quattro

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«Ci vediamo, Mercoledì.»

SCARLETT'S POV

Noah Harris. Finalmente potevo dare un vero e proprio nome al ragazzo che mi stava tormentando da qualche giorno a questa parte.

Non ci siamo ancora incontrati mai nei corridoi, ma in qualche frangente mi è capitato di intravederlo e ho deciso prontamente di cambiare strada. Non ho voglia di dare spettacolo davanti a mezza scuola. Purtroppo per me, devo comunque incontrarlo nelle nostre ore di punizione da scontare – per colpa sua aggiungerei.

Adesso mi sto dirigendo verso la classe di storia, peccato che in corridoio io incontri proprio l'ultima persona che desidero vedere in questo momento della mia vita: Lola Watson. Non dico che sia una vera e propria bulla o che sia cattiva, ma tra me e lei non scorre buon sangue. Eravamo amiche alle medie, ma da un giorno all'altro ci siamo allontanate. Il bello? Non ne ricordo neanche il motivo. Semplicemente, ora come ora, ogni volta che ci guardiamo riserviamo uno sguardo torvo l'una all'altra. Qualcosa si noi si è spezzato tre anni fa e non siamo tornate più come prima, c'è qualcosa che si è rotto tra noi e non abbiamo mai tentato di tornare le amiche di un tempo. Da un paio d'anni non ci salutiamo neanche più.

Ci guardiamo per qualche secondo, proprio in questo momento, e poi torniamo ad ignorarci. Camminiamo una accanto all'altra ma in direzioni opposte.

Lola è uno dei capitoli della mia vita che avrei voluto tanto chiudere definitivamente, ma non sono mai riuscita a parlarle.

«Ehi Scar!» mi saluta la mia amica Estelle, nonché la persona con cui ho lezione al momento. La saluto con la mano e lei viene verso di me per poi proseguire insieme.

***

I miei genitori non mi hanno fatto storie per le ore di punizione da scontare, capendo quale fosse la situazione. Più che altro mio padre si è abbastanza arrabbiato con Noah perché, diciamocelo, è letteralmente colpa sua.

Arrivo in aula e trovo solamente il professore, nessuna traccia di Noah. Non che la cosa mi dispiaccia, la sua presenza mi disturba praticamente tutte le volte che me lo ritrovo davanti. Soprattutto quando mi provoca e ha indosso quel sorrisetto talmente tanto sicuro di sé da farmi venire voglia di tirargli un pugno, peccato che io sappia che non gli farei niente perché è troppo muscoloso e robusto per fargli anche solo il solletico.

Però la mia pace dura relativamente poco perché, mezz'ora dopo l'inizio delle ore di punizione, Harris fa il suo ingresso in aula con la sua stazza imponente.

Mi guarda e mi sorride con un ghigno provocante e poi sposta la sua attenzione sui posti a sedere. Analizza bene il posto dove sedersi e alla fine decide di mettersi proprio dietro di me. Proprio dietro di me.

«Ciao, Mercoledì.» mi saluta con un sussurro che mi fa venire i brividi. E non comprendo perché il mio corpo stia reagendo in questo modo.

«Non chiamarmi in quel modo.» questa volta sono io a sussurrare la frase, quasi scocciata dal suo modo di fare. Continua a provocarmi e di questo ormai mi sono fatta una ragione, ma quello che non riesco a capire è il perché lui lo faccia.

«La faccia che fai ogni volta che ti chiamo in quel modo è esattamente il motivo per cui continuerò a farlo.» la sua affermazione mi fa indispettire ancora di più, ma tendo solo a fare un sospiro e continuo ad anticiparmi i compiti che ho per i prossimi giorni.

Paradossalmente alle mie aspettative Noah rimane in silenzio per la maggior parte del tempo. Non mi infastidisce più e neanche il professore si è mai lamentato. Non dico che la cosa mi crei disturbo, ma mi fa insospettire; perché tutto d'un tratto è diventato così silenzioso?

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