You can sleep now

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Il rumore delle lame è insopportabile ora che siamo proprio dove i Cyberman hanno sistemato le celle, vorrei poter non sentire più niente... ma devo aguzzare lo sguardo e l'udito se io e il Dottore dobbiamo salvare i due malcapitati.



Mi immagino queste due persone, entusiaste di poter girare un servizio sugli orsi polari, sui pinguini o... sulla neve del Polo Nord, vedendo magari per la prima volta questo posto, ma alla fine venire catturati da una flotta di robot estirpa-cervelli. Magari era il loro sogno più grande, magari no, ma immagino che adesso vogliano fuggire da questo luogo a gambe levate. Il servizio? Che resti soltanto un'idea.


Perché ti stai preoccupando per due persone che nemmeno conosci, Sherlock?


Sarà che stare col Dottore mi ha reso più umano. Buffo, un alieno che rende più umano un individuo del pianeta Terra!


Le celle sono tante, troppe... ma questo dispensa la grandezza esagerata della nave in cui siamo finiti. Tutte vuote, tutte silenziose, immerse nel buio più totale ed inquietante.


- Non hai la super vista, vero? - Sussurro ad un tratto, mentre continuiamo ad aggirarci nel posto come due talpe cieche.


- Quella speravo ce l'avessi tu, in allegato con il tuo super cervello. - Mi risponde mantenendo il suo tono serio e concentrato. Restiamo in silenzio per un tempo indefinito, camminando lentamente e senza fare rumore, così da poter sentire un qualunque scricchiolio causato, si spera, dai due giornalisti.


L'unica cosa che mi resta da fare è isolare il senso dell'udito, sentire solo quello, eliminare tutti gli altri sensi e concentrarmi. Mi fermo proprio nel bel mezzo del nulla, avvertendo il Dottore che cerca di capire le mie intenzioni e, dato il suo silenzio credo abbia capito cosa voglio fare e mi lascia continuare.


Chiudo gli occhi, apro bene le orecchie e resto immobile. Sento le lame taglienti, voci di Cyberman in lontananza che testano la macchina poi, del tutto all'improvviso, dei colpi leggeri e metallici, come se qualcuno stesse cercando disperatamente di aprire una cella e fuggire. Spalanco gli occhi soddisfatto e li punto sul Dottore. Nonostante il buio noto la sua sagoma scura.


- Hai sentito? -


- Non ho sentito niente. - Risponde tranquillamente, per poi iniziare a seguirmi non appena io mi dirigo spedito verso una precisa direzione. Nel mio palazzo mentale si è già creata la cartina di questo agglomerato di prigioni. Grazie all'udito e al modo in cui abbiamo girato in tondo per tutto questo tempo, credo di sapere già come sia fatto qui sotto e, seguendo la mia mappa mentale, finalmente sento proprio ciò che speravo.


- C'è qualcuno? -


- Sono loro! - Esclama il Dottore mentre velocizza il passo verso il suono di quella aggraziata e giovane voce femminile. Mi lascia una pacca sulla spalla, so che è soddisfatto ed orgoglioso del mio ottimo lavoro.


- Rispondete, non siete robot, vero? - Stavolta è un uomo a parlare, dalla voce grossa e rauca si capisce che è molto più grande della giovane ragazza che abbiamo udito solo poco prima. Le due sagome scure che scorgiamo man mano che ci avviciniamo si tengono per mano. Dalla postura si nota quanto siano spaventati, e la ragazza sembra cercare conforto tra le braccia dell'uomo perché non capisce se siamo dalla parte dei buoni o... se siamo degli estirpa-cervelli anche noi. Troppo contatto fisico per essere solo due amici giornalisti. Non sono amanti, padre e figlia, direi, anche perché il loro accento e il loro modo di parlare è simile. Forse il padre ha voluto portare la giovane con sé per questo servizio al Polo, lei ci teneva tanto se ha voluto sopportare queste bassissime temperature.

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