7. KARAN

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Il sole sorge e io sono già sveglio e in viaggio da ore.
La notte scorsa io e Ron ci siamo occupati di far appassire i fiori del Regno della Regina Raperonzolo nel minor tempo possibile.
Siamo stati attenti a non farci vedere: ieri sera sarebbe stato molto facile farsi rinchiudere se ci avessero scoperti.
Subito dopo, con la luna ancora alta e splendente in cielo, mi sono messo in viaggio.
La seconda stella a destra, che mi condurrà nel Mondo Reale, è vicina. Poco più di cinque minuti e tornerò dall'altra parte.
Ormai sono un paio d'anni che almeno una o due volte al mese mi reco nell'altro Mondo: un po' per sfuggire dal mio Mondo, un po' per evitare che quest'ultimo possa diffondersi ulteriormente tra nuove generazioni.
La stanchezza però inizia a farsi sentire: sento gli occhi pesanti e qualche volta rischio di cadere.
Con me ho una casacca con un cambio di vestiti, in modo tale da potermi confondere per le strade di Londra facilmente. Lì sarà notte inoltrata, ma è sempre meglio volare il meno possibile.
Una ciocca di capelli neri mi picchia sul viso nel momento in cui aumento la velocità, essendo ormai poco distante dalla stella. Il vento si cura subito si scostarla, così come tutti i pensieri che mi invadono la mente, spazzando via anche la spossatezza.
Il Mondo Reale ha la capacità di farmi sentire molto di più a casa di quanto non lo faccia il mio vero Mondo.
Una luce abbagliante prova ad accecarmi, ma più veloce e scaltro di lei, socchiudo gli occhi ancor prima di arrivare nella sfera di luce della stella.

Il corpo si contorce su se stesso, come carta da stracciare.
Mi sento come se stessi perdendo i miei arti durante la traversata, ma questa sensazione non fa male.
Tutta la vita mi passa davanti in brevi fotogrammi.
Il respiro sembra quasi mancare, come se stessi annegando lentamente nella Baita delle Sirene. Ma più vado giù, più mi sento stranamente vivo.

Vengo catapultato nel cielo scuro e stellato di Londra.
Impiego pochi secondi a riprendere il possesso delle mie abilità e il volo, destinato a finire contro il grande orologio - dovrebbe chiamarsi Big Ben-, si stabilizza nuovamente.
Planando verso la terra ferma, muovo i polsi, le caviglie e giro più volte il collo, intorpiditi per il passaggio.
Anche la testa prende a dolermi, un effetto collaterale comune a chiunque attraversa i due Mondi.
Poggio lentamente i piedi per terra, per abituarmi alla sensazione dopo tante ore di viaggio in volo.
Mi guardo intorno, sperando che nessuno mi abbia visto.
Bridge Street è completamente vuota, solo qualche gatto si dirige verso qualche cespuglio.
Un piacevole venticello smuove gli alberi nei dintorni, facendo cadere delle foglie che volano, quasi impegnandosi in una danza regale.
Due foglie in particolare, ballano insieme, si rincorrono cercando di sfiorarsi e tenersi per tutto il volo. Finché una delle due non acquisisce più velocità, lasciando indietro la compagna.
Alzo le spalle: del resto è così che girano i Mondi.

Mi dirigo dietro il cespuglio più vicino, aprendo la casacca e cacciando i vestiti.
Sbottono la tunica verde scuro, infilando una maglietta nera che fascia completamente il mio petto, evidenziando le forme che la tunica nasconde. Trovando l'equilibrio, sfilo i collant del medesimo colore della tunica, indossando al loro posto un paio di pantaloni più larghi e morbidi, di colore grigio così da non dare nell'occhio: mi sembra le persone del Mondo Reale usino chiamare vestiti di questo tipo "tuta".
Non l'ho ben chiaro.
Normalmente quando volo non indosso scarpe, queste infatti potrebbero appesantirmi, quindi caccio dalla casacca un paio di scarpe del Mondo Reale.
Queste sono nere con i lacci bianchi e una stella del medesimo colore dei lacci è raffigurata sul lato. Non sapevo allacciare queste scarpe fino a quando ho capito che bastava fare gli stessi movimenti che compio per intrecciare  fili della tunica, con l'unica differenza di dover stringere di più per evitare che si sfilino continuamente.
Dovrei prendere qualcosa di nuovo, penso guardando una piccola scucitura sulla manica destra della maglia.
Dovrò venire qualche mattina ed entrare in quei negozi enormi in cui le modiste non cuciono i vestiti direttamente sulle persone, ma questi sono tutti agganciati a strani bastoni curvi con un uncino di metallo. 
Mio padre impazzirebbe a vedere una cosa del genere.
La particolarità di questi negozi è che ognuno prende tutto ciò che vuole e, non essendoci modiste, nessuno chiede di pagare gli abiti.
Il Mondo Reale è così geniale!

