19.

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La guerra continuava, inesorabilmente.
Ogni giorno Achille scendeva in campo, faceva ciò che l'aristos achaion doveva fare, e infine tornava da Patroclo.
Aveva più o meno imparato a tenere a bada il mostro che si impadroniva di lui ogni volta che andava in battaglia: gli bastava concentrarsi, e tenere il viso del suo compagno ben fisso nella mente.
Tra tutti gli uomini che doveva uccidere, tra tutta la rovina e il dolore che doveva seminare nelle fila nemiche, Patroclo era l'ancora che lo teneva aggrappato all'umanità.

Briseide conduceva una vita tranquilla, lontana dalla furia della battaglia.
Qualche volta, per salvare le apparenze, Achille la chiamava nella sua tenda, e per un'oretta parlavano, oppure stavano semplicemente in silenzio.
Quando poi il Pelide la congedava, gli sembrava di scorgere una puntina di delusione nel suo sguardo.
Patroclo, che quando la ragazza stava nella tenda non poteva essere presente, le lanciava spesso delle occhiate storte, a cui lei rispondeva con aria di sfida.
Ogni volta che se ne accorgeva, il biondo arrossiva fino alla radice dei capelli. A quanto pare, era entrato in una specie di triangolo amoroso senza volerlo.

Ma c'erano problemi più gravi nell'accampamento.
Tra i Greci era scoppiata una terribile pestilenza, che stava uccidendo un numero enorme di soldati.
Si pensava che l'origine fosse stata un pozzo avvelenato, da cui in una giornata calda moltissimi Achei avevano bevuto.
La malattia era incurabile. Una volta che ne venivi contagiato, non avevi via di scampo.
Dopo due settimane, i cadaveri erano così tanti che gli alti generali, che per qualche motivo non venivano contagiati in nessun modo dal morbo, dovettero dar l'ordine di bruciare i corpi tutti insieme su roghi comuni.
Un giorno Patroclo corse da Achille, in lacrime.
"Stanno morendo tutti" singhiozzò. Lui stava in infermieria e quindi stava affrontando quella tragedia in prima linea.
Il Pelide lo guardò, e capì di dover fare qualcosa.
Decise di convocare un'assemblea quella sera stessa.
Aveva il sospetto che Agamennone stesse nascondendo qualcosa. Quando le situazioni erano poco chiare, lui c'era sempre di mezzo.

Quando tutti gli Achei furono riuniti, fece parlare Odisseo. Lui, infatti, non era un gran che come oratore.
"Soldati. Il principe Achille ha deciso di riunirvi tutti per parlare di questa atroce pestilenza che ci colpisce. Ma avremo un aiuto in più: Calcante"
Il vecchio sacerdote si fece strada tra la folla, nervosamente.
Il Pelide notò Agamennone irrigidirsi alla vista dell'uomo.
"Calcante" continuò il re di Itaca, "Ha pregato e fatto sacrifici, ed è qui per dirci cosa ha scoperto"
Il profeta si guardò intorno, visibilmente spaventato, senza dire una parola.
"Qual è il problema?" chiese Achille, confuso.
Odisseo, però, aveva già capito.
"Hai forse paura, o mio profeta, di parlare perché temi che qualcuno potrebbe adirarsi con te?" gli domandò, con calma.
Calcante, lanciando una fugace occhiata in direzione di Agamennone, tacque ancora.
"Tranquillo" lo rassicurò affabilmente Odisseo. "Qui tutti ti assicurano che non ti sarà fatto alcun male"
I generali, uno dopo l'altro, fecero un cenno di assenso con la testa. Per ultimo, dopo qualche attimo di esitazione, anche Agamennone li imitò.
Il sacerdote, molto più tranquillo, si schiarì la voce.
"Io... ho fatto molti sacrifici e molto ho pregato, ed ho scoperto che la pestilenza... è causata dall'ira di Apollo" annunciò.
Un mormorio di sorpresa serpeggiò tra le fila achee.
"E la sua ira" continuò, a voce più bassa, "È causata dal trattamento che è stato riservato al suo sacerdote Crise"
Achille, in quel momento, capì tutto.
"Tu" si rivolse rabbiosamente ad Agamennone, "Tu hai osato disonorare un sacerdote di Apollo"
Il sovrano stette in silenzio.
"E Calcante, cosa dobbiamo fare per placare la rabbia di Febo Apollo?" lo interrogò Odisseo.
"Aga... Agamennone deve r-restituire Criseide a suo padre..." mormorò, con un fil di voce.
Il re, citato in giudizio, andò su tutte le furie.
"Tu, profeta di sciagure, mai mi diedi una buona notizia! Prima mia figlia, e poi... questo!" ringhiò.
"Sua figlia?" si domandò Achille, confuso.
Agamennone dovette accorgersi della sua espressione confusa, perché decise di rivolgere le sue grida a lui.
"Sì, caro il mio principe, mia figlia! Ho dovuto uccidere mia figlia nel nome di questa guerra... ho dovuto..."
Gli occhi dell'uomo si riempirono di lacrime, e per un attimo Achille provò pena per lui. Ma fu un attimo.
"Sono quello che ha dovuto fare più sacrifici, qui!" continuò, aspramente. "E quindi Criseide me la tengo io! Me la sono meritata, ed è una mia legittima proprietà"
Odisseo afferrò il braccio di Agamennone, guardandolo negli occhi.
"Pensaci bene" lo ammonì. "Questa scelta potrebbe portare i Greci alla rovina"
Il sovrano stette immobile per qualche secondo. Si fidava del re di Itaca, e, tornato più o meno calmo, capì che aveva ragione.
"Molto bene" disse. "Restituirò Criseide. Ma non penserete che lo farò senza chiedere niente in cambio"
Agamennone si girò verso Achille, e lo fissò.
"Voglio Briseide"
"Cosa?!"
Il Pelide spalancò la bocca, stupefatto. Si sarebbe aspettato di tutto... ma questo no.
Il sovrano, con un sorrisetto sul volto, avvicinò le labbra all'orecchio di Achille.
"Tanto sappiamo entrambi che lei non ti serve" sussurrò, in modo che solo lui potesse sentirlo. "Patroclo come puttana ti basta e avanza... non hai bisogno anche di..."

