14. KARAN

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Il sole sorge dopo di me stamattina, che son già sveglio da ore, appollaiato su un ramo dell'albero appena fuori la scatola di legno e mattoni che ho imparato a chiamare "casa".
Anche la luce dell'astro sembra avere un'intensità diversa, più grigia, quasi come se fosse pensierosa. Annebbiata. Anche se di nuvole non se ne vedono.
Oppure sono solo io che rifletto il mio stato d'animo sulla natura circostante.

Il due giugno da qualche anno è un giorno d'inferno. Un giorno che mi consuma il cervello e che mi tormenta tutte le notti, non appena la mia testa incontra il cuscino.
La tristezza è durata poco, le lacrime scendono raramente. La rabbia e la delusione sono i soli sentimenti che mi divorano l'anima anno dopo anno.
Inoltre il due giugno è l'anniversario della mia promessa di distruzione: in questo giorno, di diverso tempo fa, ho ripromesso a me stesso che Questo Mondo avrebbe cessato di esistere, ne vada della mia stessa vita.
Ma nonostante ciò, il due giugno è l'unico giorno in cui i miei progetti, i miei piani e il mio rancore sono bravo a rinchiuderli in una scatola in fondo alla mia testa, ma soprattutto in fondo al mio cuore, che si distrae battendo per qualcos'altro.
Il due giugno è l'emblema di tutta la mia rabbia. La ragione del mio risentimento verso il mondo a cui appartengo. Il centro di tutta la mia sofferenza, che provo a tener nascosta. La mia vita è cambiata ormai due anni fa.

Con la solita casacca in spalla, volo rapido verso la seconda stella a destra. Il cervello svuotato da qualsiasi cosa, tanto che potrei anche dimenticare cosa sto facendo, se nella mia mente non ci fossero tappezzati volantini  a ricordarmi continuamente la ricorrenza e... lui.
Me e lui.
Nostre immagini si susseguono dolorosamente davanti i miei occhi.
La sua voce, la sua risata e persino il suo pianto sembrano ormai così lontani da ricordare, da afferrare. Eppure provo ogni giorno, tutti i stramaledetti giorni, ad aggrapparmi al suo ricordo, per non lasciarlo mai andare, come mai lui avrebbe fatto con me.
Le uniche lacrime che mi concedo di versare durante l'anno, scendono feroci lungo le mie guance. Con un gesto secco e deciso le scaccio via, ignorando il fatto che copiosamente continuano a imperlarmi le ciglia. 
Le ultime lacrime vengono velocemente asciugate dal calore della stella, ormai vicina.
Il processo è sempre lo stesso: tutti gli arti paiono ripiegarsi su sé stessi, che poi sembrano staccarsi successivamente dal mio corpo. Brevi fotogrammi di luce, di movimento. Il respiro corto e mancante. La sensazione di annegare e scendere lentamente sempre più giù...

Il cielo scuro di Londra è colmo di nuvole grigie. Il grande orologio è nascosto da una di queste. 
Non capisco il tempo del Mondo Reale, ma so sempre che quando parto di mattina presto le lancette del grande orologio segnano le due ed è sempre buio. Se partissi di sera probabilmente arriverei di mattina presto.
Le strade della città sono deserte, probabilmente per il brutto tempo. Non so come facciano a ripararsi dalla pioggia qui, nell'altro Mondo basta solamente desiderare che una piccola nuvola bianca ti protegga la testa.
C'è così tanto da scoprire qui. La curiosità mi cola dalla bocca come acquolina ogni volta, ma non oggi. Oggi non c'è posto per la voglia di scoprire, per la voglia di vivere.

Sorvolo le case addormentate, sedendomi ogni tanto su queste lanterne legate ad una lunga mazza di ferro. Anche volare può diventare stancante.
Volo per altri pochi minuti fino ad arrivare ad un piccolo ospedale, isolato dal resto della vita che riempie la città.
L'insegna rossa si illumina, con poca convinzione ad intermittenza. Anche quel due giugno brillava così; non sembra essere passato nemmeno un giorno.
Improvvisamente i ricordi mi catapultano indietro nel tempo, facendomi vorticare la testa.

E' la prima volta che viaggio attraverso la seconda stella a destra. Papà mi ha insegnato a farlo poco tempo fa. 
E' una notte stellata: non ci sono nuvole e la luna è alta e splendente. 
Il passaggio è stato piuttosto turbolento, ma niente che non rifarei prontamente domani.
Un enorme orologio segna le  quattro del mattino. Papà dice che l'orario perfetto per partire è la mattina presto, almeno adesso che sono alle prime armi, così che non possa rischiare che qualcuno mi veda. 
Tante case addormentate mi scorrono sotto gli occhi, che sento pieni di curiosità. Un mondo completamente nuovo da scoprire è entusiasmante. Come sarebbe tornare qui tutti i giorni? 
Sorrido. 
Una ciocca di capelli mi ricade sul naso, facendomelo formicolare, ma con uno sbuffo lo caccio via dalla visuale. Non voglio perdere nemmeno un dettaglio dello splendore che ho davanti agli occhi.
Vago per un tempo indefinito, sdraiandomi di tanto in tanto sui tetti spigolosi delle case,  fino ad ad arrivare in un punto meno abitato della città, che ho capito, leggendo su qualche negozio con la scritta "I❤LONDON", essere Londra.
Un'insegna luminosa attira la mia attenzione. Questa, ad intermittenza anche se resta più spenta che accesa per il più del tempo, riporta impresso "HOSPITAL". Non è il primo edificio di questo tipo che vedo, ma questo in qualche modo riesce ad attirarmi più degli altri.
Mi avvicino cautamente, vedendo qualche finestra ancora immersa in una luce fredda come il ghiaccio.
Poggio le mani su un davanzale e la scena che vedo mi gela il sangue.
Un bambino, che sembra addormentato, è circondato da persone con un camice bianco e delle mascherine. 
Stringono delle piccole spade o piccoli aghi, stretti in lunghi tubi che contengono sangue.
Il bambino, ancora con gli occhi chiusi, indossa una camicia da notte che sembra fatta più di carta che di seta. 
Le persone che lo circondano hanno sguardi compassionevoli fissi sul suo viso, beatamente addormentato. Si sfilano i guanti, sporchi in alcuni punti di sangue.
Portano il lettino in un'altra stanza, io li seguo sempre rimanendo affacciato alle finestre.
Quando entrano in una stanza, studiata appositamente per dei ragazzini, posano il lettino vicino alla finestra. Sono io più veloce a nascondermi per non farmi vedere.
In quel momento intravedo sulla testata inferiore un cartello, con inciso delle informazioni che non capisco. Tra queste scorgo anche un nome: Adam Harry Murphy.
Quella fu la prima volta che lo vidi.

Strofino due dita su entrambe le tempie, respirando profondamente.
E' sempre difficile rivivere tutto dall'inizio, ma so che solo in questo modo potrò fare in modo di non perdere la motivazione.
Mi avvicino, cauto e osservando che nessuno si aggiri per i corridoi, alle grandi finestre, sicuramente più pulite di un tempo.
Non fatico a riconoscere la sua stanza: grandi disegni sono ancora attaccati ai grandi vetri, e il suo nome li firma tutti. MI sembra ancora di vedere la stanza illuminata dalla luce fioca dell'aggeggio, chiamato abat-jour, che illumina i nostri visi. Le nostre risate sommesse rimbombano dolci tra queste quattro mura. 
E mi accorgo di come, oltre alla rabbia e al rancore, la mancanza sia l'emozione che sempre sovrasta le altre.
Mi manca tutto: le visite a tarda notte, le storie, le promesse.
A volte preferirei non averlo mai conosciuto.
Preferirei essere scappato quella notte, per non soffrire tutto questo.
Per non aver fatto illudere lui di un lume di speranza impossibile.
Vorrei che lui fosse ancora qui, a spiegarmi come funziona il Mondo Reale. Avevo così tante cose da imparare.
Mi manca come l'aria quando si è sott'acqua.
Come il sole quando cala la notte.
Come mancano i fiori quando l'inverno li uccide tutti.
Mi manca Murph, il mio amico Murph.

Uscito dalla camera - una visita durata meno di cinque minuti - mi dirigo verso il giardino della struttura.
Le chiome degli alberi sono immerse nel buio, ampie e folte. 
Mi avvicino ad una quercia in particolare.
La preferita di Murph. L'albero che indicava tutte le volte che si affacciava alla finestra, premendo il suo nasino contro il vetro. Mi raccontava di giocarci tutte le volte che era abbastanza in forze da poter uscire dall'ospedale. Non l'ho mai visto giocare, sia perché lo andavo a trovare sempre di notte, ma anche perché lui mi diceva di stare sempre disteso nel suo lettino. Una cosa chiamata... Chimio? Camio? Chemio! Lo abbatteva parecchio. C'erano sere che non aveva nemmeno le forze per parlare con me, così io lo guardavo dormire. Odiavo Chemio. Lui mi diceva che serviva per farlo guarire, ma io non ci ho mai creduto. 
Un po' come i pirati: tutti dicono che servono per proteggere i mari, ma poi Capitan Uncino e la sua ciurma hanno provato a rapire la mamma ed uccidere papà. 
Chemio non faceva altro che indebolire Murph.

Mi lascio scivolare sull'erba umida sotto la quercia. Intravedo da qui la sua stanza, i suoi disegni e in uno mi riconosco. Ci riconosco. Voliamo mano nella mano verso la seconda stella a destra, sorvolando il grande orologio. Io nella mia calzamaglia verde, lui nella sua camicia da notte, con più capelli del solito.
Mi porto le gambe al petto, incrociando le braccia su di esse.
«Vorrei averti salvato Murph» mi sento dire. «Vorrei fossi ancora qui con me.»
Abbandono la testa sulle braccia e nuove lacrime tornano a bagnarmi il viso, sentendo il dolore di una ferita che ancora non si è chiusa.

(NOT) A FAIRYTALEDove le storie prendono vita. Scoprilo ora