Finito di aver allacciato entrambe le scarpe, esco dal nascondiglio e mi incammino, con una meta ben precisa: il primo ospedale che troverò sarà il luogo perfetto per fermarmi.
Non dispongo di una mappa e capire dove andare è molto difficile, specialmente quando devo volare il meno possibile.

Cammino per un tempo che pare infinito e mi sembra che le strade siano tutte uguali, come se i minuti si ripiegassero su se stessi, fondendosi e ripetendosi, finché tante finestre illuminate mi si parano davanti. La scritta rossa HOSPITAL torreggia sulla parete centrale.
Guardandomi intorno, mi accerto che nessuno sia abbastanza vicino da potervi vedere.
Mi alzo in volo, dirigendomi verso le finestre sul reparto in cui si trovano i bambini.
Nonostante abbia visto diversi ospedali, non riesco mai a ricordare il nome di quel reparto: pedateria? padiatrea? pirateria?
Scrollo le spalle a questo pensiero.

Non è difficile trovare il reparto dal nome strano, infatti le finestre sono ricoperte di buffi disegni: cuori, stelle, cani, fiori e tutto ciò che possa trasmettere allegria.
Storco il naso alla visione di un disegno raffigurante la Regina cenerentola, Biancaneve e Raperonzolo e trattengo una risata quando una fotografia di mio padre saluta dalla finestra verso l'esterno. 
Mi avvicino proprio a quella finestra, che apro con molta facilità: il piano infatti è posto molto in alto e nessuno si sognerebbe di entrare da qui.
Entro, chiudendomi silenziosamente la finestra alle spalle.
La prima cosa che faccio è strappare via tutti quei disegni dei personaggi del mio Mondo.
Li accartoccio e li infilo nella casacca. Mi giro intorno per la stanza, osservandola: non ci sono bambini, ma è piena di giocattoli, libri sul copro umano e matite colorate. Sedioline e tavolini sono disposto sui lati della stanza.
Si tratterà di una sala d'attesa.
Mi incammino fuori, per uscire sul lungo corridoio dalle pareti azzurre illuminate da una luce fredda molto fastidiosa.
Il reparto è completamente vuoto e mi risulta facile girare alla ricerca del mio obbiettivo.

Giro a vuoto finché una stanza attira la mia attenzione.
Una luce fioca illumina un lettino, in cui un bambino dorme serenamente. Un libro è poggiato sul suo corpo esile, aperto e prossimo a cadere.
Mi avvicino, cercando di fare il minimo rumore.
Sollevo il libro, leggendone il titolo.
"Biancaneve e i sette nani, e altre favole" recita una scritta dorata su una copertina verde acqua.
Stringo i denti e con rabbia butto nella casacca il libro.
Osservo anche il piccolo comodino posto sul lato destro del letto, cercando altre tracce del mio Mondo.
Non trovo nulla ma in compenso un sacca, tenuta in aria da un'asta di ferro, contiene del sangue. Seguo con lo sguardo la direzione del filo che vi è attaccato, quando lo noto all'interno del braccio del piccolo.
Sospiro.
«Perché credi in questa spazzatura?» sussurro, riferendomi alle storie che leggeva.
«Perché vuoi riporre le speranze nell'illusione che la magia ti salverà come succede lì?» mi passo una mano sul viso.
«Sarai tu stesso a salvarti se lo vorrai, non questa sporcizia.»
Mi allontano dal lettino.
I ricordi mi vorticano nella testa.
Il ricordo di lui mi vortica nella testa.
Il mio respiro si fa pesante e sento le gambe molli.
«Scusami, piccolo. Lo faccio per te.»
I bambini smettono di vivere quando credono nella magia, ed io facendone parte per via del mio sangue, non voglio essere la causa di tanta illusione e di malessere.

(NOT) A FAIRYTALEDove le storie prendono vita. Scoprilo ora