
"Oh, Helen..." mormorò, poggiando la sua fronte sulla mia.
Un singhiozzo mi sfuggì dalle labbra.
Era troppo. Troppo per il mio povero cuore martoriato.
"Sssh..." tentò di tranquillizzarmi, mentre io mi aggrappavo a lui con disperazione, lasciando al pianto libero accesso.
"Sta' tranquilla... andrà tutto bene" mi baciò le guance, togliendomi con le labbra le lacrime.
"Daniel, io..." volevo dirgli che lo amavo, che avrei fatto tutto per lui, che non m'importava dei suoi genitori, della società, dei soldi... volevo solo lui.
"Lo so, piccola... lo so" mormorò, serrando gli occhi e sfiorando le mie labbra con le sue "Anch'io."
Mi premetti su di lui, perché avevo creduto che non avrei mai più potuto toccarlo, abbracciarlo, baciarlo...
Il mio cuore batteva forte, mentre premevo le nostre labbra in un bacio disperato, fatto di lacrime e rassegnazione.
Ricambiò, stringendomi forte fino quasi a soffocarmi.
Quando mi lasciò andare lo vidi contrarre la mascella.
"Vedrai. Staremo bene."

Eccomi qui, ragazze!
Finalmente ho aggiornato. Sono rotolata fino al computer e mi sono messa all'opera in preda ad ispirazione momentanea. Non potevo non coglierla!
Dunque... in questo capitolo si attua il misfatto, in tutti i sensi!
L'ultima parte è un po' struggente, spero di avervi emozionate.
Alla prossima!
Chiara

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