Breakdown

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ALEXANDRA

Non facevo altro che camminare per il salone di casa mia e quando realizzai che preoccuparsi non sarebbe servito a far tornare Justin a casa, salii al piano di sopra.

Mio padre era andato via circa un'ora prima, avrebbe voluto parlare con Justin ma lui non era a casa, e non era alla base. Ne ero sicura, non sapevo però dove altro potesse essere. Evitai di chiamarlo, non volevo stressarlo e, inoltre, quel pomeriggio non ci salutammo nel migliore dei modi.

Sapevo benissimo fosse ancora arrabbiato con me, e lo capivo, davvero. Però era vero che litigare non ci aiutava, eravamo sempre stati bravi a consolarci a vicenda ma forse in quel momento la situazione era troppo grande per permetterci di piangere l'uno sulla spalla dell'altro, ma era anche per questo che dovevamo restare uniti.

Mi misi a letto, sperando che tornasse il prima possibile. Anche se non mi avrebbe rivolto la parola, mi bastava sapere che non ero sola e che lui era con me. Guardai ancora una volta l'orario, erano appena le undici. Sbuffai quando tutta quella solitudine iniziò ad essere troppo pesante da sopportare, così mi decisi a prendere il cellulare.
Composi in fretta il suo numero mentre scendevo le scale. Dopo qualche squillo, sentii il solito tu tu tu. Aveva anche staccato la chiamata? Oh, magnifico.

Sentii immediatamente la serratura scattare, la porta si aprii rivelando un Justin a testa bassa mentre entrava in casa.

«hey» quasi sussurrò.

Hey? Non si è fatto sentire per un pomeriggio intero e pensa di potersela cavare con un semplice hey?

Aprii bocca per dire qualcosa ma capii da sola che sarebbe scoppiato un ennesimo litigio, perciò feci lo stesso. «hey»

Lui posò le chiavi della macchina sul tavolino, tolse la giacca lasciandola sul divano e poi le scarpe. Tutto ciò sotto il mio sguardo vigile. Okay, sapevo non mi avrebbe rivolto la parola ma quando lo vidi non calcolarmi, ci restai molto male.
Andò verso la cucina, lo sentii trafficare dentro al frigorifero. Mi avvicinai alla soglia della porta e guardai le sue spalle muoversi. Prese veloce una birra dal frigo, la aprii e semplicemente si sedette su uno degli sgabelli dell'isola.

«ci sono novità?» mi azzardai a chiedere. Era strano come dopo vent'anni, a volte riuscivo ad avere timore di lui.

Lo sentii sospirare pesantemente. «non lo so, dimmelo tu» borbottò. «hai incontrato qualcuno?» chiese scorbutico.

Alzai gli occhi al cielo infastidita dalla sua risposta ma decisi che quella discussione, se così poteva essere definita, poteva benissimo finire lì. Tornai immediatamente al piano di sopra, sbattendo istintivamente la porta della stanza da letto.

Ancora le lacrime punzecchiavano gli occhi ma non volevo piangere, ero stanca di piangere, l'avevo fatto troppe volte in tre giorni. Piangere ancora una volta non mi avrebbe dato la forza di continuare ad affrontare tutta questa storia di Hazel, ma mi lasciai andare non appena il volto della mia bambina sfiorò la mia mente. I sensi di colpa ripresero a irradiarsi nel mio stomaco, sentivo una fitta incredibile da colmare solo con l'abbraccio della mia piccola.

Sussultai quando sentii il rumore del vetro frantumarsi. Mi guardai attorno ma era tutto normale, capii subito che fosse stato Justin e anche se ero furiosa con lui, il mio istinto mi portò ad alzarmi e a correre da lui. Non so quale esattamente, forse l'istinto umano di aiutare una persona o forse l'istinto di una moglie e madre a prendersi cura delle persone che ama.

Scesi in fretta le scale e quando raggiunsi la cucina vidi una scena che mi fece quasi rabbrividire. Justin aveva le braccia poggiate sul marmo freddo dell'isola, la testa era bassa e lo vedevo tremare come una foglia. Per la prima volta in vita mia, lo sentii singhiozzare.

𝘾𝙄𝘼 - 𝘾𝙚𝙣𝙩𝙧𝙖𝙡 𝙄𝙣𝙩𝙚𝙡𝙡𝙞𝙜𝙚𝙣𝙘𝙚 𝘼𝙜𝙚𝙣𝙘𝙮 𝟮 ➳ 𝙟𝙗Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora