"Voi conoscerete la verità, e la verità vi renderà folli."
Penso che dal primo momento in cui mi hai guardata, sapevo già che non ti avrei mai più lasciato. E questo è.
Ero seduta al tavolo con te ricordo e bevevamo. A me non è mai piaciuto bere se non per il gusto di farlo in compagnia e a te è sempre piaciuto bere e basta, anche troppo. Insomma, ridevamo e parlavamo del più e del meno come facevamo di solito ma qualcosa non andava. Sentivo che avevi qualcosa da dirmi, una specie di peso sullo stomaco ma non potevi e non dovevi liberarti per forza. Continuavi a buttare giù bicchiere dopo bicchiere e sembrava che ti servisse una spinta. In quel momento sembravi come i bambini quando gli viene chiesto di tenere un segreto: eri impaziente di tirare fuori tutto, ma eri inconsapevole del voto che ti eri prefissa: il silenzio. Quella sera dopo le undici iniziava ad esserci tensione al tavolo di casa tua e guardarci dritti negli occhi non ci aiutava (o meglio non ti aiutava). Così invece di vomitare come speravo avresti fatto, buttasti fuori tutto ciò che non avevi mai avuto l'occasione di dirmi. "Io so di essere migliore di te, so di essere migliore di tutti in questo mondo sai? Non lo faccio apposta, ti voglio bene, ma mi sentivo di dirti che per me per quanto tu possa starmi a cuore cara mia non riesco a fare a meno di pensare che in qualsiasi cosa tu rimani un gradino sempre indietro rispetto a me. Senza offesa ovvio è una cosa che penso di tutti praticamente senza rancore eh"
Ti sorrisi. Sapevo che non avevi il controllo di ciò che stava succedendo. Come disse Wilde: "L'unica cosa che ci sostiene attraverso la vita è la consapevolezza dell'immensa inferiorità di tutti gli altri, e io ho coltivato sempre questo sentimento". Non l'avevi detto con cattiveria. Non pensavi che ad anima viva l'avresti detto, l'avresti rivelato. Eri crescita così e ti andava bene, o forse non del tutto ma eri talmente abituata a farti scivolare le cose addosso che amore mio hai deciso di metterti per prima e considerare gli altri dopo. Tuttavia continuasti a sbraitare sui fatti tuoi e a due metri da te in un modo o nell'altro mi stavo sgretolando dentro. Una persona che credevo pari finalmente. In vino veritas? In quel momento sperai che tu avessi detto una delle tue solite stupidaggini. Ma non era così. Fin dal primo momento era stato così. Non mi consideravi stupida ma mi mancava comunque quel pezzo di puzzle che mi avrebbe permesso di completare il nostro stare insieme. Ma in fondo ero come te, era questa la verità. Speravo sempre che succedesse qualcosa che avrebbe ristabilito l'ordine nella piramide sociale dove io ero prima ed ammirata e tu eri sotto come Catullo e Lesbia: parlo sempre di te, parlo sempre bene di te a volte anche male ma ti amo e rimango comunque un grande poeta, la migliore. Ma come potevo rinunciare? "Non sei stato il mio più grande amore ma hai reso gli altri marginali".
Ti accompagnai in bagno e vomitasti, vomitasti tanto da buttare fuori tutto ciò che c'era di difettoso in te.
E rimanemmo sedute al tavolo a guardarci e per quanto mi avessi schiaffato la realtà dei fatti e come la pensavi tu, ti amavo ancora, forse più di prima.
Poi ti appoggiasti al tavolo e chiusi gli occhi e si sa: "non potremmo mai più odiare una persona che abbiamo visto dormire". Così accettai ciò che era e ti misi davanti ugualmente perché nonostante tutto eri l'anima più pura che io avessi mai incontrato e non ci avrei mai rinunciato.