Il principe di Ftia non ci vide più. Di una cosa era certo: chiunque avesse anche solo nominato Patroclo in un contesto offensivo, avrebbe assaggiato la sua furia.
Dare al suo Patroclo della... della...
Ora lo ammazzo.
Fece per sguainare la spada, ma una mano si posò sulla sua.
Achille si girò.
Patroclo lo stava fissando. Nei suoi occhi verde-marrone lesse un messaggio chiaro: non farlo.
Tutta la rabbia che lo aveva accecato piano piano sfumò.
Trasse un respiro profondo, e si voltò di nuovo verso Agamennone.
"Non è la mia puttana" sussurrò in risposta nell'orecchio del sovrano. "È l'unica persona qui che nutre per me un affetto sincero e disinteressato. Chi è per te quella persona?"
Achille lesse una strana tristezza negli occhi dell'uomo, e ne fu enormemente soddisfatto.
"Prendi pure Briseide" disse, ad alta voce. "Fallo. Tanto sappiamo entrambi che se la sfiorassi anche solo con un dito io avrei il diritto di ucciderti. Fallo. Ma sappi che se la prendi, se me la togli, io non combatterò più per te"
Agamennone lo fissò, e capì di essere stato messo con le spalle al muro.
"Morirete tutti, senza di me. Uno dopo l'altro. Ma sappiate che non tornerò in battaglia, a meno che il nostro re non venga a supplicarmi in ginocchio"
Achille, seguito da Patroclo, se ne andò.
Consapevole di avere gli occhi dell'intero esercito acheo addosso, un sentimento di vittoria lo pervase.
"Abbiamo vinto" mormorò il bruno, con una certa sorpresa.
"Insieme" disse di rimando il biondo, stringendogli la mano.
Tutto ciò che era successo era stata solo la conferma di ciò che aveva intuito.
Senza Patroclo, lui era un mostro.

———
Salve, Patrochille shippers!
La storia giunge alla fine!
Ho deciso che non allungherò il brodo più del necessario. Voglio dire, amo la Patrochille, amo scrivere questa storia, ma vorrei anche dedicarmi a tutte le altre idee che ho in mente.

Lettori: *stappano lo champagne* È QUASI FINITA, RAGAZZI!

No va bene, a parte gli scherzi, ho dei nuovi meme.
(Non so se l'avrete intuito, ma amo farne)

(Non so se l'avrete intuito, ma amo farne)

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Bene, e con questo è tutto!Al prossimo aggiornamento, Bye,~Evie

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Bene, e con questo è tutto!
Al prossimo aggiornamento,
Bye,
~Evie

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